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GIUSTIZIA
SOMMARIA
di Matteo "Norton"
Bistoletti
"We think we‘ve come
so far…the torture of heretics, the burning of witches is all ancient
history…then…before you can blink an eye…suddenly it threatens to start
all over again”
Picard
“The
drumhead”, della quarta stagione di TNG, doveva inizialmente essere un
episodio teso al risparmio con riciclo di scene antecedenti in puro stile
“Ombre del passato” della seconda stagione: un nefasto episodio che in
realtà nessuno della produzione voleva ripetere. Così ci si concentrò
un poco più del solito per cercare di scrivere una buona storia senza
troppi fronzoli e spese inutili e ne uscì uno degli episodi più raggelanti,
e nello stesso tempo migliori, dell’intera saga. E tutto questo risparmiando
ancora sul previsto. Nessun effetto speciale, nessun alieno strano e nemmeno
nuove location o ambientazioni compaiono nei 45 minuti di questa puntata,
e questo dimostra come Star Trek riesca a creare meraviglie dal semplice
uso di una buona storia e senza bisogno di stupire con effetti speciali
o altri trucchi.
Il
titolo originale può essere un mistero per chi non è un esperto della
lingua inglese. Armatomi di dizionario, scopro che la parola “drumhead”
si riferisce alla pelle del tamburo e, anatomicamente” alla membrana del
timpano. Infine essa ha un terzo significato, ossia quello di corte marziale.
Mi sento sollevato di non dover trovare alcuna spiegazione astrusa e maldestra
per giustificare un titolo tanto assurdo se la parola si fosse limitata
ai primi due significati.
In effetti nell’episodio assistiamo ad una vera e propria corte marziale.
Non é una cosa nuova in Star Trek; ci basta citare “Corte marziale”, “Spazio
profondo”, “L’ammutinamento”, “Gli anni della morte” o “L’inversione di
rotta” della Serie Classica oppure episodi come “Punti di vista” o “La
misura di un uomo”di TNG per assistere a dei veri e propri processi. Ma
questa volta tutto è diverso. Se in effetti negli episodi sopraccitati,
questi procedimenti erano quantomeno giustificati, in questo caso ci si
raggela il sangue quando piano piano cominciamo a capire, anche noi spettatori,
che stiamo assistendo nuovamente ed in chiave futuristica ad uno dei più
tristi capitoli della storia dell’uomo: l’inquisizione. Infatti sull’Enterprise
l’ammiraglio Satie dà il via ad una vera e propria caccia alle streghe.
Il tutto inizia con un esplosione nella camera del dilitio. Il primo sospettato
è un Klingon, a bordo dell’Enterprise per un programma di scambio. A condurre
l’inchiesta sull’accaduto viene richiamata in servizio l’ammiraglio Satie,
brillante membro della Flotta e famosa per le sue abilità investigative,
nonché figlia di un prestigioso e famoso giurista e difensore delle libertà
civili, un tale Satie. In effetti il Klingon, una volta sotto inchiesta,
ammette fin da subito di aver passato informazioni ai Romulani mentre
era a bordo della nave, ma nega di avere nulla a che fare con l’esplosione.
Satie, riluttante sull’ammissione del Klingon, inizia quindi una vera
e propria caccia alla ricerca dei vari complici alla congiura avvenuta
a bordo. L’assistente betazoide dell’ammiraglio, Sabin, percepisce che
un tecnico medico, Simon Tarses, sta nascondendo qualcosa. Le
indagini nel frattempo confermano che l’esplosione avvenuta in sala macchine
è stata solo un incidente. Questo però non sembra fermare Satie, che vuole
a tutti i costi provare la colpevolezza di Tarses ed inizia un capillare
caccia alle streghe a bordo dell’Enterprise alla ricerca di un qualsiasi
colpevole contro cui scaricare le colpe dell’accaduto.
Uno dei protagonisti della vicenda è sicuramente Simon Tarses, un ragazzo
giovane e timido che lavora come tecnico medico a bordo dell’Enterprise.
Fin da subito i sospetti cadono su di lui dato che Subin intuisce che
sta nascondendo qualcosa. Questo qualcosa si rivela però non essere quanto
pensato da Satie (ossia una sua partecipazione alla sua cosiddetta cospirazione),
bensì il suo grado di parentela con un romulano (suo nonno) che lui spacciava
per un nonno vulcaniano. Satie non sembra però bloccarsi davanti a questa
realtà e anzi usa quest’ultima per sospettare incessantemente di Tarses.
“Have we become so feareful? Have we become so cowardly that we must
extinguish a man because he carries the blood of our current enemy?”
