Se
state leggendo questa folle rivista elettronica chiamata Stim, e se
avete avuto tanta pazienza da arrivare fino a questo punto, in fondo
alla pagina, le possibilità sono due: o siete miei parenti (sì, nonna,
so che sei una mia affezionata lettrice) o amate Star Trek. Ho una famiglia
numerosa e quindi è più probabile che apparteniate alla prima categoria,
ma nel caso in cui rientriate nella seconda capirete senza dubbio meglio
del mio parentado il discorso che sto per affrontare. Non vi sto chiedendo
di fare ‘outing’, ovvero di dichiararvi apertamente, ma se siete qui
è perché amate Star Trek. Non importa in quale misura, può anche darsi
che non siate dei puri trekker o non vogliate definirvi tali: ma se
vi trovate in questo luogo, e state leggendo queste righe, è perché
un giorno avete visto un telefilm in cui le porte si aprono da sole
e il caffè si materializza a comando e avete notato qualcosa che vi
ha affascinato. Che poi si tratti di un dettaglio, un personaggio, un
argomento trattato, il modo in cui una trama è stata sviluppata oppure
tutto quanto in blocco ha poco rilievo. L’importante è che abbiate trovato
un motivo per apprezzare quella strana serie televisiva che alla gente
intorno a voi, magari, diceva ben poco e per essere qui, oggi, a leggere
le nostre divagazioni sul tema.
E senza che dobbiate per forza essere un puro trekker, il quale ha infiniti
motivi per amare Star Trek (lo riconoscerete dalla crisi di panico che
avrà quando gli chiederete di spiegare perché gli piace). Di motivazioni
è sufficiente averne poche, basta che sia scattata la scintilla; basta
che siate andati oltre la forma e abbiate colto la sostanza: ed eccovi
magicamente passati dalla fase “Chi sono quegli individui in pigiama?”
alla meno salutare “Sono le 3 di notte, accendi la TV che c’è TNG su
Tele Viggiù Libera”. Be’, magari con qualche gradazione intermedia,
d’accordo.
L’italiano
medio è arenato nei ghiacci perenni della prima fase e possiede la tendenza
a guardare con malcelata superiorità chi ha saltato il fosso. Per questa
ragione il problema del rapporto tra forma e sostanza si manifesta,
per il vero appassionato di Star Trek, in maniera particolarmente pressante.
Come spiegare senza suscitare risate la profondità che si cela dietro
l’apparenza di un allampanato individuo dalle orecchie a punta pettinato
con un’inverosimile frangetta? O illustrare l’evoluzione di un personaggio
come Seven of Nine a un amico ignaro, evitando che costui si metta a
guaire dopo avere capito di chi si tratta?
Insomma, a causa di questi frequenti esercizi noi innamorati di Star
Trek siamo abituati a saltellare senza soluzione di continuità come
degli equilibristi tra forma e sostanza; a sezionare la prima, fare
emergere la seconda, interpretarla e tornare daccapo per vedere l’operazione
nel suo insieme. Siamo il Circo Barnum degli appassionati di fantascienza.
Meglio non prendersela. Infatti sono tempi, questi, in cui le nostre
abilità circensi possono tornare utili: nei giorni in cui il dominio
della forma intesa come puro aspetto esteriore sembra schiacciante,
le capacità analitiche del trekker (o approssimabile a tale) in questo
campo non hanno prezzo. Ciò vale nel senso più vasto, dato che l’attenzione
per la sola forma si estende, in sempre più appartenenti alla nostra
società, dalla parvenza fisica all’espressione di giudizi su un argomento
conoscendone unicamente pochi dati superficiali. Si tratta di uno di
quei casi in cui assistere a un buon episodio può rivelarsi ottimo esercizio
mentale, perché la tematica del superamento della forma e dell’indagine
condotta sotto la coltre dell’apparenza è spesso presente in Star Trek;
ne viene saggiata l’incidenza su un gran numero di situazioni, dall’analisi
delle radici del razzismo alla più intima esplorazione della vita sentimentale
di alcuni personaggi. Il particolare rilevante è che nel complesso non
viene mai offerta una strada banale per la risoluzione del dualismo
forma/sostanza: sono pochi i casi in cui si sostiene che la forma è
irrilevante e bisogna guardare unicamente alla sostanza, risposta da
‘Manuale delle Giovani Marmotte’; nella maggior parte delle situazioni,
invece, l’una è specchio dell’altra.
