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MICHAEL
ENDE
di Chiara
Salvioni
Vi
siete mai innamorati di un libro? Non avete mai amato uno di quei ‘parallelepipedi
di carta’ al punto da non poterlo abbandonare nemmeno fisicamente, portandovelo
dietro dall’ora di colazione al pranzo, e non riuscendo ad addormentarvi
la sera senza averlo messo al sicuro accanto a voi, vicino al letto? A
me è successo. “La Storia Infinita” è stato il primo libro per cui confesso
di avere perso letteralmente la testa. A dire la verità non è stato l’unico,
ne esiste almeno un altro –ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare
un’altra volta. Comunque sia, ero piccola; avrò avuto 9 anni, e leggendo
alcuni capitoli credo di avere consumato l’equivalente della biblioteca
di Alessandria in fazzoletti di carta. Chiudete un occhio sulla mia dichiarazione
d’amore, se non vi dice nulla. Si tratta di un piccolo, doveroso omaggio
a Michael Ende, uno degli scrittori fantastici più bravi del secolo appena
concluso. Scrittore fantastico, ma non sempre definito fantasy: il motivo
risiede in un vizio di forma, a mio parere. Anche se ne parleremo più
avanti, lasciatemi anticipare che a mio parere la convinzione che al suo
lavoro non vada attribuito l’aggettivo ‘fantasy’ è decisamente criticabile.
Comunque
sia, il signor Ende scriveva in modo splendido. Non solo: aveva anche
un’immaginazione fuori dai canoni ordinari, la quale, come sempre accade
quando è in dote a uno scrittore raffinato, spesso si fondeva con gli
archetipi della sua cultura, quella occidentale. Le immagini nate da questo
connubio sono descritte, o meglio cesellate, con tale ricchezza espressiva
da farle apparire quasi dipinte. Probabilmente è solo un esercizio sterile
fare discendere la superba qualità pittorica della scrittura di Ende dal
fatto che suo padre fosse il noto artista Edgar Ende; tuttavia appare
logico credere in un’educazione visiva privilegiata tramandata da genitore
in figlio, come suggeriscono l’abilità nel disegno di quest’ultimo e le
particolari analogie in temi e stile, simili a un gioco di specchi, fra
i dipinti di Edgar e i lavori letterari di Michael, entrambi visionari
e introspettivi.
A
prescindere dall’elevata qualità delle sue opere, una caratteristica fa
apparire Michael Ende particolarmente interessante ai nostri occhi: l’amore
per l’Italia. Lo scrittore, nato nel 1929, visse in Germania fino ai 42
anni, età in cui decise di trasferirsi con la famiglia vicino a Roma,
presso Genzano. La passione per il nostro paese divenne essenziale nelle
sue esperienze creative; come esempio esiste la franca ammissione riguardo
al romanzo “Momo” (pubblicato nel 1972): “E’ un tributo di gratitudine
verso l’Italia e allo stesso tempo una dichiarazione d’amore”.
L’idea che questo libro rappresenti un tributo verso l’Italia mi rende
quasi orgogliosa (non vorrei esagerare). Protagonista è la piccola Momo,
bambina senza età né origini dalle rare doti di ascoltatrice: di fronte
a lei chiunque si sente pronto a raccontare ciò che ha di più profondo
nel cuore e non oserebbe mai svelare. Grazie alle proprie doti un giorno
Momo scopre l’esistenza degli inquietanti Uomini Grigi, che stanno convincendo
gli esseri umani adulti a risparmiare tempo per depositarlo presso la
loro Banca; ma i minuti e i secondi vengono risparmiati sui passatempi,
le cose piacevoli, gli affetti, e chi sceglie di aprire un conto presso
la Cassa di Risparmio del Tempo si inaridisce. La storia di Momo, che
decide di lottare contro le misteriose entità che stanno trasformando
in persone prive di sentimento e immaginazione i suoi più cari amici,
è indubbiamente uno dei più bei romanzi scritti da Ende, in un elenco
che comprende titoli quali “Le avventure di Jim Bottone”, “Lo specchio
nello specchio”, “La prigione della libertà”, “La notte dei desideri”
e, ovviamente, il capolavoro “La Storia Infinita” (del 1979).
