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ALL'IMPROVVISO
L'ISPIRAZIONE
di Paolo
"Exidor" Longarini
“La dottoressa Crusher capì che era questione di pochi momenti, attimi,
solo battiti di ciglia. Pensò a tutti gli anni d’Accademia, cercò nella
sua mente qualcosa in grado di salvare la giovine vita che vedeva spengersi
piano piano.
Troppo tardi.
Volse il capo verso il suo amico di vecchia data James Tatopoulos ed in
quel momento non poté fare a meno di sentire una forza primordiale impadronirsi
di lei, farla sussultare, scuoterla con potenza inaudita (l’ultima volta
che le era successo era durante le vacanze in Uganda) e costringerla a
pronunciare:
“E’ morto, Jim”
No.
Accidenti. Un inizio così stupido gli avrebbe magari aperto le porte del reparto articoli sportivi della Standa, avrebbe fatto di lui il capo friggitorie da Mc Donalds ma, sicuro come il peccato, la Paramount non gli avrebbe mai affidato la guida di nessuna serie Trek.
Eppure era bravo. Molto bravo. Glielo ripeteva tutte le sante mattine quel signore che si faceva la barba con lui nello specchio del bagno, quello vicino a tutti quei post-it “Indagare su come questo abbia le chiavi di casa mia”. Era uno scrittore, il fatto che non avesse mai scritto nulla che fosse stato pubblicato se non nei suoi quadernini a quadretti di Lupo Alberto non gli dava da pensare, anzi. Lo lusingava.
Però una volta che si portasse il suo, di rasoio.
La macchina da scrivere continuava a segnare solo quelle ridicole quattro righe. Un po’ poco per Hollywood, poco per Los Angeles, anche a Terontola non se ne sarebbero fatti molto, a dirla tutta. Ma non desisteva.
Aveva fame di gloria e successo.
Aveva bisogno d’ammiratori.
Gli serviva un rasoio nuovo.
Star Trek era per lui una droga. Da bimbo, mentre suo padre faceva zapping
(anche se allora era definito “staccate vostro padre da quella cacchio
di macchinetta”), vide di sfuggita due fessi in pigiama che combattevano
per decidere chi dei due doveva farsi Moira Orfei; allora era piccolo
ed ingenuo, le cose della vita avevano un significato oscuro ed incomprensibile,
ma gli sembrava di capire che quello col pigiama blu non trombasse da
cinque anni (considerando la faccia che portava in giro tutti i giorni,
la cosa non lo stupì più di tanto), l’altro aveva l’aria di uno che per
vivere ammaestrasse animali, non si spiegava sennò per quale motivo portasse
un felino accovacciato sulla testa, in ogni caso, quelle poche immagini
viste di sfuggita furono per lui l’equivalente dell’invenzione della centrifuga
per l’insalata e dei tappi per non far sgasare la Coca Cola.
Non poté più farne a meno.
Da allora iniziò una lotta clandestina col padre tarantolato per il possesso del telecomando, le serate con Mike Buongiorno passate a scoprire quanto si è ignoranti erano finite, era iniziata l’era dell’acquario. Per anni costrinse i suoi a sorbirsi l’invasione dell’Enterprise da parte dei peluche Trudini, i deliri americani di Kirk che ritrova la costituzione americana in un pianeta americano situato nella parte più sperduta dell’universo americano (ma anche lì avevano la mamma, la vicina della porta accanto e la torta di mele), il povero fesso scarsitrombatore che fissava una lucetta blu in uno schermo e poi trovava il coraggio di affermare “Capitano, la nave di fronte a noi è del popolo Smporchovitz, a bordo ci sono trentaquattro forme di vita, hanno gli scudi alzati, l’altezza media del popolo Smporchovitz è di un metro e sessanta, le femmine sono tutte cozze ma non te la danno mai al primo appuntamento. Vuole sapere anche cosa hanno appena mangiato?”.
Per quanti sforzi facesse la sua abat jour continuava a comunicargli solo “ON”.
Era sicuramente un modello base, magari rotto.
Il giorno in cui scoprì TNG si riavvicinò alla religione. Capì che per la legge del contrappasso ad un capitano con un felino in testa doveva per forza seguirne uno per cui la forfora era un ricordo piacevole.
