QUESTIONE DI ETICA
di Diego "Tug" Cacchiarelli


Era la data stellare 45587.3, per noi italiani era semplicemente il 20 Marzo del 1995. Quel giorno, in TV, i più fortunati hanno potuto vedere "Questione di etica" (Ethics), uno degli episodi più belli di TNG.
In pieno spirito trek si decise di affrontare con il "filtro" dell'ambientazione fantascientifica il delicato problema dell'eutanasia.
La storia inizia in una stiva di carico dell'Enterprise, dove Worf e La Forge stanno effettuando controlli su alcuni grossi contenitori stivati. Uno di questi cade sulla schiena di Worf, il quale a seguito di quest'incidente rimane paralizzato.
Worf è un Klingon e, per i pochi che ancora non lo sanno, i Klingon sono una razza guerriera, con un enorme senso dell'onore e della dignità. Vivono la loro vita combattendo per la gloria dell'Impero e della propria famiglia.
Un Klingon vive per combattere e quando è ferito lo si lascia morire, perché la sua vita non avrebbe più senso, in quanto privata della "gioia" e dell'onore del combattimento con l'avversario. Per un Klingon l'unico modo onorevole di morire è in battaglia. Ogni altra morte rappresenta un'infamia per se stessi e per la propria famiglia.
Con queste premesse, è chiaro capire che la condizione di Worf dopo l'incidente è insostenibile.
L'episodio parte da questo per costruire un piccolo gioiello etico di poco più di 40 minuti. Ci sono tutti gli elementi per un'analisi profonda ed onesta della pratica dell'eutanasia.
Ma andiamo avanti con la storia. La dottoressa Crusher cerca invano di fargli accettare la sua condizione e gli propone l'applicazione di "bande di assistenza motoria", che lo porterebbero a riacquistare il 60-70% della sua attività motoria. Worf, disgustato, chiede invece a Riker di aiutarlo a morire secondo i dettami di un antico rituale klingon. Nel mentre, sale a bordo dell'Enterprise un'esperta, la dottoressa Russell, che ha l'obiettivo di sperimentare su Worf una tecnica "genetronica" che, a fronte di altissimi rischi di morte, porterebbe l'ufficiale al totale recupero della sua condizione. A questo punto le cose si complicano: Riker non vuole aiutare Worf ad uccidersi e la dottoressa Crusher si oppone alla tecnica della Russell perché non rispettosa dell'etica medica. Entrambi, sia la Crusher che Riker, chiedono aiuto e consiglio a Picard.
Come si può osservare entrano in gioco molti personaggi, ognuno dei quali rappresenta metaforicamente un diverso punto di vista sull'eutanasia.
Abbiamo Worf, il paziente che vuole morire (qui non c'è nessuna metafora), la medicina ufficiale che vuole usare solo i mezzi proporzionati per la cura del paziente (la dottoressa Crusher), la medicina d'avanguardia che non si pone limiti sulla proporzionalità della cura e dei rischi (la dottoressa Russell), l'amico che ha il grave problema di coscienza e che si chiede se sia giusto o meno opporsi ad una decisione consapevole e meditata di un'altra persona (Riker).
C'è anche Picard. Qual è il suo ruolo? Cerchiamo di scoprirlo andando ancora avanti con la storia.
Riker, sempre più consumato da questa grave scelta che deve compiere, chiede aiuto a Picard. Il capitano senza dargli una risposta gli fa comunque osservare il necessario rispetto che si deve alla persona che soffre e che vive con la sua cultura e con il suo dolore (anche morale). La scelta di Riker, secondo Picard, deve essere fatta tenedo conto di questi elementi. Il primo ufficiale comunque si salva in calcio d'angolo grazie allo studio approfondito del rituale. Tale pratica infatti richiede, se presente, che l'aiuto/assistenza al suicidio venga fatta da un familiare. Sulla nave c'è Alexander, il figlio giovanissimo di Worf. A lui spetterà quest'incombenza.
Intanto i rapporti tra le due dottoresse diventano sempre più aspri e le posizioni si allontanano al punto che la dottoressa Crusher sospende la sua collega dal servizio. Immediatamente dopo Crusher va a chiedere consiglio al capitano Picard sul da farsi.
Il capitano fa notare al suo medico di bordo che per cultura e per sua personale natura Worf non accetterebbe la sua condizione da menomato e che tra il rischio di morire sotto i ferri di una procedura operatoria rischiosa e la certezza di vedere Worf morto per aver portato a termine il suo suicidio rituale, sarebbe il caso di tentare la prima opzione. La Crusher con riluttanza accetta.
A questo punto si delineano meglio la posizione di Picard e il suo ruolo. Egli è l'elemento equilibratore, il punto di incontro tra diverse posizioni, tutte sensate, ma tutte insufficienti - se prese singolarmente - a risolvere un problema simile.
Torniamo alla storia. L'operazione ha inizio, si procede con la duplicazione "genetronica" e, dopo molto lavoro, l'intervento si conclude. Worf muore ma poco dopo, grazie a uno dei sistemi vitali ridondanti della fisiologia Klingon, il cuore ritorna a battere. Felicità, commozione e quant'altro. Ma allora chi aveva ragione?
La domanda non è da poco e gli sceneggiatori nella costruzione hanno volutamente lasciate aperte alcune questioni. Il ruolo di Riker, ad esempio. Sembrava una posizione centrale della vicenda ed invece con un semplice cavillo lo si mette da parte. Ma solo apparentemente, almeno per come la vedo io. Nell'avvicendamento tra Riker ed Alexander sulla possibilità di decidere il destino di Worf, ci ho letto qualcosa. Credo che il messaggio che si è voluto dare è che la decisione di un gesto tanto estremo deve essere sempre affidato alla persona stessa o ad un suo stretto familiare. Nessuno conosce le vicende umane e personali tanto in profondità come se stessi o un figlio. Credo che il messaggio sia stato questo.
Altri messaggi si colgono in Picard e vi abbiamo già accennato sopra. Egli rappresenta la ragione e l'umanità che va oltre le norme legali e morali. È colui che con equilibrio, serenità ed onestà valuta il fenomeno. Il significato qui è centrale: la pratica dell'eutanasia, secondo quanto dimostra Picard, non si può racchiudere in una norma o in un'indicazione religiosa/morale. Decidere di morire per non affrontare una malattia debilitante e dolorosissima (anche moralmente) è un fatto assolutamente personale. Allo stesso modo, il messaggio ulteriore è che non si può affrontare tutto questo con modalità standard individuabili. L'indubbia diversità di ogni essere dall'altro mal si sposa con la ricerca di una regola che valga per tutti.
L'impossibilità di disporre del proprio corpo è un retaggio religioso derivante dall'affermazione che Dio ci ha fatto "dono" della vita e che noi non possiamo quindi disporne a nostro piacimento. Moltissimi Stati a loro volta hanno recepito questo concetto e lo hanno tramutato in leggi. È un modo giusto di considerare il fenomeno? Non spetta a me dirlo; di certo se si parte dalla premessa del "dono" della vita fatta da un Essere superiore a noi il discorso può essere condivisibile. Ma nel mondo ci sono tanti Credo come ci sono anche tante persone che non hanno nessun Dio in cui credere. A seguito di queste considerazioni, mi sorge una domanda: la scelta di disporre del proprio corpo deve davvero essere relegata ad una legge o ad indicazioni vincolanti di una religione?
Chi ha la risposta esatta me lo faccia sapere!


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