Ende
ha goduto di un ottimo successo di pubblico, soprattutto grazie ai famosissimi
“Momo” e “La Storia Infinita”, di gran lunga i libri più noti fra le opere
comprese in questo breve elenco. Ciò gli è valso anche l’approdo sul grande
schermo con diversi soggetti tratti proprio dai romanzi appena citati:
i tre film sulla Storia Infinita dagli esiti assai discutibili, di cui
il primo diretto da Wolfgang Petersen, che sta per tornare in azione con
il progetto “Batman contro Superman”; la serie televisiva canadese del
2001 “Tales from the Neverending Story” ignota in Italia; e, per quanto
riguarda “Momo”, il recente cartone animato italiano di Enzo D’Alò e un
grazioso film diretto da Johannes Schaaf (cui collaborò Ende stesso, che
aveva invece disconosciuto il lavoro di Petersen chiedendo alla produzione
di togliere il proprio nome dai titoli).
I film, comunque, non rendono giustizia alla bellezza dei romanzi da cui
sono tratti, i quali hanno la capacità di coniugare fiaba e filosofia:
bene o male, essi portano sullo schermo soltanto il primo aspetto, trasmettendo
al pubblico poco o nulla del secondo; un peccato che non si sia tentato
qualcosa di meglio soprattutto nel caso della Storia Infinita, il cui
romanzo è la miscela più riuscita da Ende fra i due elementi.
Il
protagonista è Bastiano Baldassarre Bucci, un ragazzino timido e impacciato
vessato dai coetanei, che un giorno ruba un libro chiamato “La Storia
Infinita”, marina le lezioni e si rifugia nel solaio della scuola per
dedicarsi alla lettura. Viene così a conoscenza di Fantàsia, landa immaginaria
governata da un’eterea creatura con fattezze infantili chiamata Infanta
Imperatrice. Misteriosamente malata, l’imperatrice invia il giovanissimo
pelleverde Atreiu in cerca di una cura che salvi lei e Fantàsia, la quale
sta scomparendo gradualmente, inghiottita dal Nulla. La cura consiste
nell’ideare un nuovo nome per l’Imperatrice, cosa che può essere fatta
soltanto da un umano: Bastiano, nella fattispecie. Egli inventa il nome
Fiordiluna e viene trascinato all’interno del libro. Gli viene donata
l’insegna più importante dell’Imperatrice, ovvero il medaglione Auryn,
il cui aspetto (due serpenti intrecciati che si mordono la coda) ricorda
vagamente l’Ouroboros degli alchimisti. Protetto dal potere di Auryn,
che gli permette di realizzare ogni desiderio, inizia così il suo viaggio
per Fantàsia, che contribuisce a creare con la propria volontà: quando
desidera compagnia giungono a lui degli amici, se desidera gloria sorge
una città in cui egli possa dimostrare coraggio, e così procedendo nuove
storie nascono e si intrecciano ricostruendo Fantàsia più grande e maestosa
di prima. Tuttavia Bastiano perde gradualmente la memoria e rischia, dimenticandosi
chi è fra gli umani, di non potere mai più tornare a casa…
Accertatevi
dell’edizione in vostro possesso: la versione voluta da Ende ha anche
precisi requisiti estetici. Grandi capilettera ornano l’inizio di ogni
capitolo; inoltre i brani riferiti al mondo reale sono stampati in inchiostro
rosso, quelli ambientati in Fantàsia con inchiostro verde. La spiegazione
di tale scelta è evidente se si ricorda che rosso e verde sono due colori
complementari, come le coppie giallo-viola e blu-arancio. Le coppie di
colori complementari sono stabilite in modo che l’occhio riproduca sempre
i colori fondamentali rosso, giallo e blu (il verde è infatti composto
dagli ultimi due): queste coppie definiscono pertanto una legge oggettiva
di armonia, indipendente dal gusto soggettivo, che si manifesta nella
necessità dell’occhio di riprodurre sempre i tre colori principali, aggiungendo
a quello osservato il colore fisiologico che completi la terna. Questa
spiegazione è doverosa, in quanto stiamo parlando di uno scrittore legato
a doppio filo col mondo della pittura. La coppia mondo reale-Fantàsia,
rappresentata dall’abbinamento rosso-verde, è complementare, riunita da
un bisogno naturale, oggettivo di armonia che non deve essere spezzato.
