ELOGIO DELLA FOLLIA
di
Chiara Salvioni

Quant'è idilliaco, almeno nei suoi assunti fondamentali, il mondo di Star Trek. Cibo per tutti, teletrasporto per muoversi tra due luoghi diversi senza nemmeno dover prendere un autobus e viaggi oltre la velocità della luce. Per non parlare dell'uomo del futuro, così compreso nel ruolo di esploratore del cosmo, di osservatore dell'esistenza dalla privilegiata posizione del suo alto gradino sulla scala evolutiva. Quest'uomo nuovo (simboleggiato dagli ufficiali della Flotta Stellare) è abituato a entrare in contatto con le civiltà aliene più disparate e tramite la scienza ha raggiunto una profonda consapevolezza della struttura dell'universo. E' dunque, rispetto alla media del XXI secolo, più saggio, profondo, rispettoso, equilibrato…
Un momento. Qui c'è qualcosa che non quadra. Ma come? Dagli ultimi secoli di storia della Terra abbiamo imparato che l'evoluzione corrisponde al disordine; man mano che le situazioni sociali, economiche, politiche acquistano complessità la psiche umana risponde elaborando nuove debolezze. Pensiamo ai nostri tempi, quelli del dominio della psicanalisi: gli abitanti delle grandi metropoli, in balia di routine frenetiche, traffico e chi più ne ha più ne metta sono soggetti a stress, nevrosi, ulcere, vizi, tic, manie, psicosi… D'accordo, d'accordo, forse sto esagerando. E' indubbio però che ciascuno di noi crea, anche inconsciamente, dei modi per resistere alla pressione del mondo esterno; la nostra mente reagisce di conseguenza se questo inizia a complicarsi. Suvvia, abbiamo tutti quelle minuscole, sane follie che rappresentano una valvola di sfogo della razionalità e, allentando il controllo, ci evitano di impazzire del tutto finendo a urlare "Wendy, Wendy" con un'ascia in mano come Jack Nicholson in Shining. Più complessa è la vita, più lo diventiamo noi.
Allora i conti non tornano. Possibile che i protagonisti delle varie serie di Star Trek siano così psicologicamente equilibrati? I nostri eroi non dimostrano fragilità nelle occasioni di vita quotidiana. Appaiono timorosi solo di fronte a situazioni particolari, di reale minaccia; mostrano di possedere le grandi paure dell'esistenza, ma (senza sconfinare nel patologico) per quanto riguarda le piccole nevrosi della vita? Quei tic, quelle fobie, le personali idiosincrasie, le stranezze che ci rendono inimitabili e segnano il comportamento di ogni giorno anche in assenza di avvenimenti straordinari, a una rapida occhiata mancano. A me questo sembra più irrealizzabile del replicatore, esotico almeno quanto il teletrasporto e non meno irraggiungibile del viaggio a curvatura.
In un mondo tanto complesso e a tratti incomprensibile nemmeno una minuscola nevrosi? Niente tic? Qualche vizio nascosto? Manie compulsive?
Scocciata da tanta perfezione, sono andata alla ricerca del pelo nell'uovo.
Insomma, non mi aspetto certo che Kirk cammini per l'Enterprise evitando di calpestare le righe del pavimento o che Sisko (e qui purtroppo mi capirà solo chi segue il telefilm Ally McBeal) si metta a balbettare 'poughkeepsie' nel mezzo di una delle sue reprimende. Non ho affatto la pretesa di vedere nella mia serie televisiva preferita un personaggio insicuro, nevrotico, sbadato, pauroso e magari già che ci siamo pure un po' ipocondriaco.