L’esempio più eclatante è rappresentato dal modo in cui le creature
aliene si manifestano in Star Trek, discorso cui va anteposta una rapida
premessa. Uno degli aspetti che ho sempre ritenuto essere più interessanti
in questa serie è l’incontro con l’alterità. Il modo in cui si realizza
concretamente e i canoni seguiti per la sua rappresentazione sono spesso
lontani anni luce dal restante mondo fantascientifico. Laddove, per
fare un piccolo esempio, i quattro film di Alien o il telefilm X-Files
hanno sempre proposto situazioni di estrema incomunicabilità con i cosiddetti
‘extraterrestri’, Star Trek offre un approccio conciliante, in cui la
possibilità di dialogare esiste anche quando appare remota; ciò è vero
a meno di pochi casi sporadici, come l’invasione aliena di “Cospirazione”
(TNG) o l’ambigua incursione psichica di “Visioni mentali” (Voyager):
rari episodi in cui gli alieni appaiono davvero distanti, privi di una
chiave di interpretazione e perciò assai temibili. Questo non inficia
l’atteggiamento generale tenuto nei confronti delle varie razze aliene.
Simbolo di quell’incontro con l’alterità che la serie è quindi sempre
stata in grado di rappresentare più che degnamente, il loro aspetto
esteriore è estremamente funzionale al contenuto; in altre parole, la
loro presenza non ha lo stesso valore che può invece assumere, ad esempio,
in Star Wars, dove le fantasiose figure aliene non fanno altro che comporre
un variegato zoo. Le razze presenti in Star Trek (e a tale scopo vi
invito a leggere su queste stesse pagine gli ottimi articoli di Davide
Galati nell’apposita rubrica) non sono dunque concepite allo scopo di
generare un’atmosfera esotica, fine a se stessa.
Mi
piace pensare ai Borg come ai principali rappresentanti di questo fenomeno,
il migliore connubio alieno tra forma e sostanza. Essi appaiono unici
fin dal primo istante, con armi invincibili e navi rivoluzionarie, inquietanti
nella loro linearità: un semplice Cubo Borg era sufficiente a fare capire
che non ci sarebbe stato alcuno scampo; certo, anni prima che qualcuno
si inventasse la Sfera Borg, il Tetraedro Borg, il Bastoncino Findus
Borg e altre amenità del genere. Ma ciò che realmente terrorizzava era
l’aspetto dei singoli individui. La pelle bianchiccia, dall’aspetto
malato, suggerisce l’assenza di un’anima, e la frammentazione del corpo
in svariati congegni tecnologici, ciascuno con una mansione privilegiata,
rimanda alla struttura sociale dei Borg: un’unica entità in cui doveri
e occupazioni sono distribuiti nel modo più funzionale possibile, ma
in cui nessuno potrebbe esistere indipendentemente. Testimonianza del
fatto che i Borg rappresentano l’ideale amalgama alieno tra forma e
sostanza è la loro decadenza, avvenuta su entrambi i versanti. Man mano
che i Borg hanno perso mordente, da “Il ritorno dei Borg” (TNG) alle
ultime stagioni di Voyager, passando per il pur bello “Primo Contatto”,
la loro qualità visiva di tipo gotico è stata gradualmente rimpiazzata
da una ridondanza barocca; la combinazione di colori grigio-nero è scomparsa
lasciando spazio al verde, che dona a questa razza un tocco quasi grandguignolesco.
Quindi,
per tornare al discorso principale, forma intesa come aspetto fisico,
personificazione della sostanza rappresentata da ciascuna razza. Dopotutto
l’aspetto esteriore è probabilmente una delle prime cose che ci vengono
in mente quando cerchiamo di abbinare un’idea al concetto di forma,
e Star Trek l’ha frequentemente sfruttato come espediente per parlare
di svariati problemi. Consideriamo gli episodi della Serie Classica
“Sia questa l’ultima battaglia” e “Il mostro dell’oscurità”: sono due
esempi di utilizzo della forma come espediente per parlare d’altro,
in particolare di razzismo nel primo caso, e nel secondo di incomunicabilità
verso individui rispetto ai quali ci si sente agli antipodi.
