 |
|
THE TRUMAN SHOW
Odissea tra finzione e realtà
di Matteo
"Norton" Bistoletti
Uno
dei film che più mi ha colpito per la sua intelligenza e raffinatezza
in questi ultimi anni, in cui fin troppo spesso il cinema fantastico sembra
essere davvero diventato troppo semplicistico e diretto (come spesso e
purtroppo viene catalogato da coloro che non lo seguono abbastanza per
poterlo giudicare), è sicuramente l'ultima opera del regista Peter Weir
(che ha diretto anche film meno surreali come l'acclamato L'attimo
fuggente e Witness - Il Testimone): sto parlando di The
Truman Show.
Truman Burbank, interpretato da uno strepitoso Jim Carrey, vive la più
normale delle vite in una tranquillissima cittadina, Sea Haven Island.
Quello che lui non sa è che la sua vita è un ininterrotto show televisivo
(il Truman Show del titolo, appunto) di cui lui, senza saperlo, è l'indiscusso
protagonista.
Diversi
attori interpretano le parti della moglie, degli amici, dei colleghi,
dei genitori e anche dei semplici passanti (le comparse insomma). Lui
è l'unico a non sapere niente. Lo show si svolge sotto un'immensa cupola,
dove troviamo il villaggio, il mare, i boschi, la luna e il sole, insomma
tutta la realtà di Truman!
Tutto procede bene finché in Truman non nasce il sospetto. Un sospetto
che lo porterà a chiedersi cosa c'è che non va nella sua vita, mettendo
a repentaglio la sua stessa realtà, fino al delicatissimo finale.
L'idea di base, per quanto molto intrigante, non è certo nuova ai fan
della fantascienza. Direi che il re incontrastato di questo genere, in
cui la realtà stessa viene sempre messa in dubbio, è il grande Philip
K. Dick. A livello cinematografico esisteranno sicuramente dei precursori,
ma va sottolineato anche il fatto di come il famosissimo Matrix
ponga le sue basi proprio sullo stesso concetto di The Truman Show
(ad esso antecedente e, a mio avviso, superiore).
Purtroppo
fin troppo spesso ci si è limitati a considerare questo film nella sua
visione più banale: una sorta di lotta al potere, dove quest'ultimo è
rappresentato dall'inquietante e crescente egemonia assunta dalla televisione
al giorno d'oggi. E l'avvento dei reality show, quali il Grande Fratello
e affini, sembrano ormai rendere The Truman Show un film quasi
sorpassato, dato che la nostra realtà televisiva si avvicina alla temuta
fantasia di questo film.
Senz'altro vi è in The Truman Show una forte critica a questo aspetto
della società, ed è inoltre un film strutturato benissimo da questo punto
di vista, con una trama forte, efficace, ricca in ogni dettaglio e molto
coinvolgente. Ma il film va decisamente oltre, usando la storia solo come
espediente narrativo per parlarci di concezioni complesse quali realtà,
fede, esistenza e vita.
Il
produttore/regista/creatore di questo programma è un personaggio fondamentale
(e Ed Harris è assolutamente geniale nel portarlo in scena) e si chiama
Cristoph. In un'intervista, che avviene durante il corso del film, Cristoph
dice:
"Noi accettiamo la realtà del mondo così come
si presenta; è molto semplice."
Su questo semplice assioma Truman vive un vita che ai nostri occhi sembra
semplicemente ridicola. Infatti i compromessi a cui egli è involontariamente
sottoposto sono molti (dal fatto che non può mai lasciare l'isola ai continui
messaggi pubblicitari che sua moglie e i suoi amici propongono accanto
a lui), ma tutto questo è ai suoi occhi normale, per il semplice fatto
che non conosce altra realtà se non quella in cui vive.
Ma quando questo suo sistema comincia a diventare stretto, il desiderio
si annida nella sua mente ed esplode nel momento in cui viene alimentato
anche dal sospetto che qualcosa non quadra.
Qui inizia il viaggio di Truman, in cerca di quel qualcosa
che gli consenta di varcare i limiti della sua stessa limitata realtà.
Ed
ecco comparire la metafora; in fondo Truman altro non vuol dire che "vero
uomo", e non credo che il parallelismo con quello che noi siamo e come
viviamo sia poi tanto lontano.
La nostra limitatezza è da sempre stata qualcosa che, come Truman, non
abbiamo accettato. Il bisogno di "infinito", di qualcosa di superiore
alla nostra banale mortalità, è innato nell'uomo, anche se (come sosteneva,
fra gli altri, Leopardi) l'uomo è conscio della sua inesistenza o comunque
irraggiungibilità. La fede, come quella in Dio per prendere l'esempio
a noi forse più vicino, è per molti una risposta a questo bisogno, a prescindere
se essa è alimentata o meno da precisi sentimenti religiosi.
Truman alla fine trova una risposta alla sua domanda, trova quel Qualcosa
che stava cercando. La scena è stilisticamente perfetta. Alla fine egli
tocca il limite della cupola in cui ha vissuto e facendo ciò tocca un
cielo dipinto. Il cielo è da sempre stato simbolo dell'infinito e non
per niente è anche da sempre il luogo a cui volgiamo il nostro sguardo
quando cerchiamo di elevarci a qualcosa di superiore. Truman, una volta
toccato il cielo con un dito e accortosi dei limiti imposti in cui aveva
vissuto, si scaglia con rabbia e disperazione contro questo muro come
per sfondarlo; un bisogno innato di rompere i propri limiti una volta
che essi sono alla nostra conoscenza e portata.
