L'ORRORE DEL DOMICILIO
di
Chiara Salvioni


Sono ormai alcune settimane che la qui presente redattrice sta manifestando evidenti sintomi di instabilità mentale; un po’ più che in passato, sarebbe meglio dire. Ciondolo per la casa raddrizzando quadri, metto in ordine camera mia due volte a settimana, fisso con sguardo perso la finestra sul cortile suscitando complessi di paranoia nei vicini che puliscono il balcone. Mettendomi di fronte al computer per scrivere questo articolo, mi sono sentita come il protagonista di Shining; e non mi stupirei se nei prossimi giorni qualcuno della mia famiglia trovasse una pila di fogli fittamente riempiti dalla frase ‘Il mattino ha l’oro in bocca’. O forse è già successo, dato che i coltelli di casa sono stati misteriosamente nascosti e da un po’ di tempo vengo fatta mangiare solo con posate di plastica. Insomma, amenità del genere, tutte rintracciabili nel Manuale del Perfetto Maniaco Compulsivo. Cosa mi è successo, dirà l’ignaro lettore prima di girare pagina e dimenticarsi per sempre del più stupido inizio di articolo che abbia mai letto? E’ semplice: cado in questo stato ogni autunno, in preda a un soffocamento provocato dalla mancanza di quel senso di libertà che l’estate mi offre. Ma non si tratta di una comune reazione dovuta al fatto che la routine giornaliera è ripresa e gli esami universitari sono alle porte (cose che, in qualche strano modo, mi piacciono); in parole povere, al fatto che “l’estate sta finendo”. Grazie al cielo ancora non mi sento come se fossi precipitata in una deprimente canzone dei Righeira. Il nocciolo della questione risiede nel legame che il periodo estivo ha, nella mia mente, con la possibilità di muovermi senza ostacoli e particolari responsabilità, condizione che svanisce durante il resto dell’anno. Per me il termine “estate” ha sempre significato preparare le valigie e partire, senza fare troppo caso alla destinazione; non è legato al desiderio di riposo che molti avvertono dopo un anno lavorativo privo di sosta, ma all’occasione di acquisire un tipo di conoscenza accessibile solo tramite l’esperienza sul campo e al bisogno di dotare di forma concreta l’irrequietezza che mi piace coltivare. Quest’anno non ho avuto modo di viaggiare, e ne sento forte la mancanza. L’estate è il tempo del divenire, del placido scorrere degli eventi; io lo celebro col puntuale pellegrinaggio presso stazioni e aeroporti, luoghi che mi affascinano più di qualunque altra metropoli, spiaggia o panorama al mondo: cosa posso farci, per mia natura alla realizzazione preferisco l’aspettativa.

Adoro osservare chi è in procinto di partire, immaginare la varietà delle vite che si intrecciano presso una banchina o in una sala di attesa, scrutare bagagli e documenti (per puro spirito di filantropia, che avete capito?). E sopra ogni cosa amo l’eccitazione preliminare al viaggio, l’inquieta attesa dell’arrivo a destinazione (meglio se a bordo di un treno) e il placido, malinconico scorrere del tragitto di ritorno, durante il quale è lecito ostentare, anche dopo due soli giorni di lontananza, una certa aria di serena superiorità. Lo sguardo del viaggiatore sulla strada di casa, elemento fondamentale dell’aria di cui sopra, è un’arte da imparare e va esercitata con consumata perizia. Nel bel film di Jane Campion “Ritratto di signora” la protagonista Nicole Kidman ne esibisce uno di prima categoria: verso la fine della vicenda, a bordo di un treno, l’attrice fissa il panorama oltre il finestrino, ma è come se vi stesse guardando attraverso. Il suo sguardo, trasognato ma non distratto, ha la profondità di chi sta osservando la realtà in trasparenza; gli occhi socchiusi paiono intenti a scrutare quanto li circonda con una nuova maturità, e sembrano avere accesso a una zona d’ombra proibita a chi non ha seguito lo stesso percorso di andata. Non si tratta solo di una bella espressione sul volto di una brava interprete; è una cartolina ricordo.