Comunque sia, lasciamo stare l’ottica. All’inizio di questo articolo accennavo
alla caratteristica delle opere di Ende di non essere ascrivibili a quanto
si considera generalmente vera e propria Fantasy. Credo che “La Storia
Infinita” si presti più di altri romanzi (“Momo” permettendo) a un’analisi
che, paradossalmente, sfati tale affermazione per certi aspetti e la confermi
per altri.
Innanzitutto le razze presenti nel libro non sono sicuramente quelle tipiche
del Fantasy: niente elfi, niente nani, nessun orco… Soltanto il mitico
drago della fortuna Fucur e un paio di gnomi, per la precisione il dotto
Enghivuc e la moglie, un po’ più rilevanti nei film che nel racconto.
Per il resto, la popolazione di Fantàsia è incredibilmente variegata,
un trionfo di inventiva: miriadi di personaggi intrecciano le proprie
storie con quella di Bastiano. L’immensa Fantàsia, poi, è un mondo parallelo
di tutto rispetto, perfettamente coerente e con regole precise che ne
determinano l’esistenza (come l’iter da compiere per accedere alla sorgente
dell’Acqua della Vita, o il fatto che l’Infanta Imperatrice possa essere
vista una volta sola). Il romanzo contiene persino quanto potrebbe essere
considerato il germe di una saga: le decine di storie iniziate da Bastiano
sono tutte prive di conclusione, e aspettano soltanto di essere narrate
per intero. Peccato solo che Ende non possa più farlo; ci sarebbe materiale
sufficiente per riempire una dozzina di volumi.
Infine
il tema della ‘Quest’, tanto caro al genere Fantasy da esserne uno dei
‘topoi’ fondamentali: viaggiare per lande sconosciute con l’intenzione
di portare a termine una particolare missione, che sia la ricerca di un
certo oggetto o la liberazione dal dominio di un malvagio nemico; e molto
spesso il viaggio da semplice mezzo si trasforma in fine ultimo della
narrazione. Trovo che “La Storia Infinita” non manchi di tale elemento
chiave. Anzi, Ende ne presenta una strepitosa rilettura, brillante e originale.
Innanzitutto di quest ne abbiamo addirittura due, una per ogni sezione
in cui possiamo idealmente ripartire il libro: la lotta contro il tempo
di Atreiu e il girovagare senza meta apparente di Bastiano.
Nei primi capitoli del romanzo il giovane pelleverde è impegnato in quella
che dai personaggi è chiamata ‘la Grande Ricerca’: trovare una cura per
l’Infanta Imperatrice, obiettivo che, se raggiunto, condurrà alla salvezza
dello stesso mondo di Fantàsia. Pertanto sembra che la personale quest
di Atreiu abbia un ben determinato scopo, e un marcato sentiero lungo
il quale procedere. Tuttavia egli non sa dove l’oggetto della Grande Ricerca
si trovi, né in cosa esso consista realmente: la sua corsa è dunque diretta
dall’istinto e dal caso verso una meta nebulosa. Eppure è il viaggio stesso
di Atreiu a costituirne lo scopo, in quanto leggerne le vicende permette
a Bastiano di raggiungere Fantàsia e salvarla dal Nulla; la sua immaginazione,
rinvigorita dalle avventure del giovane indigeno, sboccia nella consapevolezza
di essere parte del racconto. Senza che Atreiu se ne rendesse conto, non
vi era un luogo da raggiungere per completare la Grande Ricerca: egli
doveva semplicemente viaggiare.
