LA GRANDE ILLUSIONE
di
Chiara Salvioni


Se state leggendo questa folle rivista elettronica chiamata Stim, e se avete avuto tanta pazienza da arrivare fino a questo punto, in fondo alla pagina, le possibilità sono due: o siete miei parenti (sì, nonna, so che sei una mia affezionata lettrice) o amate Star Trek. Ho una famiglia numerosa e quindi è più probabile che apparteniate alla prima categoria, ma nel caso in cui rientriate nella seconda capirete senza dubbio meglio del mio parentado il discorso che sto per affrontare. Non vi sto chiedendo di fare ‘outing’, ovvero di dichiararvi apertamente, ma se siete qui è perché amate Star Trek. Non importa in quale misura, può anche darsi che non siate dei puri trekker o non vogliate definirvi tali: ma se vi trovate in questo luogo, e state leggendo queste righe, è perché un giorno avete visto un telefilm in cui le porte si aprono da sole e il caffè si materializza a comando e avete notato qualcosa che vi ha affascinato. Che poi si tratti di un dettaglio, un personaggio, un argomento trattato, il modo in cui una trama è stata sviluppata oppure tutto quanto in blocco ha poco rilievo. L’importante è che abbiate trovato un motivo per apprezzare quella strana serie televisiva che alla gente intorno a voi, magari, diceva ben poco e per essere qui, oggi, a leggere le nostre divagazioni sul tema.
E senza che dobbiate per forza essere un puro trekker, il quale ha infiniti motivi per amare Star Trek (lo riconoscerete dalla crisi di panico che avrà quando gli chiederete di spiegare perché gli piace). Di motivazioni è sufficiente averne poche, basta che sia scattata la scintilla; basta che siate andati oltre la forma e abbiate colto la sostanza: ed eccovi magicamente passati dalla fase “Chi sono quegli individui in pigiama?” alla meno salutare “Sono le 3 di notte, accendi la TV che c’è TNG su Tele Viggiù Libera”. Be’, magari con qualche gradazione intermedia, d’accordo.

L’italiano medio è arenato nei ghiacci perenni della prima fase e possiede la tendenza a guardare con malcelata superiorità chi ha saltato il fosso. Per questa ragione il problema del rapporto tra forma e sostanza si manifesta, per il vero appassionato di Star Trek, in maniera particolarmente pressante. Come spiegare senza suscitare risate la profondità che si cela dietro l’apparenza di un allampanato individuo dalle orecchie a punta pettinato con un’inverosimile frangetta? O illustrare l’evoluzione di un personaggio come Seven of Nine a un amico ignaro, evitando che costui si metta a guaire dopo avere capito di chi si tratta?
Insomma, a causa di questi frequenti esercizi noi innamorati di Star Trek siamo abituati a saltellare senza soluzione di continuità come degli equilibristi tra forma e sostanza; a sezionare la prima, fare emergere la seconda, interpretarla e tornare daccapo per vedere l’operazione nel suo insieme. Siamo il Circo Barnum degli appassionati di fantascienza.