Accolse con piacere la scoperta che i Klingon non erano solo dei tartari abbronzati e incazzosi, si rammaricò della sostituzione di una gnocca come Uhura ad un barattolo come la Troi, ma la vita continuava anche così.
Questo addirittura gli diede forza.
Fu il momento in cui capì cosa avrebbe fatto della sua vita: sarebbe diventato
uno scrittore di storie Trek.
Prese la sua brava macchina da scrivere ed iniziò a creare.
Il resto è storia.
O meglio, sono quelle stitiche righe che si possono leggere in cima alla
prima pagina e non si possono certo considerare un buon inizio.
I giorni passavano, ma nulla cambiava sulla pagina e nella sua fantasia;
cominciava a pensare che la sua musa ispiratrice avesse preferito l’oblio
mercificandosi da persone come Follett o da ragazzini che attraversano
Bologna in vespetta. O che avesse ricominciato col crack, non poteva saperlo.
Non è giusto, so tutto quello che c’è da sapere sulle navi, mi sono ciucciato
tutte le fesserie su come dovrebbero funzionare i motori a curvatura,
da quale cacchio di parte malata del cervello sono spuntati personaggi
come Wesley Crusher e Keiko maritata O’Brien, se esisteva una giustizia
avrebbe dovuto fondere i tasti della macchina da scrivere, avrebbe dovuto
risollevare da solo il mercato della carta, avrebbe dovuto essere il principale
responsabile del disboscamento amazzonico, invece niente. Non gli veniva
in mente nulla da scrivere.
A quel punto ebbe l’idea.
L’Idea.
Aspettate, lo riscrivo, come momento drammatico mi è piaciuto troppo.
L’Idea.
L’Idea, l’idea, l’idea.
Potrei andare avanti per ore!
In ogni caso, decise per la fonte d’ispirazione classica, quella presente
in tutti i film, in tutti i telefilm, in tutti i libri, fumetti, tatsebao,
opuscoli dei testimoni di geova, depliant delle Maldive, calendari Pirelli,
volantini di gite a Parigi a 24900 lire, insomma, ovunque.
Il sogno.
Sorgevano due problemi: erano le 6 del pomeriggio e non aveva assolutamente sonno e poi non aveva mai visto la tipa che sta alla cassa 12 della Coop con un bikini di panna in nessuna delle puntate Trek trasmesse finora, come invece succedeva immancabilmente tutte le volte che appoggiava la testa sul cuscino.
Prima che pensiate male non sognava sempre e solo quello.
A volte era semplicemente nuda.
La brillante pensata, l’idea fantastica, la trovata geniale, il singolare pensiero, l’estroso stratagemma (il mio insegnante di scrittura creativa questo mese spiega i paragoni, quindi zitti e subite, dovevate esserci quando eravamo agli incipit. Presi 4. Che ne potevo sapere che conosceva “Chiamatemi Ishmael”? Era in un libro di pesca!).
Si stese sul divano, posizionò intorno a sé tutti i modellini delle varie
Enterprise, falchi da guerra, pupazzetti di Kirk, tazze con scritto “beam
me up”, poster di Spock che saluta, cravatte con Worf, orologi in data
stellare, comunicatori grossi come un pugno che fanno “piripì”, uniformi
della Flotta che una volta indossate producono la più alta sensazione
di prurito mai provata dai tempi della Superpippo sotto militare, boxer
del sito di Wil Wheaton, insomma qualsiasi stronzata avesse acquistato
di trek fino a quel giorno, prese la sua bella mazzetta del 12 e si tirò
un colpo in fronte, certo che il sonno indotto dal diretto e violento
contatto tra la fronte ed il freddo acciaio lo avrebbe fatto scendere
nel regno dei sogni ispiratori. O lo avrebbe ammazzato, ma quel che è
fatto è fatto. No pain no gain, qualsiasi cosa voglia dire.
Quando si risvegliò si trovava in una stanza molto illuminata, c’erano tante persone intorno a lui, sentiva un continuo chiacchiericcio di sottofondo.
“Adesso che diamine ne facciamo?”
“A me non sembra vero che ne arrivino ancora così tanti...”
