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GATTACA: LA PORTA
DELL'UNIVERSO
di Matteo
"Norton" Bistoletti
Negli ultimi anni sembra che il successo di un film di fantascienza sia
determinato più dal numero di effetti speciali o dalla dose di spettacolarità
piuttosto che dai contenuti, dalla trama o dai personaggi. Oggigiorno
girare un film di fantascienza sembra voler dire innanzitutto sbaragliare
lo spettatore dal lato visivo, poi eventualmente scriverci sopra anche
una storia. Sebbene in certi casi le due cose coesistano (ci sono ottimi
film di fantascienza molto spettacolari ma comunque anche molto belli
al di là del loro unico aspetto effettistico), molte volte assistiamo
a film davvero vuoti ed insignificanti, anche se altamente spettacolari.
In questo triste panorama della fantascienza odierna, l’ultima (in senso
cronologico) eccezione che io ricordi è proprio il film: Gattaca.
Già per girare un film di fantascienza in cui possiamo contare sulle dita
di una mano il numero di effetti speciali, richiede una forte dose di
coraggio e sicuramente una solida idea di base.
Ad Andrew Niccol non sembrano mancare né l’una nell’altra ed eccolo a
scrivere e dirigere questo film, poco prima di scrivere anche la sceneggiatura
di “The Truman Show”, altro capolavoro del cinema fantastico degli ultimi
tempi e di cui abbiamo già ampiamente parlato tempo fa.
Gattaca
parla soprattutto di uomini, persone quindi, e di sentimenti. Questo film,
nonostante l’attuale problematica sulla genetica giochi in esso un ruolo
centrale, gioca maggiormente sulle corde delle emozioni, presentando personaggi
e situazioni molto coinvolgenti emotivamente piuttosto che sulla problematica
genetica stessa. Insomma è un film che sì fa discutere molto (la genetica
è comunque un discorso che già di per sé potrebbe riempire diversi articoli
della nostra rivista e diverse serate di discussione tra amici o colleghi)
ma che innanzitutto tende ad emozionare e coinvolgere.
Infatti il film scorre via liscio, presentando una realtà futuristica
in cui la genetica riveste un ruolo centrale e ampiamente discutibile,
ma lascia tali polemiche all’evidenza della situazione a cui noi spettatori
del giorno d’oggi assistiamo e preferisce raccontarci la storia di come
un uomo, che ha ormai accettato questa realtà e sa di non poterla né cambiare
né tanto meno metterla in discussione, decide di ribellarsi ad essa, non
per scopi aulici o di idealismo politico od ideologico, ma semplicemente
per coronare il suo personalissimo sogno. Quindi non aspettatevi nessun
patetica pappardella retorica contro la genetica in questo film, ma semplicemente
la toccante storia di come un uomo sia riuscito, nonostante tutto le avversità
a coronare il suo sogno.
Nei titoli di testa vediamo cadere peli, unghie e capelli. Non cadono
normalmente, bensì le vediamo ingrandite, cadere rallentate e facendo
un pesante e rumoroso tonfo una volta giunte al suolo. Fin dai titoli
di testa quindi, Niccol sembra volerci spiegare come nella storia che
sta per raccontare queste piccole parti di noi stessi, che noi tendiamo
giustamente a dimenticare perché futili, rivestano un ruolo importante
nella società asettica e superficiale in cui si svolge il film in questione.
Perché infatti nel mondo in cui è ambientata la storia, un nostro prossimo
futuro dice un intestazione all’inizio, il nostro codice genetico determinano
quello che siamo più di quello che siamo realmente. Quindi un ciglio dice
più di noi, di quanto noi stessi possiamo dire.
Inoltre, grazie al controllo genetico, l’umanità ha ormai raggiunto livello
di controllo incredibile. Ogni uomo sembra perfettamente idoneo a fare
quello per cui è stato scelto di fare e basta un esame del tuo DNA per
determinare che tipo di persona sei e quello che sarai. I colloqui di
lavoro, per esempio, consistono unicamente in un prelievo di sangue per
capire se sei idoneo o meno a quel tipo di lavoro.