Meglio non prendersela. Infatti sono tempi, questi, in cui le nostre abilità circensi possono tornare utili: nei giorni in cui il dominio della forma intesa come puro aspetto esteriore sembra schiacciante, le capacità analitiche del trekker (o approssimabile a tale) in questo campo non hanno prezzo. Ciò vale nel senso più vasto, dato che l’attenzione per la sola forma si estende, in sempre più appartenenti alla nostra società, dalla parvenza fisica all’espressione di giudizi su un argomento conoscendone unicamente pochi dati superficiali. Si tratta di uno di quei casi in cui assistere a un buon episodio può rivelarsi ottimo esercizio mentale, perché la tematica del superamento della forma e dell’indagine condotta sotto la coltre dell’apparenza è spesso presente in Star Trek; ne viene saggiata l’incidenza su un gran numero di situazioni, dall’analisi delle radici del razzismo alla più intima esplorazione della vita sentimentale di alcuni personaggi. Il particolare rilevante è che nel complesso non viene mai offerta una strada banale per la risoluzione del dualismo forma/sostanza: sono pochi i casi in cui si sostiene che la forma è irrilevante e bisogna guardare unicamente alla sostanza, risposta da ‘Manuale delle Giovani Marmotte’; nella maggior parte delle situazioni, invece, l’una è specchio dell’altra.
L’esempio più eclatante è rappresentato dal modo in cui le creature aliene si manifestano in Star Trek, discorso cui va anteposta una rapida premessa. Uno degli aspetti che ho sempre ritenuto essere più interessanti in questa serie è l’incontro con l’alterità. Il modo in cui si realizza concretamente e i canoni seguiti per la sua rappresentazione sono spesso lontani anni luce dal restante mondo fantascientifico. Laddove, per fare un piccolo esempio, i quattro film di Alien o il telefilm X-Files hanno sempre proposto situazioni di estrema incomunicabilità con i cosiddetti ‘extraterrestri’, Star Trek offre un approccio conciliante, in cui la possibilità di dialogare esiste anche quando appare remota; ciò è vero a meno di pochi casi sporadici, come l’invasione aliena di “Cospirazione” (TNG) o l’ambigua incursione psichica di “Visioni mentali” (Voyager): rari episodi in cui gli alieni appaiono davvero distanti, privi di una chiave di interpretazione e perciò assai temibili. Questo non inficia l’atteggiamento generale tenuto nei confronti delle varie razze aliene. Simbolo di quell’incontro con l’alterità che la serie è quindi sempre stata in grado di rappresentare più che degnamente, il loro aspetto esteriore è estremamente funzionale al contenuto; in altre parole, la loro presenza non ha lo stesso valore che può invece assumere, ad esempio, in Star Wars, dove le fantasiose figure aliene non fanno altro che comporre un variegato zoo. Le razze presenti in Star Trek (e a tale scopo vi invito a leggere su queste stesse pagine gli ottimi articoli di Davide Galati nell’apposita rubrica) non sono dunque concepite allo scopo di generare un’atmosfera esotica, fine a se stessa.

Mi piace pensare ai Borg come ai principali rappresentanti di questo fenomeno, il migliore connubio alieno tra forma e sostanza. Essi appaiono unici fin dal primo istante, con armi invincibili e navi rivoluzionarie, inquietanti nella loro linearità: un semplice Cubo Borg era sufficiente a fare capire che non ci sarebbe stato alcuno scampo; certo, anni prima che qualcuno si inventasse la Sfera Borg, il Tetraedro Borg, il Bastoncino Findus Borg e altre amenità del genere. Ma ciò che realmente terrorizzava era l’aspetto dei singoli individui. La pelle bianchiccia, dall’aspetto malato, suggerisce l’assenza di un’anima, e la frammentazione del corpo in svariati congegni tecnologici, ciascuno con una mansione privilegiata, rimanda alla struttura sociale dei Borg: un’unica entità in cui doveri e occupazioni sono distribuiti nel modo più funzionale possibile, ma in cui nessuno potrebbe esistere indipendentemente. Testimonianza del fatto che i Borg rappresentano l’ideale amalgama alieno tra forma e sostanza è la loro decadenza, avvenuta su entrambi i versanti. Man mano che i Borg hanno perso mordente, da “Il ritorno dei Borg” (TNG) alle ultime stagioni di Voyager, passando per il pur bello “Primo Contatto”, la loro qualità visiva di tipo gotico è stata gradualmente rimpiazzata da una ridondanza barocca; la combinazione di colori grigio-nero è scomparsa lasciando spazio al verde, che dona a questa razza un tocco quasi grandguignolesco.