“Possibile che neanche la trasmissione ad orari assurdi li scoraggia?”
“Chissà se queste cose succedono anche a Magnum PI...”
“Capitano, mi sarei rotto le mie positroniche palle, se nessuno di voi
perdenti ha qualcosa in contrario porterei le mie perfette e marmoree
chiappe lontano dalle vostre facce da imbecilli.”
Positroniche? Come positroniche? Aveva dunque funzionato? Non sentiva
mal di testa, oddio se era un sogno era normale non avvertire dolore,
ma era tutto così reale, avrebbe voluto sentire qualcosa di più, avrebbe
voluto la prova provata, l’assicurazione che quello che sentiva non era
frutto della crocca che si era data in testa (ho capito che avete capito,
ma la storia la sto scrivendo io e comando io, io decido cosa fare e come
scriverla, voi zitti e leggete, siete autorizzati ad esprimere solo concetti
come “Dio che genio, non ho mai letto nulla di simile, Hemingway al confronto
è un venditore di grattachecche”), ma del fatto che stava davvero avendo
una trascendenza, un avventura extracorporea.
“Se anche questo prova a toccarmi le tette lo scuoio, betazoide o no”.
“Non credo che lo farà Deanna, se anche dovesse provarci troverebbe in me un ostacolo insormontabile ed uno strenuo difensore del tuo onore”.
“William, tu SEI un ostacolo insormontabile A PRESCINDERE. Che tu lo voglia o no, sei diventato grasso, una botte, un camion, un botolo (la prossima settimana c’è compito di sinonimi).”
“Ehi, ma che ci fa un elefante giallo con sopra Elvis qui dentro?” – disse il capitano Picard (Avete capito di cosa sono capace? Farete bene a ricordarvelo d’ora in poi, zitti e leggete in religioso silenzio misto a sincera ammirazione e basta con le interruzioni).
“Capitano, prenda le sue pillole, vedrà come sparisce...”
Tirandosi su dal lettino dove era sdraiato si accorse di essere circondato da Picard, Riker, la Troi e la dottoressa Crusher (appello finito), Data aveva portato altrove le sue positroniche chiappe.
“Ma….ma….ma….”
“Aspetta! Zitto! Fammi indovinare! Dove sono, cosa ci faccio qui, come ci sono arrivato, chi ha vinto gli scudetti degli ultimi quattro secoli, giusto?”
Non poteva nascondersi, quel figlio di buona donna capace di rimorchiare anche ad un convegno di camionisti c’aveva azzeccato in pieno. Trovatosi a faccia a faccia con lui si rese conto che lo aveva mal giudicato nelle puntate che aveva visto, credeva che Will Riker fosse solo una grande faccia da fesso. Non era grande solo la faccia.
“Sei sull’astronave Enterprise della Flotta….”
“E BASTA!!! Vabbè che sei il capitano, ma una volta! Dico solo una volta
ce la potresti risparmiare sta benedetta solfa, adesso attaccherai pure
con l’imitazione della voce TOS e con la missione quinquennale, madonna
se sei noioso Piky!”
“Dott.ssa Crusher, le ho detto mille volte di non chiamarmi Piky.”
“Sennò che mi fai?”
“….er, uhm…”
“E tu saresti un intrepido capitano che solca sicuro le rotte stellari
con la responsabilità di migliaia di vite? Mio dio come siamo messi male,
prega che anche questo quando ritorna a casa non si ricordi nulla…”
Non capiva cosa stesse succedendo, possibile che fosse capitato in una dimensione alternativa in cui il capitano mio capitano Picard era un senza attributi e dove tutti si comportavano come fossero in gita scolastica? Certo che erano tutti strani forte.
“Prima che tu te lo chieda, no, non sei in nessuna dimensione alternativa,
te lo dico perché le dimensioni alternative semplicemente non esistono
e sì, ci comportiamo come cavolo ci pare e piace e no, non ci comportiamo
come ti aspettavi facessimo.”
Oddio! Potevano leggergli nel pensiero!