Come ogni perfezione matematica, il mondo di Gattaca è però vuoto, asettico,
senza emozioni. Le persone si muovono e vanno al lavoro in silenzio ed
ordinatamente, le loro espressioni sono serie, i loro abiti perfettamente
ordinati. Anche le ambientazioni sono sterili; tutto è pulito, splende,
e nello stesso tempo tutto è vuoto ed sterile.
Vincent Freeman (serve sottolineare il suo cognome?) nasce uterino, o
anche detto “nato per fede”, ossia nella più classica delle maniere. Questo
tipo di nascite sono ormai totalmente in disuso da quando tutto il processo
della nascita può essere scelto e determinato attraverso la genetica.
Ovviamente a ciò ne consegue che Vincent è affetto da una molteplicità
di piccoli e grandi deficit ereditari, quale la scarsa altezza, la miopia
o un disturbo cardiovascolare che gli limita, al 99%, la previsione di
vita non oltre i 33 anni.
I genitori di Vincent non sembrano avere dubbi nell’affidarsi ad un genetista
prima di concepire un secondo figlio a cui il padre dà fieramente il suo
nome; Anton.
Il sogno di Vincent è quello di diventare un astronauta e viaggiare tra
le stelle. Un tale compito non è più di tanto difficile per chi è stato
geneticamente preparato a questo. L’unico problema è che lui non lo è
appunto stato e questo lo rende praticamente impossibile.
Inizia così il percorso di Vincent, che tramite mille sacrifici ed imbrogli,
riuscirà, solo grazie alla sua forza di volontà a coronare il suo sogno.
Dapprima facendo i lavori più umili e grezzi, fino ad arrivare, attraverso
la pirateria genetica, di cui parlerò dopo, a Gattaca, sede aerospaziale
da dove partono i voli su cui Jerome sogna di viaggiare.
La
storia è in definitiva tutta qui. Nel corso del film vediamo lo svolgersi
della truffa di Vincent che vuole coronare un sogno in un mondo dove sognare
sembra impossibile, dato che tutto è scritto nei tuoi geni. Nel corso
di questa sua impresa, Jerome affronta mille avversità e incontra diversi
personaggi. In questi ultimi sta una delle forze maggiori del film.
Jerome Morrow è il perfetto esempio di persona geneticamente perfetta
che avrebbe avuto tutte le possibilità di entrare a Gattaca: gli mancava
solo la volontà di farlo. Inoltre un incidente lo ha obbligato su una
sedia a rotelle. Egli quindi, per tirare a campare, vende il suo corpo,
o meglio i suoi geni, a Vincent. In poche parole i due si scambiano i
ruoli, o più semplicemente Vincent diventa Jerome. Attraverso falsi controlli
di sangue e urine, nessuno si insospettisce di questo cambio di persona.
Tra Jerome e Vincent si sviluppa un rapporto bellissimo. Vincent accudisce
Jerome, Jerome provvede a prestare a Vincent un fittizio corpo, una sorta
di finta carta d’identità, che gli consenta di fare cose che altrimenti,
per precetto, gli sarebbero negate. Ma non dimentichiamo che è comunque
Vincent, anche se con l’identità fittizia di Jerome, a farle, e questo
malgrado i suoi deficit gentici.
Ma Jerome sembra ottenere da Vincet ancora di più. Egli infatti, prima
dell’incidente, era come tutti un membro di quell’asettica società. Attraverso
Vincet, Jerome vive il brivido del sogno che si realizza e la gioia dell’adempimento
di un’impresa bramata tutta la vita.
Bellissime le scene in cui Jerome deve interpretare nuovamente se stesso
con un agente di polizia e grida a pieni polmoni come non vede l’ora di
“lasciare questo pianeta di lerciume”. Jerome inoltre più volte sembra
credere in Vincent più di quanto egli stesso riesca a fare e, a volte,
sembra entusiasmarsi di più alla missione del suo alter ego spesso sfiduciato.
