CUBE
di Maurizio "Zeno" Corò


Una superficie liscia, monocromatica. A sinistra una parete di due metri e mezzo, e a destra anche. Sopra un soffitto a cinque metri di altezza, dello stesso colore delle pareti. Sotto un pavimento di cinque metri per cinque, dello stesso colore… C'è qualcosa di più perfetto e inquietante, nella sua ripetitività, di un cubo?

Titolo originale: CUBE
Titolo italiano: Il cubo
Titolo di Zeno: Cubo

Regia: Vincenzo Natali
Scritto da: André Bijelic, Graeme Manson

CUBE è un piccolo capolavoro: il classico esempio di come, con un budget minimo e senza esplosioni, si possa tenere incollato alla poltrona uno spettatore a chiedersi cosa accadrà nella scena successiva.
Immune dalla nefanda influenza holliwoodiana, Vincenzo Natali confeziona in Canada una pellicola destinata a diventare una pietra miliare.
L'intero film è semplice e lineare in maniera disarmante e ci costringe a non farci troppe domande… Un gruppo ben assortito di sventurati si sveglia all'interno di una struttura a forma di cubo: ogni stanza ha le pareti di 5 metri di lunghezza e di una tinta monocromatica fluorescente. In ogni parete c'è un condotto chiuso da due portelli di metallo che conduce ad un'altra stanza, identica in tutto alla precedente, se non per il colore. Alcune stanze sono sicure, mentre altre contengono, nascoste, trappole mortali.
È come una storia d'amore: perché mi sono innamorato? Un perché non esiste: è così e basta. Allo stesso modo i prigionieri non hanno spiegazione del perché si trovano all'interno della struttura, come sono stati scelti o prelevati, e soprattutto… di come ne verranno fuori.

REGIA

Vincenzo Natali, italo-canadese, saltato alla ribalta con "PSI-factor" (giunto da noi solo un paio di anni fa; tra gli interpreti anche Dan Akroyd), intraprende nel 1997 un'avventura mistica e inquietante: più spaventosa di un film dell'orrore o di un thriller psicologico. È l'essenza umana, orribile: il confronto tra la follia di un mostruoso esperimento scientifico (forse) e l'istinto di conservazione. È l'analisi di come un uomo può, sotto tensione, tirare fuori quello che realmente ha dentro, spesso a sua insaputa. Soprattutto è l'emblema della follia umana, alla perenne ricerca di qualcosa che va al di là di una stanza quadrata, pur non sapendo cosa mai potrà trovare oltre il portello.

SCENEGGIATURA

Si tratta forse della sceneggiatura più essenziale che io abbia trovato, ma di certo non mi stupirei se lo sceneggiatore fosse stato coadiuvato da un'équipe di psicologi…

PERSONAGGI

L'intero film è incentrato sui personaggi, anche perché non esiste altro all'interno del CUBO. Le trappole mortali tengono la tensione a pieno regime, e la graduale risoluzione dell'enigma del cubo affascina come un thriller ben congegnato. Tutto ciò fa passare quasi in sordina il profilo psicologico dei personaggi, che a tratti ci sorprende senza farci quasi rendere conto dell'evoluzione: nello sviluppo del film, dall'inizio alla fine, tutti i personaggi mutano, diventando figure totalmente diverse da quelle presentateci all'inizio.
Quentin è un poliziotto: simbolo di sicurezza, moralità, indipendenza.
Leaven è una studentessa di matematica: timida ed imbarazzata.
Hollowoy è una dottoressa: simbolo di logica, analisi e capacità risolutive.
Rennes è un ladro: mago dell'evasione.
Kazan è un ragazzo autistico: classico peso morto.
Worth è un impiegato: monotono e privo di passioni.
Al termine del film scopriremo che il poliziotto è moralmente corrotto e sleale, la matematica dimostrerà il coraggio di una tigre, la dottoressa ha più problemi dei suoi pazienti, il ladro farà una fine ingloriosa, l'autistico sarà la fotocopia di Rain-Man e l'impiegato deciderà per cosa vale o meno la pena di vivere nella società contemporanea.
Il passaggio sarà talmente delicato che noteremo la mutazione solo dopo la fine del film, dopo aver pensato e ripensato alle personalità.
Questo film mette in piazza le facciate degli uomini: la maschera che ognuno di noi indossa ogni momento della propria vita… Un'analisi sociologia ben più approfondita dell'eroe pirandelliano: non vengono analizzate le maschere o il perché le indossiamo, ma siamo semplicemente costretti a togliercele dal volto e a mostrarci di fronte agli altri… e quando l'uomo non è più nascosto dalle sue maschere può dimostrare capacità insperate, o precipitare nell'oscuro vortice della malvagità, della disperazione, della pazzia.

