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BECOMING...
Parte Prima
di Fabiano "Langley"
Piccione
"Tom
Paris? Kathryn Janeway, ho prestato servizio sotto suo padre, sulla Al
Batani....", queste le prime parole pronunciate dal Capitano, che si presenta
a Thomas Eugene Paris nella colonia penale in Nuova Zelanda. Chi avrebbe
mai detto, a vederlo sotto lavori forzati, che sarebbe diventato tenente
e timoniere di una nave stellare, e tanto meno che in seguito sarebbe
diventato addirittura padre? E chi avrebbe mai sperato che Janeway smettesse
di conciare la sua amabile chioma come una vecchia bacchettona dopo solo
una stagione? E che avrebbe perso quell'atteggiamento da professoressa
inamidata? Sette anni sono tanti, specie se si considera come sono cambiati
i personaggi attraverso le avventure che hanno attraversato. Le
penne degli scrittori li hanno abbozzati e delineati, poi cambiati lievemente,
puntata dopo puntata. Spesso questo accade, oltre che per intenzione e
bravura di chi scrive le storie, anche grazie agli attori stessi, che
danno ai personaggi che interpretano un loro estro personale, un qualcosa
in più a loro discrezione, dopo averne discusso eventualmente con i produttori.
Qualsiasi sia la maniera in cui i personaggi evolvono, il risultato che
abbiamo è un credibile cambiamento in essi. Fare un paragone fra "Caretaker"
e "EndGame", rispettivamente inizio e fine di Star Trek: Voyager,
può rendere la cosa ancora più evidente: quasi tutti i personaggi sono
diversi da come erano all'inizio. Alcuni diversissimi, in atteggiamenti
ed espressioni. Vedere i due capi di questo filo rende il contrasto molto
evidente, ma in questo ambito mi riprometto piuttosto di analizzare le
tappe principali dei cambiamenti di ognuno dei personaggi principali,
con qualche cenno ai comprimari, lungo tutti e sette gli anni di peregrinazioni
della nave stellare Voyager.
Da chi partire se non dal Capitano Kathryn Janeway?
Nel
pilot la prima impressione che ebbi nel vederla fu qualcosa come: "Dio
mio, cosa ci fa una donna con la voce da uomo qui dentro?!!" Col tempo
mi sono abituato alla voce "peculiare" della grande Capitanessa, dal tono
baritonale e quasi metallico. Era evidente che gli scrittori non volevano
mettere al centro della plancia una donnicciola, né tanto meno
una donna dal carattere mascolino e macho: Janeway di mascolino ha avuto,
da subito, solo la voce (alla quale oggi sono così abituato, d'altro canto,
da non poterla ascoltare che rigorosamente solo in inglese). Del resto
di lei si può dire e si è detto di tutto: autoritaria, dispotica, dittatoriale,
arrogante, intelligente, comprensiva, disponibile... Ognuno l'ha vista
e la vede come vuole. Dal canto mio posso dire che ho sempre visto Janeway
come un Capitano che ha saputo unire al polso fermo per comandare una
sensibilità tipicamente femminile. Chi segue questa rubrica da un po'
sa bene come la penso sulla nostra Capitanessa, ma non mi risparmierò
nel ripeterlo: Berman, Braga e la Taylor hanno impostato Janeway come
una donna al comando, in tutto e per tutto, senza dover o voler fare compromessi
riguardo alla sua femminilità: una donna di polso, decisa, determinata
fino a raggiungere, in alcuni casi, la cocciutaggine estrema e perfino
l'ossessione, pur non perdendo mai il lato "materno" col quale è stata
impostata e che tanto trovo azzeccato. Ne
"Il guardiano" vediamo una Janeway decisamente più ingessata di
come sarebbe diventata in seguito. Sarà stata la pettinatura a crocchia,
o il passo un po' "nevrotico" che l'attrice dava al personaggio, ma la
Janeway di allora sembrava davvero poco a suo agio sulla sua plancia e
fra i suoi uomini. Credibile, se ci si pensa, per il fatto che quella
doveva essere la sua prima missione, sulla prima nave di cui era al comando
nella sua vita. Comprensibile, se ci si pensa, per il fatto che l'attrice,
Kate Mulgrew, era stata scelta in seguito alla rinuncia da parte di Geneviève
Bujold dopo alcuni giorni di riprese. Si era quindi ritrovata proiettata
nella parte del Capitano senza avere avuto tempo di prepararsi mentalmente
al ruolo.