Nel preciso istante in cui termina la Grande Ricerca inizia la quest di
Bastiano, ancora più oscura e indefinibile della precedente. Il motore
del viaggio di Bastiano è la semplice massima incisa su Auryn: “Fa’ ciò
che vuoi”, gli suggerisce il medaglione; in altre parole, “Desidera”.
Senza un obiettivo, egli vaga spinto dall’ingenua pulsione dei propri
desideri, che per merito (o colpa) del potente amuleto si avverano senza
esclusione. E in tale condizione, che molti lettori potrebbero anche ritenere
invidiabile, Bastiano conduce l’itinerario per le contrade di Fantàsia,
da lui stesso create o modellate a piacimento grazie agli istintivi moti
del suo pensiero. Tuttavia l’offerta scritta su Auryn è seducente almeno
quanto pericolosa; a ogni desiderio realizzato segue infatti la perdita
di un ricordo legato alla vita passata di Bastiano fra gli umani. Egli
dimentica la solitudine patita, la goffaggine, ma anche le piccole gioie
di bambino. Il viaggio di Bastiano è allora un viaggio di perdita, necessaria
e ineluttabile, della propria identità; eppure, mentre il suo Io si dissolve,
una smagliante, nuova Fantàsia sorge dalle ceneri, plasmata dal continuo
desiderare.
E’
a questo punto che le due quest si intrecciano per rivelarsi nella loro
reale natura, ovvero essere tappe di un unico lungo viaggio. Affinché
la missione di Atreiu, che già lo pareva, sia davvero completa, insieme
a Fantàsia deve salvarsi anche Bastiano: Atreiu lo comprende e gli permette
di tornare nel mondo degli umani offrendosi di terminare al suo posto
tutte le vicende iniziate e mai finite; ossia i numerosi brani che nel
romanzo sono chiusi dall’identica frase “Ma questa è un’altra storia,
e si dovrà raccontare un’altra volta”.
Originale è il modo in cui i due viaggi confluiscono in un’unica, grande
ricerca, ma non solo; è anche il delicato equilibrio tra annichilazione
e rinascita mantenuto dal percorso di Bastiano, il quale svanisce gradualmente
mentre nuovi luoghi crescono lussureggianti, ed è comunque obbligato a
svanire per se stesso oltre che per Fantàsia; deve annullarsi fino all’ultima
briciola per potere risorgere in una rinnovata identità, come l’Araba
Fenice. Ciò pone due interessanti quesiti innanzitutto riguardo a quanto
i nostri ricordi rappresentino ciò che siamo, e poi sul modo in cui i
desideri pilotano la nostra esistenza. Non credo di commettere un’eresia
sostenendo che quanto scritto da Ende suggerisce una quasi totale identificazione
con le nostre memorie: noi siamo ciò che ricordiamo. Il nostro stesso
nome sarà forse una mera convenzione, ma rappresenta l’ultimo baluardo
contro la non esistenza quando tutto il resto è scomparso. Ogni ricordo,
piacevole o doloroso che sia, concorre a renderci le creature che siamo,
circondando di carne il magro scheletro costituito dalle nostre ‘disposizioni
naturali’.
Per l’inconsapevole Bastiano, poi, i ricordi rappresentano una preziosa
merce di scambio, la moneta per pagare la realizzazione di un desiderio.
In una stretta analogia con la vita reale, il viaggio di Bastiano ha per
forza propulsiva la volontà di desiderare. A spingerlo non è tanto la
consapevolezza che in virtù di Auryn i suoi desideri si avvereranno puntualmente.
Dopotutto essere esaudito significa perdere una parte di sé. Invece a
motivarlo è il periodo di tempo fra un’aspirazione e l’altra. Il desiderio
è uno stato d’essere, e per questo non è detto che necessiti di una realizzazione
concreta. L’elaborazione dei desideri è complessa, spesso lunga: essi
devono maturare, crescere silenziosamente, e solo al termine di una travagliata
gestazione, quando sbocciano nel cuore di Bastiano, egli ne avverte la
presenza e li esprime. Appena formulati appassiscono portando con loro
nell’oblio un frammento di memoria.
