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ETICA
E MORALE
di Fabiano "Langley"
Piccione e
Matteo
"Norton" Bistoletti
Mentre comincio a scrivere queste
righe mi rendo conto che non sarà possibile realizzare un discorso del
tutto esauriente, e che mi sto imbarcando in un'impresa abbastanza titanica
quanto intricata e controversa. Questo perché le concezioni di etica e
di morale non sono le stesse per tutti, né di chiara definizione.
Cominciando con ordine, si potrebbe tentare di dare una definizione il
più esauriente possibile del concetto che sta dietro la parola "etica":
essa deriva dal greco "ethos", che ha il significato di "costume, modo
di comportarsi". Etica è la scienza della morale, cioè delle forme di
condotta approvate e stabilizzate nella comunità umana. La morale non
è unica: popoli e civiltà diversi hanno diverse morali, e anche all'interno
di una stessa civiltà, sia in passato che oggi, la morale può variare.
Essa cambia col tempo e cambia nello spazio, come nel tempo e nello spazio
varia la mentalità dei popoli e delle comunità di ogni tipo. Questo dato
di fatto sembra tagliare le gambe ad una scienza che pretenda di fondare,
o meglio di individuare, una morale che valga per tutti e in tutti i tempi.
Il c.d. "relativismo etico" è una tesi secondo la quale, appunto, ogni
cultura e civiltà ha la sua morale, valida solo nel suo ambito e non confrontabile
con altre. Questa tesi, di origine sofistica, nega quindi una qualsiasi
morale umana universale. Sociologi e antropologi oggi appoggiano tale
tesi, per evitare una qualsiasi forma di "etnocentrismo", cioè la credenza
di una qualsiasi forma di superiorità di una cultura sulle altre. Le diverse
valutazioni morali dipenderebbero dai diversi conflitti e pericoli interni
ed esterni che le varie comunità devono affrontare, come per esempio mantenere
salde le istituzioni, la pacifica convivenza, la produttività e la stabilità
di rapporti sessuali. Il relativismo è antagonista dell'etica, quindi,
non della morale: esso nega l'esistenza di un'etica in grado di comprendere
la globalità delle morali, mentre tende a riconoscere a tutte le diverse
morali una validità assoluta. Esso nega che esista un'unitaria concezione
di "bene" e "male" nelle diverse culture, ma allo stesso tempo afferma
che questa unitarietà esista, sebbene solo in un certo grado, all'interno
di una stessa cultura.
"Vestita di bianco, come per una festa, con un gesto gioioso e denso di
speranze, una giovane donna si lancia nel fuoco dove sta ardendo il corpo
del marito defunto. Senza un grido o un lamento si lascerà avvolgere dalle
fiamme, nell'attesa dell'unione eterna e felice con lui": questa è la
descrizione del rito del "Sutee", una cerimonia del mondo indù dalle origini
antichissime, presa dal libro "L'elefante invisibile", Mantovani.
Quanti di noi potrebbero assistervi serenamente, senza provare sgomento,
orrore o indignazione? Quanti di noi potrebbero dire che questo rito sia
"giusto"? Ben pochi, credo, proprio perché la nostra morale è diversa
da quella indù, per una infinita serie di motivi storico-religioso-culturali.
Nel mondo greco e romano antico l'incesto era una pratica ricorrente e
scontata, mentre oggi pensiamo ad esso come una cosa disdicevole e abominevolmente
contro natura. "Bene" e "male", "giusto" e "sbagliato" sono concetti relativi
al tempo e allo spazio, come i due esempi qui sopra indicano chiaramente.
Marx credeva che l'etica , come appunto universalità della legge morale,
fosse solo una maschera posta a giustificazione dei modi di vita della
società capitalistica, alienando l'uomo da se stesso.
L'esistenzialismo di Sartre ha incoraggiato la negazione di quanto possa
definirsi "etica", ribadendo che l'uomo non possiede un'essenza o natura
su cui si possa fondare un codice di condotta universale, e che invece
egli progetta liberamente la sua esistenza sulla base dei rapporti che
lo legano al mondo e ad altri uomini.
Le correnti di pensiero succitate sono solo alcune di quelle che appoggiano,
in diversi gradi, il relativismo di morale, facendone un concetto addirittura
individualistico secondo cui ogni uomo ha la sua morale.