Durante
quasi tutta la prima stagione Janeway era solita parlare e ad agire in
maniera quasi nervosa e con espressioni facciali che, anche a causa delle
inquadrature stesse, sembravano più teatrali che televisive. "L'umore
" di Janeway comincia a cambiare lentamente, divenendo un po' più quieta
ad ogni puntata, sempre meno "sulle spine". Ma il vero cambiamento...
la vera Janeway, verrà fuori non prima della fine della terza stagione.
L'attrice stessa, in un'intervista, disse anni fa che le ci volle molto
tempo per calarsi davvero nel ruolo del Capitano e sentirlo come suo:
era difficile conciliare l'autorità e la vicinanza coll'equipaggio nel
giusto equilibrio, facendo in modo di non sacrificare né l'una né l'altra
cosa anche nelle situazioni più disperate. Saranno state le trame, decisamente
in crescendo a partire dalla terza stagione, o davvero il fatto che la
Mulgrew si impadronì finalmente del personaggio... Ma quella che abbiamo
dal terzo anno di programmazione di Voyager è davvero il Capitano Janeway
alla sua quintessenza: decisa, carismatica, ma davvero disponibile per
tutto l'equipaggio.
Nessuno, durante i primi tempi, avrebbe immaginato che la nostra Capitanessa
avrebbe potuto cenare in intimità nel suo alloggio con qualcuno, nè sedersi
allo stesso tavolo con suoi sottoposti o praticare attività sportive con
loro sul ponte ologrammi. Ma saranno scene alle quali, anno dopo anno,
lo spettatore si abituerà, senza stupirsene più... Come se tutto questo
fosse naturale. Mi ricordo ancora come, all'inizio, tutti i membri dell'equipaggio
nel bar olografico "Chez Sandrine", intenti a giocare a biliardo, si stupirono
ed irrigidirono quando videro Janeway entrare ed esprimere il desiderio
di giocare con loro, quasi come se un poliziotto fosse entrato in una
bisca clandestina. Un imbarazzo palpabile, che si perse via via sempre
più. Janeway perse tutta l'aura di parziale "rigidità" che poteva avere
attorno a sé, e quello che ne venne fuori fu davvero la "mamma" del Quadrante
Delta, anche grazie all'apparizione di Sette di Nove, che permise agli
scrittori di puntare molto sul lato materno della nostra Kathryn nel tentativo
di guidare la Borg a riottenere la sua umanità.
Ma
oltre a questo suo lato, è di un altro che è opportuno parlare: la sua
capacità decisionale. Ha dovuto da subito affrontare decisioni davvero
difficili, come nello stesso pilot della serie: decidere se la vita degli
Ocampa andasse posta davanti alla possibilità per il suo equipaggio di
tornare a casa. Quello fu, in effetti, un primo assaggio di come Janeway
era stata impostata a tavolino dai produttori: un Capitano che, per la
situazione in cui si trova, è costretto a prendere decisioni al limite
del razionale e dell'emozionale, di fronte a scelte "no win" che avrebbero
avuto costi altissimi in tutti gli scenari delle conseguenze possibilmente
immaginabili. Questo tratto di Janeway, però, rimase a lungo dormiente
e trascurato, dopo il pilot, tornando a galla di nuovo solo in "Tuvix",
alla fine della seconda stagione: Janeway dovette scegliere fra la vita
di un essere vivente ibrido e quella di due suoi membri dell'equipaggio.
Altra situazione in cui, quindi, qualsiasi scelta avesse preso sarebbe
stata discutibile. Altra situazione, come nel pilot, in cui Janeway è
conscia di dover prendere comunque una decisione, qualunque possa essere
il costo, e di doversi assumere delle responsabilità enormi per le conseguenze
di questa. Dopo "Tuvix" questo lato di Janeway torna fuori di nuovo
alla fine della terza stagione, con "Scorpion": arrendersi e rinunciare
a tornare a casa... o fare un patto coi Borg pur di superare l'ostacolo
che si è posto sul loro cammino? Janeway deciderà per la seconda opzione,
con alcune ripercussioni che verranno fuori in seguito, fra cui, in "Speranza
e paura", la scoperta che questa decisione ha inaspettatamente facilitato
che una razza fosse assimilata dai Borg, ormai non più ostacolati dalla
specie 8472 sul loro cammino di conquista.