Quindi, per tornare al discorso principale, forma intesa come aspetto fisico, personificazione della sostanza rappresentata da ciascuna razza. Dopotutto l’aspetto esteriore è probabilmente una delle prime cose che ci vengono in mente quando cerchiamo di abbinare un’idea al concetto di forma, e Star Trek l’ha frequentemente sfruttato come espediente per parlare di svariati problemi. Consideriamo gli episodi della Serie Classica “Sia questa l’ultima battaglia” e “Il mostro dell’oscurità”: sono due esempi di utilizzo della forma come espediente per parlare d’altro, in particolare di razzismo nel primo caso, e nel secondo di incomunicabilità verso individui rispetto ai quali ci si sente agli antipodi.
A questi campi di esplorazione si unisce la ricerca degli aspetti psicologici coinvolti nella valutazione della forma. “Bellezza è verità”, “Il filtro di Venere” per la TOS e “Futuro imperfetto”, “L’ospite” in TNG sono casi che rientrano in tale tipologia. “L’ospite” è il capolavoro di questo genere. Raccontando la relazione amorosa tra Beverly Crusher e il Trill Odan, questa puntata ha il pregio di non scadere nell’ovvietà, come avrebbe potuto agevolmente fare spazzando sotto il tappeto il problema del nuovo aspetto di Odan; riconosce invece l’importanza della forma: non è possibile gettarla come un abito vecchio per liberare la sostanza, con cui invece costituisce una coppia inscindibile. Senza la seconda, la prima è un guscio vuoto; senza la prima, la seconda non può esplicarsi nel nostro mondo materiale. Ogni sostanza necessita di una forma, basta che non ne sia imbrigliata al punto da soffocare e così cambiare la propria natura.

Credo anche che ogni tanto Star Trek si sia divertito a giocare con l’ossessione umana nei confronti della perfezione estetica. Avete notato come viene trattato il tema dell’evoluzione dell’aspetto esteriore? Solitamente le razze aliene che si elevano a uno stato superiore di coscienza perdono la propria forma corporea, trasformandosi in energia pura o giù di lì. E’ quanto succede a John Doe nella puntata di TNG “Trasformazioni” e a Kes in Voyager. Gli esseri umani no. Gli esseri umani diventano salamandre o altri animali simili. Geordi La Forge si tramuta in una sorta di camaleonte in “Metamorfosi”, mentre Kathryn Janeway e Tom Paris sperimentano la gioia di essere lenti, viscidi e striscianti in “Oltre il limite”. Uno sberleffo alle nostre abitudini mentali, che spesso legano elevazione spirituale e bellezza in un vincolo poco realistico.

Tuttavia forma non significa soltanto aspetto esteriore, il quale in Star Trek si è comunque spesso rivelato, come abbiamo visto, un utile mezzo per portare a galla problemi dalle radici profonde. Per forma si può intendere più in generale la rappresentazione materiale di ciò che si è. Si può così pensare, ad esempio, alla legge come forma del trovarci riuniti in una comunità, o alla religione (qualunque essa sia) come espressione concreta della spiritualità individuale. I vari significati del concetto di forma rispecchiano il nostro bisogno di attribuire alle idee più importanti concretezza, logica e una struttura con cui interagire nel mondo materiale, oltre a una parziale oggettività che tenti di mediare con le svariate interpretazioni soggettive possibili.
Da questo punto di vista, la forma dell’intera filosofia trek è rappresentata dalla Federazione. Essa ne è la colonna portante, il recinto che la delimita e le permette di crescere entro certi parametri. La Prima Direttiva, regola cardine, è uno dei tanti strumenti che permettono tale controllo formale e per questo non può mai essere violata, nemmeno quando la filosofia trek fa sembrare giusto non applicarla. Ma la Federazione è allo stesso tempo essenza fondamentale della filosofia trek: è dunque un caso particolare in cui la forma arriva a coincidere con la sostanza.

La forma è dunque soltanto un’illusione, un ostacolo che ci impedisce di giungere alla radice della realtà? Credo che sia capitato a tutti di pensarlo almeno una volta. La verità, però, è ben diversa. Senza forma non potremmo neanche provare a cogliere l’essenza delle cose; è l’interfaccia fondamentale tramite la quale interpretiamo la vita. Essa è però solo uno strumento, non un fine; nel momento in cui ne assume le sembianze, come spesso capita, non ha più ragione di essere.


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