Quando
l’ultimo desiderio si dissolve, arriva la fine della vita; o meglio, la
fine della vita in Fantàsia per Bastiano. E al termine di tutto, dopo
avere voluto essere qualcun altro, un ragazzo più coraggioso, bello, adorato,
potente, dopo avere letteralmente scavato negli abissi del proprio inconscio
(le miniere di Yor ne sono il simbolo), Bastiano trova l’unico vero desiderio
possibile: tornare a essere quanto era prima, guidato dalla fioca ma persistente
luce dell’unico legame affettivo che gli rimane fra gli umani, quello
con il padre.
Qual è dunque il profondo significato del viaggio di Bastiano, l’elemento
che dovrebbe ergerlo a metafora del modo in cui conduciamo la nostra vita?
Il nostro scopo è forse trovare il desiderio giusto? Magari riporre fiducia
nei legami con i nostri simili e imparare a non nascondere l’affetto?
Oppure capire che del desiderio è più l’attesa che la soddisfazione ciò
che veramente amiamo?
Tutto ciò è soggettivo. Che ciascuno legga nel viaggio di Bastiano ciò
che più preferisce. Dopotutto la storia è infinita proprio per questo:
si può leggere lo stesso libro, ma dando un nome diverso all’Infanta Imperatrice
(e di nomi se ne trovano a bizzeffe) la storia sembra un’altra.
Di oggettivo c’è che rispetto ai desideri si trova la stessa sospensione
di giudizio qualitativo vista a proposito dei ricordi, i quali in principio
non sono né buoni né cattivi. Quelle che noi potremmo definire, con la
lucidità di giudizio dell’osservatore esterno, pessime scelte di Bastiano
sono in realtà importanti esattamente quanto le decisioni più sagge: se
ne mancasse anche una soltanto, il ragazzo non riuscirebbe a tornare a
casa. Nel disegno complessivo delle cose gli errori sono tasselli fondamentali.
Queste ultime considerazioni ci portano direttamente alla questione del
confronto fra bene e male. Tale dicotomia è una costante del Fantasy,
anche se spesso, secondo la sensibilità dell’autore, non arriva a sfociare
nel manicheismo: ovvero il confine tra bene e male esiste sempre, anche
quando è labile, confuso, non nettamente marcato. Nella Storia Infinita
no. Non c’è scontro fra bene e male. Non vi sono buoni o cattivi; persino
Ygramul Le Molte, il lupo mannaro Mork o Xayde, i personaggi più prossimi
a essere considerati malvagi, compiono gesti necessari affinché la vicenda
si concluda positivamente. Alle basi di tale situazione vi è una precisa
scelta stilistica, che può essere riassunta tramite le parole rivolte
da Ygramul ad Atreiu: “L’Infanta Imperatrice lascia a tutte le sue creature
la libertà di essere ciò che sono. Per questo anche Ygramul si inchina
davanti alle sue insegne”. Lo scontro è pertanto fra essere e non essere:
è questa la lotta di Fantàsia, che combatte per non essere inghiottita
dal Nulla, e di Bastiano, a un passo dalla cancellazione della propria
identità. Il male secondo Ende può allora essere visto, in questa accezione,
come la scomparsa dell’immaginazione e la metamorfosi in bugie degli abitanti
del mondo fantastico; e se a questi elementi uniamo quelli che possiamo
trovare, ad esempio, nel romanzo “Momo”, ovvero la frenesia della società
industriale, la freddezza di certa tecnologia adoperata nel tempo libero,
la mancanza di comunicazione, ecco che il male per Ende assume la forma
dell’aridità del mondo contemporaneo.
Un mondo che nega l’esistenza delle fiabe e rifiuta di considerare l’immaginazione
una risorsa fondamentale; un mondo che non riesce più a capire cosa è
realmente importante e ha tagliato ogni contatto con le proprie tradizioni.
Ende, morto nel 1995 proprio in Italia, ha offerto un significativo contributo
per dare un po’ di respiro a questo mondo affannato. Ha trovato un modo
per salvare Fantàsia: ha costruito un ponte per raggiungerla, una strada
accessibile a chiunque di noi.
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