A questi campi di esplorazione si unisce la ricerca degli aspetti psicologici
coinvolti nella valutazione della forma. “Bellezza è verità”, “Il filtro
di Venere” per la TOS e “Futuro imperfetto”, “L’ospite” in TNG sono
casi che rientrano in tale tipologia. “L’ospite” è il capolavoro di
questo genere. Raccontando la relazione amorosa tra Beverly Crusher
e il Trill Odan, questa puntata ha il pregio di non scadere nell’ovvietà,
come avrebbe potuto agevolmente fare spazzando sotto il tappeto il problema
del nuovo aspetto di Odan; riconosce invece l’importanza della forma:
non è possibile gettarla come un abito vecchio per liberare la sostanza,
con cui invece costituisce una coppia inscindibile. Senza la seconda,
la prima è un guscio vuoto; senza la prima, la seconda non può esplicarsi
nel nostro mondo materiale. Ogni sostanza necessita di una forma, basta
che non ne sia imbrigliata al punto da soffocare e così cambiare la
propria natura.
Credo anche che ogni tanto Star Trek si sia divertito a giocare con
l’ossessione umana nei confronti della perfezione estetica. Avete notato
come viene trattato il tema dell’evoluzione dell’aspetto esteriore?
Solitamente le razze aliene che si elevano a uno stato superiore di
coscienza perdono la propria forma corporea, trasformandosi in energia
pura o giù di lì. E’ quanto succede a John Doe nella puntata di TNG
“Trasformazioni” e a Kes in Voyager. Gli esseri umani no. Gli esseri
umani diventano salamandre o altri animali simili. Geordi La Forge si
tramuta in una sorta di camaleonte in “Metamorfosi”, mentre Kathryn
Janeway e Tom Paris sperimentano la gioia di essere lenti, viscidi e
striscianti in “Oltre il limite”. Uno sberleffo alle nostre abitudini
mentali, che spesso legano elevazione spirituale e bellezza in un vincolo
poco realistico.
Tuttavia
forma non significa soltanto aspetto esteriore, il quale in Star Trek
si è comunque spesso rivelato, come abbiamo visto, un utile mezzo per
portare a galla problemi dalle radici profonde. Per forma si può intendere
più in generale la rappresentazione materiale di ciò che si è. Si può
così pensare, ad esempio, alla legge come forma del trovarci riuniti
in una comunità, o alla religione (qualunque essa sia) come espressione
concreta della spiritualità individuale. I vari significati del concetto
di forma rispecchiano il nostro bisogno di attribuire alle idee più
importanti concretezza, logica e una struttura con cui interagire nel
mondo materiale, oltre a una parziale oggettività che tenti di mediare
con le svariate interpretazioni soggettive possibili.
Da questo punto di vista, la forma dell’intera filosofia trek è rappresentata
dalla Federazione. Essa ne è la colonna portante, il recinto che la
delimita e le permette di crescere entro certi parametri. La Prima Direttiva,
regola cardine, è uno dei tanti strumenti che permettono tale controllo
formale e per questo non può mai essere violata, nemmeno quando la filosofia
trek fa sembrare giusto non applicarla. Ma la Federazione è allo stesso
tempo essenza fondamentale della filosofia trek: è dunque un caso particolare
in cui la forma arriva a coincidere con la sostanza.
La forma è dunque soltanto un’illusione, un ostacolo che ci impedisce
di giungere alla radice della realtà? Credo che sia capitato a tutti
di pensarlo almeno una volta. La verità, però, è ben diversa. Senza
forma non potremmo neanche provare a cogliere l’essenza delle cose;
è l’interfaccia fondamentale tramite la quale interpretiamo la vita.
Essa è però solo uno strumento, non un fine; nel momento in cui ne assume
le sembianze, come spesso capita, non ha più ragione di essere.
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