Poi Truman si porta verso l'uscita; una porta nera, buia. Lui non sa cosa
lo aspetta al di là, né mai noi lo vedremo. L'unica cosa che noi sappiamo
è che egli varca questa soglia.
Ma la parte più interessate è appena un attimo prima; il suo dialogo con
Cristoph, il suo Creatore (la "C" maiuscola è per rendere forse più ovvio
il paragone). Non a caso Cristoph parla a Truman attraverso il sole (dove
è posta la "sede operativa" del programma), e non caso esordisce dicendo:
"Io sono il creatore…[pausa] …di uno show televisivo.
(…)"
e, infine, (ma questa è una mia totale illazione forse un tantino esagerata)
non a caso si chiama Cristoph. Non so come sia in lingua originale
e se funzioni lo stesso.
Ecco cosa gli dice alla fine:
"Tu
eri vero. Per questo era così bello guardarti. Ascoltami, Truman, là fuori
non troverai più verità di quanta non esista nel mondo che ho creato per
te, le stesse ipocrisie, gli stessi inganni, ma nel mio mondo tu non hai
niente da temere. Io ti conosco meglio di te stesso. (…) Sta' tranquillo,
ti capisco; ho seguito ogni istante della tua vita, ho seguito quando
sei nato, quando hai mosso i tuoi primi passi, ho seguito il tuo primo
giorno di scuola, il momento in cui hai perso il primo dentino. Come fai
ad andartene? Il tuo posto è qui con me."
In queste poche bellissime frasi si esprime al meglio la figura di questo
creatore, affezionato alla propria creatura, ormai divenuta troppo consapevole
per poterla fermare. I richiami biblici si sprecano: l'infinito non è
forse a noi negato perché ci avvicineremmo troppo a qualcosa che non possiamo
afferrare? Il mito del peccato originale non fonda proprio qui le proprie
basi? Inoltre Cristoph, poco prima, cerca di fermare Truman proprio attraverso
una tempesta che travolge la sua barca in mare. Non si tratterà forse
di un richiamo biblico al diluvio universale?
Una cosa va ancora sottolineata a confermare la nostra metafora: Cristoph
ha ragione, andando là fuori non troverà meno ipocrisie di quelle che
c'erano lì dentro, solo che lì lui era al sicuro. Allora anche noi siamo
dei Truman, recitiamo forse anche noi in uno show le cui pareti e confini
non sono ancora alla nostra portata? Anche i nostri sentimenti e le nostre
vite sono abili costruzioni di un regista che dall'alto della sua sala
operativa ci controlla? È poi così irreale il famoso detto che
la vita è un palcoscenico?
E che differenza vi è tra la nostra ipocrisia e quella di Truman?
Cristoph ha ragione: la realtà da sit com in cui viveva Truman era sì
fittizia, ma appagante fino al momento in cui il dubbio non si è insinuato
in lui. Truman viveva in un mondo perfetto dove ogni problema aveva una
soluzione, un Eden dal quale ha voluto fuggire. Anche Truman non ha saputo
resistere alla tentazione di cogliere quella mela, che ha messo fine ad
una vita perfetta e alla quale non sarebbe mai più potuto tornare.
Infine
la domanda cruciale: e se avesse vissuto tutta la sua vita senza mai porsi
quelle domande fondamentali, non sarebbe stato forse più felice? L'ignoranza
paga in questi casi? La famosa "beata" ignoranza? Evitare domande e dubbi
su ciò che ci circonda, restando all'oscuro di determinate verità, aiuta
a vivere meglio? Più spensieratamente, forse, sì. Forse la mela
e il peccato originale erano scritti da sempre nel genoma umano; questo
bisogno innato che abbiamo è qualcosa di più forte ad ogni nostro impulso.
L'errore stesso sta nell'esistenza della tentazione, del desiderio, che
sono però le dirette conseguenze della nostra libertà.
Un' ultima nota la faccio su quelle mille facce che vediamo comparire
durante il film nel mondo reale e che seguono costantemente il Truman
Show. Una volta che Truman è fuori e libero, il programma viene interrotto.
La reazione, dopo aver vissuto incollati al televisore per anni, è "Cosa
trasmettono adesso? Dove è la guida TV?" A questo punto mi sovvengono
le mie lezioni di filosofia e la concezione politeistica greca, dove l'uomo
era solo una sorta di divertimento e spettacolo per questi dei stanchi
e annoiati, che ci guardavano dall'alto, con molta superiorità e divertimento.
Nessun affetto legava gli uomini a questi dei, come nelle più moderne
concezioni teologiche, bensì un più semplice rapporto tra entità superiori
e le loro creazioni ludiche.
The Truman Show pone tutti questi interrogativi sulla nostra stessa
esistenza ed è un piacere per l'intelletto. Ovviamente cercare di essere
esauriente nell'interpretarlo è impossibile, data la sua complessità e
la moltitudine di interpretazioni diverse che se ne potrebbero dare. Ma
credo che ognuno di noi debba sentirsi un po' Truman ogni tanto, perché
sono sicuro che tutti noi ci poniamo quelle stesse domande e abbiamo quegli
stessi impulsi che hanno portato Truman a mettere in discussione la realtà
in cui vive. Se poi anche noi, un giorno, arriveremo ad una meta e riceveremo
risposte alle nostre domande lo lascio decidere a voi. Ma sarebbe veramente
una fortuna?
Se volete commentare questo articolo scrivete
a Warp
Mail
|