Quando, prima di partire per la sua missione nello spazio avendo infine
realizzato il suo sogno, i due si dicono addio (Vincent sa che probabilmente
non tornerà mai vivo dalla missione su Titano, dato che era già fuori
tempo massimo concessogli dai genetisti alla nascita a causa del suo cuore)
e Vincent ringrazia Jerome, quest’ultimo dice che è lui ad essergli grato:
lui gli ha prestato solo un corpo, in cambio Vincent gli aveva prestato
i suoi sogni.
Se è vero quindi, come dimostra il successo di Vincent, che i geni non
possono controllare il nostro destino, ancor meno possono fare coi sogni.
E una vita in cui tutto è stabilito e più nulla viene lasciato al caso,
non può certo definirsi tale. Jerome capisce tutto questo e deve a Vincent
forse il periodo più “vero” della sua esistenza.
A
Gattaca lavorano diversi altri personaggi. Irene è colei che fa da supervisore
e coordina il programma spaziale di Gattaca. Affezionata a Vincent, che
lei conosce come Jerome, sospetta fin da subito che qualcosa non corrisponde
in lui. Irene inoltre vorrebbe volare come presto farà Jerome, ma i suoi
geni non glielo permettono. Quando scopre che Vincent è in realtà un imbroglione,
messo geneticamente ben peggio di lei, scoppia in lacrime. Alle parole
di Vincent: “Irene, io sono qui per dirti che tutto è possibile…tutto
è possibile. Il mio cuore avrebbe dovuto fermarsi 10'000 battiti fa!”
capisce che non il suo codice genetico, bensì la sua scarsa volontà, le
hanno impedito di coronare il suo sogno.
Un altro personaggio assolutamente misterioso ed affascinante è il dottore
che esegue le analisi gentiche a Gattaca. Fin da subito dimostra un ambiguo
e alquanto bizzarro interessamento verso Jerome-Vincent, e lo riempie
di futili chiacchiere mentre esegue ogni sorta di test per determinare
se effettivamente è un valido e non un, come viene scritto sulla schermata
del computer in caso contrario, un IN-VALID (il gioco di parole è tanto
ovvio quanto agghiacciante). Anch’esso compirà un gesto nel finale che
non potrà non suscitare una forte commozione nello spettatore.
Anche il fratello di Vincent, Anton, segue le vicende del fratello maggiore
attraverso gli occhi di un affermato detective. Svolgendo le indagini
su un omicidio avvenuto a Gattaca, egli fa di tutto per sviare le indagini
lontano da suo fratello, dopo che viene scoperto un suo vero ciglio (quindi
con geni IN-VALID) vicini al cadavere. Ovviamente nessuno sospetta di
Vincent, in quanto tutti lo conoscono come Jerome.
Vincet e Anton erano fin da piccoli soliti fare una gara: essi nuotavano
verso il mare aperto sempre nella medesima direzione. Con la consapevolezza
che ogni bracciata aggiunta era una bracciata in più nel tornare indietro,
la gara consisteva nel chi decideva di fermarsi per primo perdendo.
Anton vinceva ovviamente sempre. Poi un giorno vinse Vincent e da lì ebbe
inizio la sua avventura. Quando i due fratelli si congedano prima della
partenza di Vincent, Anton chiede come fece a vincere quella volta. La
risposta di Vincent racchiude tutto il film: “Non risparmiando mai le
forze per tornare indietro”.
Ebbene sì, Vincent gioca il tutto per tutto in nome di un sogno che vuole
realizzare. Come si può non amare e non condividere ad appassionarsi ad
un personaggio simile? In un mondo come il nostro, dove, nonostante la
genetica ancora non ci controlli come in Gattaca, sembra sempre più difficile
trovare un chiaro e definito punto di riferimento verso cui orientare
tutto il nostro “io”, non possiamo non lasciarci appassionare da questo
personaggio che, nonostante sembra avere tutto contro, si gioca ogni cosa
in nome di quel sogno, di quell’ideale.
Per questo, se ancora non lo avete fatto, vi invito a condividere per
due ore il sogno di Vincent e vederlo concretizzarsi piano piano e dopo
mille difficoltà. Genetica a parte, è questo il vero fulcro del film,
e forse anche della nostra vita.
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