Sono
ormai alcune settimane che la qui presente redattrice sta manifestando
evidenti sintomi di instabilità mentale; un po’ più che in passato,
sarebbe meglio dire. Ciondolo per la casa raddrizzando quadri, metto
in ordine camera mia due volte a settimana, fisso con sguardo perso
la finestra sul cortile suscitando complessi di paranoia nei vicini
che puliscono il balcone. Mettendomi di fronte al computer per scrivere
questo articolo, mi sono sentita come il protagonista di Shining; e
non mi stupirei se nei prossimi giorni qualcuno della mia famiglia trovasse
una pila di fogli fittamente riempiti dalla frase ‘Il mattino ha l’oro
in bocca’. O forse è già successo, dato che i coltelli di casa sono
stati misteriosamente nascosti e da un po’ di tempo vengo fatta mangiare
solo con posate di plastica. Insomma, amenità del genere, tutte rintracciabili
nel Manuale del Perfetto Maniaco Compulsivo. Cosa mi è successo, dirà
l’ignaro lettore prima di girare pagina e dimenticarsi per sempre del
più stupido inizio di articolo che abbia mai letto? E’ semplice: cado
in questo stato ogni autunno, in preda a un soffocamento provocato dalla
mancanza di quel senso di libertà che l’estate mi offre. Ma non si tratta
di una comune reazione dovuta al fatto che la routine giornaliera è
ripresa e gli esami universitari sono alle porte (cose che, in qualche
strano modo, mi piacciono); in parole povere, al fatto che “l’estate
sta finendo”. Grazie al cielo ancora non mi sento come se fossi precipitata
in una deprimente canzone dei Righeira. Il nocciolo della questione
risiede nel legame che il periodo estivo ha, nella mia mente, con la
possibilità di muovermi senza ostacoli e particolari responsabilità,
condizione che svanisce durante il resto dell’anno. Per me il termine
“estate” ha sempre significato preparare le valigie e partire, senza
fare troppo caso alla destinazione; non è legato al desiderio di riposo
che molti avvertono dopo un anno lavorativo privo di sosta, ma all’occasione
di acquisire un tipo di conoscenza accessibile solo tramite l’esperienza
sul campo e al bisogno di dotare di forma concreta l’irrequietezza che
mi piace coltivare. Quest’anno non ho avuto modo di viaggiare, e ne
sento forte la mancanza. L’estate è il tempo del divenire, del placido
scorrere degli eventi; io lo celebro col puntuale pellegrinaggio presso
stazioni e aeroporti, luoghi che mi affascinano più di qualunque altra
metropoli, spiaggia o panorama al mondo: cosa posso farci, per mia natura
alla realizzazione preferisco l’aspettativa.
Adoro
osservare chi è in procinto di partire, immaginare la varietà delle
vite che si intrecciano presso una banchina o in una sala di attesa,
scrutare bagagli e documenti (per puro spirito di filantropia, che avete
capito?). E sopra ogni cosa amo l’eccitazione preliminare al viaggio,
l’inquieta attesa dell’arrivo a destinazione (meglio se a bordo di un
treno) e il placido, malinconico scorrere del tragitto di ritorno, durante
il quale è lecito ostentare, anche dopo due soli giorni di lontananza,
una certa aria di serena superiorità. Lo sguardo del viaggiatore sulla
strada di casa, elemento fondamentale dell’aria di cui sopra, è un’arte
da imparare e va esercitata con consumata perizia. Nel bel film di Jane
Campion “Ritratto di signora” la protagonista Nicole Kidman ne esibisce
uno di prima categoria: verso la fine della vicenda, a bordo di un treno,
l’attrice fissa il panorama oltre il finestrino, ma è come se vi stesse
guardando attraverso. Il suo sguardo, trasognato ma non distratto, ha
la profondità di chi sta osservando la realtà in trasparenza; gli occhi
socchiusi paiono intenti a scrutare quanto li circonda con una nuova
maturità, e sembrano avere accesso a una zona d’ombra proibita a chi
non ha seguito lo stesso percorso di andata. Non si tratta solo di una
bella espressione sul volto di una brava interprete; è una cartolina
ricordo.