Fermi tutti: anche i meno assidui telespettatori di Star Trek, che abbiano però in mente certe puntate di TNG, sapranno che questo personaggio esiste, eccome se esiste: si tratta dell'inimitabile tenente Broccoli -ehm- Barclay. Comparso per la prima volta nell'episodio di TNG "Illusione o realtà", questo peculiare coacervo di frustrazioni ha poi fatto diverse apparizioni in altre puntate sia della stessa serie che di Voyager, perdendo in quest'ultima, a mio parere, un po' dell'appeal (se così vogliamo definirlo) che aveva orginariamente. Quando Reginald Barclay si presenta in TNG sta vivendo una situazione poco piacevole: non ha amici ed è vessato dai superiori che lo ritengono un perfetto incapace, senza sapere che il suo talento è soffocato dall'incapacità di rapportarsi al mondo esterno. Insoddisfatto e frustrato, Reginald scappa dalla realtà rifugiandosi sul ponte ologrammi, unico luogo in cui si sente padrone della propria esistenza. Per questo motivo inizialmente più che un sano nevrotico appare seriamente disturbato: come definire altrimenti chi chiama Deanna Troi 'Dea dell'Empatia' e ne crea un'immagine virtuale solo per farsi coccolare sul ponte ologrammi? Per fortuna abbandona questo comportamento patologico raggiungendo un certo equilibrio, e il Barclay che vediamo nelle puntate successive si mostra in grado di condurre una vita piena di soddisfazioni pur senza rinunciare alle sue piccole fobie. Il tenente Barclay odia il teletrasporto e i ragni, è ipocondriaco, balbetta nel mezzo dei migliori discorsi di techno-babble (come dargli torto?), spesso sviluppa fissazioni incomprensibili agli altri, come quella di poter comunicare con la Voyager nell'episodio "Pathfinder". Il consigliere Troi, usata dal resto dell'equipaggio al massimo come saggia confidente ma difficilmente quale psicanalista, trova in lui una mastodontica impresa professionale al cui cospetto può, finalmente sul serio, rimboccarsi le maniche.
Tuttavia Barclay è fin troppo facile da notare, tanto stride con l'apparente seraficità degli altri ufficiali. Nell'episodio già citato "Illusione o realtà" persino Wesley Crusher, che data l'età dovrebbe essere in preda a destabilizzanti turbe adolescenziali, sembra più equilibrato di lui. Avevo invece promesso che sarei andata alla ricerca del pelo nell'uovo: e il caro Reginald è una trave, da quanto spicca.
Non mi interessa parlarvi di un personaggio che è stato creato per simboleggiare quei difetti che sembravano mancare agli ufficiali superiori dell'Enterprise. Da sincera appassionata delle acrobazie e contorsioni di cui è capace la psiche umana, provo più gusto nel mostrarvi come anche dietro una robusta armatura, ovvero la razionalità ostentata da alcuni personaggi di Star Trek, si nasconda una sottile vena di follia. Quella che possediamo tutti noi, consapevoli oppure no.
Barclay non è l'unico fobico della Flotta Stellare: anomalo è il numero delle paure da cui è attanagliato, ma non il fatto che egli ne nutra. Il terrore del teletrasporto, cui Reginald è soggetto, è condiviso, sotto la forma più leggera di un 'odio cordiale', dall'illustre ufficiale Leonard McCoy. Quest'ultimo, quando è possibile, preferisce lunghi viaggi su una navetta all'inquietante idea di vagare smaterializzato nello spazio, consapevole che una piccola fluttuazione potrebbe minacciare la ricomposizione del suo corpo. E non gli importa che la precisione degli strumenti usati superi ampiamente il margine di errore necessario perché ciò avvenga; lo sa benissimo, ma continua a fare a modo suo.
Un'altra paura che Barclay spartisce con un collega è quella per i ragni. Noi conosciamo l'individuo in questione quando è già guarito dalla sua aracnofobia, ossia nella puntata "Paure nascoste" (sempre TNG): si tratta di Miles O'Brien, che ci offre un raccapricciante racconto della sua guarigione, avvenuta, per dirla brevemente, tramite diretto contatto con enormi rappresentanti dell'animale temuto. Per dimostrare la validità della sua guarigione egli mostra al tenente il suo animaletto di compagnia, il grosso ragno dalle lunghe zampe Christina. Barclay sbianca letteralmente alla vista, e io certo non lo biasimo.