RECITAZIONE

Attori noti soprattutto in Canada e in produzioni per la televisione, vengono messi in piazza in una prova assai difficile ed impegnata. Il risultato: niente male davvero. Le trasformazioni sono sottili e ben rese, in modo particolare per il personaggio di Leaven (Nicole de Boer… mai sentita? Eppure scommetto che se vi parlo di… Erzi Dax, qualcosa vi viene in mente) e Worth (David Hewlett): due belle prove.

ATMOSFERA

Il direttore della fotografia, come quello del suono, hanno ben plasmato il proprio lavoro alle esigenze di un film così particolare: l'ambiente claustrofobico e misterioso ricorda i labirinti del "Nome della Rosa"; il sonoro, cupo ed essenziale, riporta alla mente le pellicole di Argento… Si tratta, dunque, di una cornice elegante ed appropriata, che sottolinea i passaggi essenziali senza invadere mai la scena.

SCENA MIGLIORE

Si tratta senz'altro del momento più drammatico del film: continuando a girare all'interno del cubo alla ricerca della via d'uscita, Leaven scopre di essere tornata esattamente alla prima stanza visitata. Comprende quindi che l'intero cubo è in continuo movimento e che tutti i calcoli fatti fino a quel momento si sono rivelati errati ed inutili. Un istante dopo la disperazione, però, ecco nascere il barlume d'ingegno che porterà alla soluzione. Vediamo dunque la genialità del regista che ci presenta la realtà come un labirinto infinito e con la soluzione talmente oscura da essere impossibile a vedersi… se non fosse che l'uscita si trova esattamente accanto a noi, ed è solo l'ottusità della nostra psiche (le paure, le emozioni, le facciate…) a renderci ciechi.

PERLA

Niente dire: la perla è la scena che si sviluppa prima dei titoli di testa. Un fulmine a ciel sereno che ci congela con bocca spalancata e respiro strozzato nella trachea. Volete saperne di più? Guardate il film: non sarò certo io a rovinarvi la sorpresa…

ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

Sfortunatamente c'è un neo in questa opera d'arte: la storia mette in piazza troppi interrogativi che restano senza risposta. L'intenzione del regista è chiara, ma gli spunti da cui trarre spiegazioni personali non sono sufficienti ad appagare la sete che il film fa bruciare ardente nelle gole degli spettatori. Come ne "La nona porta" di Polanski il finale cade sotto il peso di spiegazioni non date e interrogativi rimasti irrisolti. Davvero un peccato, perché qualche delucidazione in più non avrebbe compromesso il messaggio del regista: l'inutilità delle azioni umane.
Resta comunque una risoluzione logica (matematica) all'enigma del cubo, e questo ci appaga; il drammatico finale era indubbiamente inevitabile e resta una scelta fortunata… Ma quando ci alziamo dalla poltrona non possiamo far altro che soffocare la domanda: "Perché?", dal momento che nessuno ci risponderà mai.
Alcune critiche cinematografiche hanno comunque duramente colpito questa pellicola, lapidandola al grido: "Meglio restare a casa a giocare alla versione videogame". Personalmente mi dissocio.

SCHEDA CONCLUSIVA

Voto finale: 800/1000
Collocazione nella videoteca: tra il "Nome della Rosa" e "Il tredicesimo piano"
Cibo migliore: digiuni
Compagnia migliore: uno o due amici e silenziosi, meglio se completamente soli
Prerequisiti cinefili: nessuno
Film relazionati: nessuno
Effetti benefici: fa riflettere sulla natura umana
Controindicazioni: ansia, claustrofobia, depressione

 

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