Se
il discorso appena fatto vi è suonato come una stramberia, probabilmente
muovervi per voi significa dovere sempre arrivare da qualche parte;
ma se vi ha suscitato anche un vago ricordo, potreste essere affetti
dalla malattia che gente molto più importante e vecchia di noi, facendone
quasi una bandiera, ha chiamato “orrore del domicilio”. Bruce Chatwin
e Baudelaire sono due esempi; è stato il secondo a coniare il termine
di cui ora ci stiamo occupando, scrivendo diffusamente della sua “grande
maladie: horreur de domicile”. Il poeta francese si sentiva più a suo
agio nei luoghi di transito (stazioni, porti, stanze d’albergo) che
in quelli della sua vita quotidiana. Trasferitosi nella casa materna
in seguito a una rottura sentimentale, trascorreva l’intera giornata
sulla banchina osservando le navi e immaginando rotte esotiche.
Tuttavia, anche se fra le mura di casa vostra vi trovate benissimo e
non provate il minimo orrore (un termine eccessivo, d’accordo) nel sentirle
chiuse intorno a voi, ammetterete di avere sognato qualcosa del genere
almeno una volta. Non ne sarete stati ossessionati magari, e altrettanto
probabilmente vi sarà successo solo in circostanze particolari della
vita, come in seguito a una delusione o in un momento di amarezza. Chissà,
potrebbe anche esservi rimasto il cruccio di non avere realizzato certe
vostre fantasie di viaggio. Comunque per alcuni è forse meglio così,
poiché non tutti sono pronti a raggiungere un posto a lungo vagheggiato:
quando il desiderio è soddisfatto, spesso viene subito rimpiazzato da
una nuova aspettativa di partenza, ed è difficile accettare di fermarsi
una volta raggiunto il limite; soprattutto, partire non risolve nessun
problema quando questi sono dentro di noi. La soddisfazione è un extra
da lasciare a casa, in un cassetto. E infatti i veri viaggiatori sono,
insieme ai comici, tra le persone più malinconiche che io conosca, forse
perché il fatto di spingersi oltre certi confini e di avere a disposizione
un quadro più generale della realtà rende loro poco semplice la spensieratezza.
Comunque, anche se non siete degli esperti in materia, credo proprio
che lasciarsi andare a fantasie di rotte sconosciute sia inevitabile
ogni tanto. Dopotutto il viaggio è una condizione fondamentale dell’animo
umano. E’ un terreno fertile per ragionare su profonde tematiche esistenziali,
oltre che il simbolo di quella spinta alla ricerca che, nel mondo naturale,
ci ha sempre motivato nella nostra corsa all’evoluzione.
Sinceramente
non ho visto molto di Enterprise, la nuova serie. Tuttavia ho potuto
apprezzarne la sigla iniziale (la trovate allegata allo Stim n°30),
che rappresenta una perfetta sintesi in immagini di come Star Trek abbia
costituito per anni una piccola banchina da cui sognare rotte ben più
che esotiche, godendo di panorami quasi privi di linee di orizzonte.