“Ma possibile che arrivino sempre i più stupidi? Io sono b-e-t-a-z-o-i-d-e,
posso sentire quello che provi e indovinare con relativa certezza quello
che pensi e no, non puoi toccarmi le tette e sì, sarebbe più veloce il
mio phaser della tua mano” “Te la faccio breve, hai la faccia di uno convinto
che il canale di Suez si prenda con la parabola, quindi, non sarò troppo
tecnica” – disse il barattolo – “stai sognando. Le prime volte apparivamo
solo quando effettivamente qualcuno ci sognava ed eravamo esattamente
come nel telefilm, Jan-Luc aveva due palle dotate di proprio polo magnetico,
Will pesava 85 chili ed era alto due metri, Data era preciso come la più
classica pendola svizzera senza chip emozionale e rispettosissimo delle
regole di buona educazione.” Mentre parlava alzava e abbassava con il
respiro quel magnifico paio di tette, quel risultato perfetto di milioni
di anni d’evoluzione umana, quella prova vivente dell’esistenza del divino,
quelle due cose ti facevano capire perché lo studio della geometria era
tanto importante, guardandole pensavi a tutto ciò che di buono e morbido
esiste al mondo (Sì, posso andare avanti ancora per molto! Devo
forse ricordarti che sono l’autore? Vuoi che faccia tornare Elvis e l’elefante?),
in ogni caso, la pausa da mettere in un discorso molto lungo l’ho fatta,
posso riprendere. “Poi successe una cosa strana, la serie ebbe molto più
successo di quanto ci aspettavamo e anziché essere convocati solo quando
serviva, chi sa chi decise di tenerci in pianta stabile. Ci sono stati
giorni in cui non sapevamo a chi dare i resti, migliaia di persone a bordo
e tutti che scimmiottavano i nostri comportamenti, il primo a cadere nel
baratro fu proprio Data, non ne poteva più di gente che gli chiedeva se
davvero si era fatto Tasha Yar e tutti ripetevano “interessante” anche
quando andavano in bagno, la disciplina ed il morale a bordo caddero di
schianto, adesso tutti fanno quello che diavolo gli pare nella più completa
anarchia, la folla pare si sia spostata sulla Voyager, le mie tette hanno
finalmente respiro mentre pare che 7 di 9 se la passi davvero male”
Ok, altra pausa ma stavolta niente tette.
Anche se la Crusher non sembra niente male, ha un discreto stacco di coscia, deve aver fatto ginnastica la vegliarda. Ok, ok, basta sul serio adesso, la pianto.
Più si guardava intorno più si rendeva conto di essere nella versione
hippy dell’infermeria, alla parete non c’erano quegli inutili quadranti
con le lucette ma poster con la tipa che si fa una canna e Bart Simpson
che si tira giù i pantaloni. “Sì, lo so, ogni tanto torna anche Wesley...”
Come avrebbe potuto tornare a casa? La curiosità gli era passata di colpo, non voleva vedere altro, non voleva che la cruda realtà gli togliesse l’immagine splendida che aveva di un’astronave lucente mentre solca lo spazio facendo risplendere le gondole di curvatura come fossero frecce blu stagliate verso l’infinito (vedi che erano meglio le tette delle Troi?). Chiese come tornavano a casa tutti gli altri e gli fu prontamente risposto.
“Con un’azione uguale e contraria a quella che ti ha permesso di venire
qua, Deanna, a te l’onore...”
Nelle tenere e dolci mani di quello scricciolo dello spazio comparve come per magia un piccone da muratore come non ne aveva mai visto, e come non ne vide più.
Al suo risveglio una sola cosa era ancora ben viva nella sua mente, aveva questa strana immagine di una simpatica psichiatra dello spazio che si tramutava come per magia nella più grande zoccola avesse mai solcato i cieli, aveva come una parolaccia troncata a metà nel subconscio e qualcosa su astronavi precipitate per essere state guidate dalla maiala di cui sopra, ma non si ricordava altro.
La mano andò automaticamente verso il telecomando che accese il televisore.
E tutto tornò.
Tutto.
Aveva passato il confine tra il reale e l’immaginario ed era tornato con l’abbonamento vitalizio alla metropolitana dei sogni (Madonna, che poeta alberga in me). Adesso tutto era chiaro. Sapeva cosa fare.
Prese la mazzetta e prima di darsi un colpo in fronte il suo ultimo pensiero fu:
“Non mi risulta che le borg siano telepati.”
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