Caso particolare è quello del capitano Jean-Luc Picard, che per la sua capacità di distinguersi sempre soffre di quella che probabilmente è l'unica fobia cui Barclay non è soggetto: il terrore dei bambini, o meglio del contatto con loro. Più accentuata all'inizio di TNG (nel pilot "Incontro a Farpoint" viene tranquillamente ammessa), la paura si affievolisce nel corso della serie fino a (sembra) essere superata in "Disastro sull'Enterprise". Tuttavia Picard non appare entusiasta quando, due stagioni dopo, si trova festeggiato da tutti i bambini della nave in occasione della famigerata Giornata del Capitano.
Il capitano di TNG è anche l'unico ufficiale esplicitamente soggetto a tic. Come altro chiamereste la famosissima sistemata (la vera 'manovra Picard') che dà così di frequente alla sua uniforme?
Molte gioie dà la ricerca nel campo delle ossessioni.
Mentre sono scomparse quelle legate ad alcuni vizi non più esistenti nel XXIV secolo, come il fumo, l'alcool (i liquori sono sintetici) e il gioco d'azzardo (è vero che in DS9 esiste, ma gli ufficiali della Flotta, cui guardiamo in questa occasione, raramente vi indulgono) rimangono le fissazioni di tipo culinario. E' indispensabile citare il consigliere Deanna Troi, nota adoratrice del cioccolato in ogni sua forma, e il solito Picard fissato con il the rigorosamente Earl Grey (quando gli viene offerta una qualità diversa sbotta innervosito). Alla lista aggiungerei anche William Riker, il cui elastico girovita, che raddoppia ogni trentina di episodi, non può essere altro che simbolo di una travagliata bulimia. Star Trek ci ha però regalato il caso particolare di un intero equipaggio soggetto a un'ossessione comune: sulla Voyager si consuma infatti tanto caffè quanto il Brasile ne produrrebbe in almeno un migliaio di anni. Dal capitano Janeway a Tom Paris, da B'Elanna a Seven of Nine (che sperimenta la pregiata bevanda durante il suo percorso di scoperta dell'umanità) le litrate di caffè scorrono; se l'energia fornita ai replicatori per produrlo durante sette stagioni fosse stata indirizzata ai motori a curvatura, probabilmente la nave sarebbe tornata nel Quadrante Alfa molto prima…
Allontanandoci dal campo alimentare troviamo poi la deliziosa fissazione da parte di un personaggio che non dovrebbe averne. L'androide Data è infatti un vero gattofilo, e il numero di supplementi felini memorizzati nel replicatore del suo alloggio nonché le composizioni poetiche dedicate al gatto Spot ne sono concreta testimonianza.
Insomma, qualche difettuccio, mania, tic è presente anche negli apparentemente razionali ed evoluti personaggi di Star Trek. Dobbiamo forse iniziare a lamentarci perché in questo modo non rappresentano più l'ideale immagine dell'uomo del futuro? Certo che no, anzi.
Tutto questo farà per sempre parte di noi esseri umani. Essere equilibrati non vuol dire essere perfetti; dopotutto il verbo "equilibrare" significa bilanciare due o più termini che si contrappongono. E che equilibrio c'è da mettere nella perfezione? Saggio è chi riesce a liberare i propri conflitti interiori (e quelli, non si scappa, li abbiamo tutti persino nella situazione più rosea) anche tramite qualche vizio o piccola mania ed è in grado di convivere con essi riconoscendoli apertamente. Trovo triste il tempo che si passa cercando di costringersi in panni che non sono i propri ostentando un'apparenza impeccabile; è una tortura non dissimile da quella inflitta ai bambini mancini, nelle scuole di anni fa, quando si legava loro il braccio dietro la schiena per obbligarli a scrivere con la mano destra. Il tempo impiegato in questo modo, per propria volontà, è sprecato e così facendo a mio parere si perde metà del divertimento che si potrebbe trarre dall'esistenza.
E' questa, in fondo, la bellezza della vita. Siamo disomogenei, in costante lotta con noi stessi. La nostra psiche frammentata forse, analizzata pezzo per pezzo, sembra poco più di un confuso ammasso di cocci; ma visti nel loro insieme, sotto la luce giusta, questi frammenti possono formare una ricca e splendida immagine… Come cristalli in un caleidoscopio.



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