La sigla è un collage di filmati e fotografie che riguardano la conquista
umana della geografia, partita da terra e oceano per giungere fino al
cielo. Dall’esplorazione di un luogo naturalmente limitato si passa
all’ascesa verso l’infinito, dove per definizione non possono esistere
frontiere: mentre la nostra Terra si ripiega su se stessa, il viaggio
tra le stelle (nonostante in senso fisico non lo sia affatto) appare
come un solo, immenso rettilineo di cui non si intravede la fine. A
un certo punto la fantasia si intreccia alla realtà, facendo seguire
a ordinari lanci di razzi e shuttle quello immaginario del primo velivolo
a curvatura della storia, la Phoenix di Zefram Cochrane come l’abbiamo
vista nel film “Primo contatto”. Le splendide sequenze, appena disturbate
dall’insipida canzone di accompagnamento (gusti personali, per carità)
comunicano con sorprendente coinvolgimento il sapore di libertà di cui
tutto Star Trek è impregnato. Il viaggio, visto nell’accezione suggerita
proprio dalla sigla di Enterprise, è una componente irrinunciabile della
filosofia trek: significa esplorare, scoprire, raggiungere frontiere
geografiche e contemporaneamente psicologiche, indagando in se stessi
oltre che fra le stelle. E proprio questo abbinamento racchiude il nucleo
dello sconfinato senso della libertà presente in Star Trek. La stragrande
maggioranza dei personaggi, infatti, riesce ad affrontare il viaggio
senza fuggire dai propri timori: anche chi ha un carattere debole o
è meno intenzionato a regolare i conti con il passato alla fine si trova
ad affrontarli; questo garantisce la vera, profonda libertà, in quanto
dona a ciascuno la privata consapevolezza necessaria per affrontare
il lungo tragitto senza che questo sia una banale fuga dal proprio io.
Quando ci si trascinano dietro i propri guai la destinazione non conta.
Viaggiare in questo modo può forse rappresentare un palliativo, ma non
offre nulla più che temporaneo sollievo, e alla lunga rende solo più
inquieti senza sgravare l’oppressione da cui si è afflitti.
La dualità fra luoghi geografici e mondo interiore si è presentata fin
dal primo istante e non ha mai cessato di esistere, dalla Tos a Voyager,
trovando soddisfazione soprattutto in quest’ultima serie. B’elanna,
Tom Paris, Seven, la Janeway, Chakotay: tutti questi personaggi, e molti
altri che non ho avuto modo di citare, sono impegnati in una costante
lotta con un passato alle volte scomodo, altre semplicemente irrisolto.
La famiglia, la Federazione, i legami in senso generale sono lontani
migliaia di anni luce costituendo un’occasione unica perché ciascuno
analizzi la propria situazione e abbia la possibilità di trovare, come
infatti accade, un equilibrio personale. Ma il fatto che in Voyager
questo processo appaia più evidente, proprio a causa dello status di
vagabondi in cui si trovano i protagonisti, non significa che in altre
serie non si verifichi la stessa situazione. Per quanto riguarda la
Tos, questo aspetto è stato forse maggiormente esplorato sul grande
schermo che nelle tre stagioni televisive, ma è ben presente; e infatti
la chiusura di “Star Trek VI-Rotta verso l’ignoto” restituisce tutta
l’importanza del viaggio per Kirk e compagni, dando l’illusione che
potrà continuare in eterno.
Lo
stesso accade in Tng, nonostante un episodio contribuisca a distruggere
la fedele compagna di sempre, la velocità a curvatura. L’imputato è
“Inquinamento spaziale”, della settima stagione: la scoperta di una
razza minacciata dall’uso della curvatura, e soprattutto l’imposizione
di un limite massimo di velocità, sono colpi bassi inferti allo spettatore;
per fortuna gli avvenimenti dell’episodio cadono subito nel dimenticatoio
senza conseguenze sulle altre serie. Confidando nell’introduzione di
una marmitta catalitica, mi permetto di commentare quanto sia fastidioso
sapere che esiste una falla nelle basi stesse di Star Trek, la cui libertà
di esplorazione e movimento, dando per scontato che si possa mettere
in discussione tutto il resto, dovrebbe essere intoccabile. Giunti a
DS9 ci troviamo invece di fronte a un’apparente staticità geografica,
se messa a confronto con le precedenti esperienze: essa è comunque bilanciata
da un’attenzione maggiore riguardo al viaggio psicologico, letto più
che altro nella sfumatura di percorso spirituale. Bajor, Cardassia,
Qo’nos, il Quadrante Delta, Romulus, la Terra sono solo tappe di un
viaggio in perenne mutamento; ma lo sono anche le stesse serie, ed Enterprise
per ultima. Un viaggio nello spazio, l’unico luogo che sia abbastanza
grande da soddisfare l’impulso al movimento, all’irrequietezza, al divenire
presente in tutti noi.
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