Se il discorso appena fatto vi è suonato come una stramberia, probabilmente muovervi per voi significa dovere sempre arrivare da qualche parte; ma se vi ha suscitato anche un vago ricordo, potreste essere affetti dalla malattia che gente molto più importante e vecchia di noi, facendone quasi una bandiera, ha chiamato “orrore del domicilio”. Bruce Chatwin e Baudelaire sono due esempi; è stato il secondo a coniare il termine di cui ora ci stiamo occupando, scrivendo diffusamente della sua “grande maladie: horreur de domicile”. Il poeta francese si sentiva più a suo agio nei luoghi di transito (stazioni, porti, stanze d’albergo) che in quelli della sua vita quotidiana. Trasferitosi nella casa materna in seguito a una rottura sentimentale, trascorreva l’intera giornata sulla banchina osservando le navi e immaginando rotte esotiche.
Tuttavia, anche se fra le mura di casa vostra vi trovate benissimo e non provate il minimo orrore (un termine eccessivo, d’accordo) nel sentirle chiuse intorno a voi, ammetterete di avere sognato qualcosa del genere almeno una volta. Non ne sarete stati ossessionati magari, e altrettanto probabilmente vi sarà successo solo in circostanze particolari della vita, come in seguito a una delusione o in un momento di amarezza. Chissà, potrebbe anche esservi rimasto il cruccio di non avere realizzato certe vostre fantasie di viaggio. Comunque per alcuni è forse meglio così, poiché non tutti sono pronti a raggiungere un posto a lungo vagheggiato: quando il desiderio è soddisfatto, spesso viene subito rimpiazzato da una nuova aspettativa di partenza, ed è difficile accettare di fermarsi una volta raggiunto il limite; soprattutto, partire non risolve nessun problema quando questi sono dentro di noi. La soddisfazione è un extra da lasciare a casa, in un cassetto. E infatti i veri viaggiatori sono, insieme ai comici, tra le persone più malinconiche che io conosca, forse perché il fatto di spingersi oltre certi confini e di avere a disposizione un quadro più generale della realtà rende loro poco semplice la spensieratezza. Comunque, anche se non siete degli esperti in materia, credo proprio che lasciarsi andare a fantasie di rotte sconosciute sia inevitabile ogni tanto. Dopotutto il viaggio è una condizione fondamentale dell’animo umano. E’ un terreno fertile per ragionare su profonde tematiche esistenziali, oltre che il simbolo di quella spinta alla ricerca che, nel mondo naturale, ci ha sempre motivato nella nostra corsa all’evoluzione.