Picard
Nonostante sia ormai provato che l’esplosione in sala macchina sia stata
un incidente, la caccia continua e su Tarses cadono tutti i sospetti,
dovuti semplicemente alla sua origine romulana. Come dice appunto Picard,
siamo diventati tanto paurosi (o terribili e disgustosi) da condannare
un uomo solo perché porta del sangue di un nostro attuale nemico?
Il
quadro che ci si presenta in questo episodio è agghiacciante. Un innocente
deve nascondere le proprie vere origini per poter essere rispettato e,
soprattutto, per non essere vittima di infondati sospetti. Inoltre, anche
laddove l’evidenzia lo nega, una persona viene ritenuta sospetta anche
solo per motivi che possono essere legati alla sua razza, al suo credo
o al suo aspetto.
E’ ciò che avveniva nel passato, è ciò che avviene tutt’oggi ed purtroppo
è ciò che non si sembra essere riusciti a debellare nemmeno nel futuro.
E’ inutile negare come ognuno di noi, a volte anche inevitabilmente, tenda
a sospettare, o più semplicemente a temere o diffidare di qualcuno che
per aspetto o credo, pelle o modo di porsi si presenta diverso da noi.
O ancora più come si tenda a generalizzare, accomunando a tutti i suoi
membri caratteristiche comuni solo ad alcuni dei rappresentanti di tale
gruppo. Il pregiudizio è forse la peggiore delle nostre debolezze, anche
perché ci blocca nel nostro evolverci e ci impedisce di crescere come
forme di vita. In Star Trek tutto questo sembrava essere superato, ma
è bastata una donna ossessionata per far ricrescere l’erba del sospetto,
in un luogo, come l’Enterprise, dove finora erano regnati principi basilari
come uguaglianza e giustizia.
Infatti,
per esempio, Satie trova in Worf terreno fertile nella sua caccia: ben
è infatti risaputo il suo odio verso i romulani, a ciò inoltre si somma
il fatto che sia il Klingon che Tarses (che gli altri eventuali membri
della cospirazione a bordo della nave) sarebbero accusati proprio di quello
di cui ingiustamente fu accusato suo padre.
Ma chi sono alla fine i veri cattivi? Coloro su cui cadono i nostri sospetti
o le persone che, senza giustificato motivo, seminano odio ai quattro
venti mascherandolo per giustizia e rettitudine, odio che poi si cosparge
a macchia d’olio (si veda appunto l’esempio sopraccitato di Worf, al quale
Satie alimenta il suo odio verso i Romulani e, in contraccambio, Worf
la aiuta sostenendo la colpevolezza di Tarses).
A questa domanda saggiamente Picard fa notare:
“Signor Worf, i cattivi che si arricciano i baffi sono facili da scovare.
Ma quelli che si nascondono sotto bei abiti eleganti sono ben camuffati.”
Ebbene
sì: in fondo l’unico vero cattivo della puntata (se si esclude il Klingon,
che comunque confessa fin da subito il suo crimine) é il pregiudizio,
incarnato dalla figura di Satie, portato avanti inoltre dalla figura di
Worf.
E sul pregiudizio Picard cita lo stesso Satie, padre dell’ammiraglio:
“Con il primo anello, si é già fatta la catena. (…)E la prima volta
che calpesteremo la libertà di un uomo, questo ci danneggerà tutti”
Con queste parole Picard chiude qualsiasi sospetto, qualsiasi fantomatica
cospirazione. L’ammiraglio indignata si alza, urla contro Picard e lascia
la stanza. E’ stata sconfitta: ha trovato davanti a sé persone in grado
di capire fin dove è lecito spingersi in un sospetto, non accecati da
pregiudizio o rabbia repressa.
All’inizio dell’episodio, il Klingon sotto inchiesta dice rivolto a Picard
e al suo equipaggio:
“Mi accusate perché sono un Klingon!”
Se ciò fosse vero, Satie avrebbe invece trovato terreno fertile per spargere
i semi dell’odio che essa aveva portato a bordo. Ma le persone evolute
che sono i nostri beniamini ha fatto sì che ciò non accadesse. Ma questa
vicenda lascia un segno indelebile, come un prezzo da pagare, come dice
Picard alla fine.
“Ma lei, o qualcuno come lei, sarà sempre in mezzo a noi, aspettando
il giusto clima in cui fiorire…spargendo odio in nome della giustizia:
vigilanza, signor Worf, questo è il prezzo che dovremo continuamente pagare!”
Ed è, ahinoi, il prezzo che stiamo oggigiorno pagando noi tutti!
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