Dalla
fine della terza stagione parte una Janeway sempre più impostata in questo
modo: sempre decisa e determinata, ma a volte al limite della razionalità;
una Janeway che, quando viene posta in certe situazioni, diventa quasi
ossessionata pur di riportare tutti a casa o di salvaguardare l'integrità
del suo equipaggio e della sua nave. Perde quasi il lume della ragione.
Ma, pur ossessionata, riesce anche a dimostrare di essere, in tutti gli
altri momenti, molto più rilassata nel suo ruolo, molto più "sicura" e
pragmatica, mantenendo il suo incrollabile idealismo. "Il dono";
"Metodo scientifico"; "Un anno d'inferno"; il già citato
"Speranza e paura" sono alcune delle prove più emblematiche che
dovrà affrontare nella quarta stagione. Fino all'inizio della quinta,
con la stupenda "Night", puntata in cui il latente senso di colpa
che Janeway si porta dentro, lasciato ad intendere fra le righe fino a
quel momento, viene fuori in tutto e per tutto, per ammissione della stessa
Kathryn: la decisione di salvare gli Ocampa al prezzo del loro esilio
nel Quadrante Delta, e di tutto quello che da ciò è conseguito, è qualcosa
che le pesa, tanto che possiamo supporre che per anni abbia pensato e
ripensato alla scelta che ha fatto, rivalutandola in continuazione. Ogni
morte accaduta fra le fila dei suoi uomini, da quando ha distrutto la
struttura del Guardiano, così come tutta la frustrazione di alcuni membri
dell'equipaggio a causa del brusco distacco dai loro cari, pesano sulle
sue spalle.
"Equinox"
segnerà l'apice della frustrazione di Janeway, fino a trasformarsi in
rabbia cieca e senza limiti nell'intento di fermare il capitano della
U.S.S. Equinox, nave che ha subito lo stesso destino della Voyager. Ella
non si fermerà davanti a nulla pur di punire la Equinox per le stragi
di forme di vita aliene che ha commesso pur di tornare a casa, fino a
passare addirittura la linea fra il bene e il male e rischiando anch'ella
di diventare una killer senza scrupoli. Una Janeway che, comunque, non
ha mai perso il suo idealismo, anche se può averlo dimenticato occasionalmente:
in "The Void" i nostri si troveranno imprigionati in una specie
di "sacca di buio" spaziale, nella quale molte altre navi sono cadute
allo stesso modo. Apparentemente senza via di scampo... tutti quelli che
vi sono caduti sono prede e predatori, gettandosi gli uni sugli altri
come sciacalli pur di depredare risorse e sopravvivere; ma non Janeway,
la quale preferisce tentare la via della collaborazione per riuscire ad
uscire da lì piuttosto che quella di "cane mangia cane" per tentare di
sopravvivere.
Un
idealismo che salterà fuori in tutta la sua forza, dulcis in fundo, in
"Endgame", lo splendido finale della serie: una Janeway del futuro,
disillusa e frustrata dal destino che ha subito il suo equipaggio negli
anni a venire( i produttori hanno portato all'estremo, astutamente, i
nuovi tratti che Janeway ha sviluppato durante i sette anni di viaggio
in spazio ignoto), torna indietro nel tempo per convincere se stessa del
"presente" ad approfittare di una via verso casa offerta da un fulcro
transwarp dei Borg, senza fare i conti col fatto che la versione "presente
" di se stessa possa preferire distruggere il fulcro e porre fine alla
minaccia che i Borg rappresentano per il Quadrante Alfa, piuttosto che
avvalersene per il loro bene. Quindi
torna a galla la stessa, meravigliosamente difficile scelta che si era
presentata nella prima puntata, chiudendo la serie con una specie di collegamento
ideale col suo punto di partenza: il bene della sua nave o il bene di
qualcun'altro? Il bene dei pochi o dei molti? Il procedere della storia
ci fa capire come, in fin dei conti, Janeway prende la stessa decisione
che aveva preso sette anni prima e che, pur cambiata sotto molti punti
di vista, il suo spirito sia sempre lo stesso. L'abbiamo vista delusa,
innamorata, ossessionata, spaesata, ma il finale di Voyager sembra quasi
suggerire che, pur avendo attraversato peripezie a non finire e pur avendo
tirato fuori tutta la sua "imperfezione umana" in varie occasioni, Janeway
è e resterà sempre un Capitano della Flotta Stellare, i cui principi guida
sono il rispetto, lo spirito di sacrificio e uno stupendo idealismo.
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