Sinceramente non ho visto molto di Enterprise, la nuova serie. Tuttavia ho potuto apprezzarne la sigla iniziale (la trovate allegata allo Stim n°30), che rappresenta una perfetta sintesi in immagini di come Star Trek abbia costituito per anni una piccola banchina da cui sognare rotte ben più che esotiche, godendo di panorami quasi privi di linee di orizzonte. La sigla è un collage di filmati e fotografie che riguardano la conquista umana della geografia, partita da terra e oceano per giungere fino al cielo. Dall’esplorazione di un luogo naturalmente limitato si passa all’ascesa verso l’infinito, dove per definizione non possono esistere frontiere: mentre la nostra Terra si ripiega su se stessa, il viaggio tra le stelle (nonostante in senso fisico non lo sia affatto) appare come un solo, immenso rettilineo di cui non si intravede la fine. A un certo punto la fantasia si intreccia alla realtà, facendo seguire a ordinari lanci di razzi e shuttle quello immaginario del primo velivolo a curvatura della storia, la Phoenix di Zefram Cochrane come l’abbiamo vista nel film “Primo contatto”. Le splendide sequenze, appena disturbate dall’insipida canzone di accompagnamento (gusti personali, per carità) comunicano con sorprendente coinvolgimento il sapore di libertà di cui tutto Star Trek è impregnato. Il viaggio, visto nell’accezione suggerita proprio dalla sigla di Enterprise, è una componente irrinunciabile della filosofia trek: significa esplorare, scoprire, raggiungere frontiere geografiche e contemporaneamente psicologiche, indagando in se stessi oltre che fra le stelle. E proprio questo abbinamento racchiude il nucleo dello sconfinato senso della libertà presente in Star Trek. La stragrande maggioranza dei personaggi, infatti, riesce ad affrontare il viaggio senza fuggire dai propri timori: anche chi ha un carattere debole o è meno intenzionato a regolare i conti con il passato alla fine si trova ad affrontarli; questo garantisce la vera, profonda libertà, in quanto dona a ciascuno la privata consapevolezza necessaria per affrontare il lungo tragitto senza che questo sia una banale fuga dal proprio io. Quando ci si trascinano dietro i propri guai la destinazione non conta. Viaggiare in questo modo può forse rappresentare un palliativo, ma non offre nulla più che temporaneo sollievo, e alla lunga rende solo più inquieti senza sgravare l’oppressione da cui si è afflitti.

La dualità fra luoghi geografici e mondo interiore si è presentata fin dal primo istante e non ha mai cessato di esistere, dalla Tos a Voyager, trovando soddisfazione soprattutto in quest’ultima serie. B’elanna, Tom Paris, Seven, la Janeway, Chakotay: tutti questi personaggi, e molti altri che non ho avuto modo di citare, sono impegnati in una costante lotta con un passato alle volte scomodo, altre semplicemente irrisolto. La famiglia, la Federazione, i legami in senso generale sono lontani migliaia di anni luce costituendo un’occasione unica perché ciascuno analizzi la propria situazione e abbia la possibilità di trovare, come infatti accade, un equilibrio personale. Ma il fatto che in Voyager questo processo appaia più evidente, proprio a causa dello status di vagabondi in cui si trovano i protagonisti, non significa che in altre serie non si verifichi la stessa situazione. Per quanto riguarda la Tos, questo aspetto è stato forse maggiormente esplorato sul grande schermo che nelle tre stagioni televisive, ma è ben presente; e infatti la chiusura di “Star Trek VI-Rotta verso l’ignoto” restituisce tutta l’importanza del viaggio per Kirk e compagni, dando l’illusione che potrà continuare in eterno. Lo stesso accade in Tng, nonostante un episodio contribuisca a distruggere la fedele compagna di sempre, la velocità a curvatura. L’imputato è “Inquinamento spaziale”, della settima stagione: la scoperta di una razza minacciata dall’uso della curvatura, e soprattutto l’imposizione di un limite massimo di velocità, sono colpi bassi inferti allo spettatore; per fortuna gli avvenimenti dell’episodio cadono subito nel dimenticatoio senza conseguenze sulle altre serie. Confidando nell’introduzione di una marmitta catalitica, mi permetto di commentare quanto sia fastidioso sapere che esiste una falla nelle basi stesse di Star Trek, la cui libertà di esplorazione e movimento, dando per scontato che si possa mettere in discussione tutto il resto, dovrebbe essere intoccabile. Giunti a DS9 ci troviamo invece di fronte a un’apparente staticità geografica, se messa a confronto con le precedenti esperienze: essa è comunque bilanciata da un’attenzione maggiore riguardo al viaggio psicologico, letto più che altro nella sfumatura di percorso spirituale. Bajor, Cardassia, Qo’nos, il Quadrante Delta, Romulus, la Terra sono solo tappe di un viaggio in perenne mutamento; ma lo sono anche le stesse serie, ed Enterprise per ultima. Un viaggio nello spazio, l’unico luogo che sia abbastanza grande da soddisfare l’impulso al movimento, all’irrequietezza, al divenire presente in tutti noi.


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