Direi
che, dopo quanto detto fino ad ora, non possiamo esentarci dal renderci
conto di quanto realismo e allo stesso tempo quanto irrealismo ci siano
in Star Trek riguardo alla moralità e all'etica: vediamo decine e decine
di mondi riuniti in una grande organizzazione chiamata Federazione Unita
dei Pianeti (in cui rientra di conseguenza anche la Flotta Stellare),
che si prefiggono scopi comuni e che convivono pacificamente, senza conflitti
interni di alcun genere, senza differenze apprezzabili nel modo di comportarsi
e di pensare, condividendo apparentemente gli stessi principi e gli stessi
concetti di "giusto" e "sbagliato". Secondo quanto detto qui sopra, ciò
nella realtà sarebbe impossibile: una federazione di così vaste proporzioni,
composta da così tante razze diverse e dalle più diverse culture, difficilmente
potrebbe esistere in modo duraturo.
Non
nella realtà di oggi, in cui in effetti la morale è un concetto
tutt'altro che unitario, anzi frammentato più di quanto si possa immaginare.
Forse in un futuro, molto lontano secondo me, si arriverà ad una omogeneizzazione
morale che potrebbe permettere quanto vediamo in Star Trek, ma a mio avviso
una tale omogeneizzazione significherebbe conseguentemente un'omogeneizzazione
culturale quasi assoluta, o come ci piace chiamarla oggi, una "globalizzazione"
su scala interplanetaria. Sarebbe davvero auspicabile? Come ogni cosa
avrebbe i suoi pro e i suoi contro, ma se è vero che la diversità è ricchezza,
significherebbe un appiattimento culturale che costerebbe davvero caro,
perché andrebbero perdute tradizioni e riti, credenze e costumi, nel nome
dell'unitarietà culturale e morale. Cosa che in Star Trek è da sempre
condannato: mai pensare che il nostro modo di pensare sia superiore a
quello di altre culture, mai pensare di dover imporre loro i nostri valori
e i nostri principi morali, perché sarebbe un'arrogante presunzione. Ma
se avvicinarsi vuol dire omogeneizzarsi, vuol dire anche che certi principi
e valori ne soverchierebbero altri, cosa che è abbastanza antitetica a
ciò che la filosofia trekkiana ci ha sempre proposto.
Contrapposto
all'irrealismo di una struttura moralmente omogenea come quella della
Federazione, c'è da tenere presente anche il fatto che le civiltà che
della Federazione non fanno parte siano dipinte come moralmente diverse,
e quindi incompatibili con i valori di questa. I Klingon sono la razza
di Star Trek che più si contrappone alla morale federale. La cultura federale
inorridisce davanti alla mentalità Klingon, così spietatamente dedita
alla guerra e all'onore in battaglia da ritenere l'esistenza in funzione
della lotta. I Klingon, d'altro canto, provano un poco di disprezzo per
una civiltà che considera la pace e il rifiuto dei conflitti armati come
valori cardine delle sue istituzioni. I concetti di rispetto della vita
umana, di integrità della persona, di pietà e di compassione sono così
diversi, nel mondo Klingon, da rendere palese come esso non sia mai potuto
entrare nella Federazione, né l'abbia mai voluto. Le puntate in cui la
morale klingon entra in conflitto con quella federale sono innumerevoli:
"Successione", "Questione di Etica", "Figli di Mogh",
tanto per citarne qualcuna. Queste differenze culturali, quindi anche
morali, danno a Star Trek una grossa dose di "relativismo etico", e quindi
a mio avviso di realismo.
Una
"globalizzazione interplanetaria" ancora incompleta, quindi, che contrappone
civiltà diverse come Romulani, Cardassiani, Breen, Klingon, Dominio, 8472,
Borg e Federazione: uno scenario tutt'altro che unitario, che ancora è
campo di contrapposizioni morali e culturali (e talvolta di scontro fisico
vero e proprio) di grossa portata.
In Star Trek traspare spesso anche un relativismo etico "intestino", quando
cioè i personaggi vengono a trovarsi in situazioni che mettono in mostra
diverse moralità anche tra membri della stessa comunità; conflitti ideologici
e morali non mancano in tutte e quattro le serie, e contribuiscono con
un altro grosso tocco di realismo molto apprezzabile. In Voyager
assistiamo alla convivenza di un gruppo di ribelli con membri della Flotta
Stellare: due mentalità diverse, due culture diverse, due "modi operandi"
diversi, che si ritrovano a dover interagire a stretto contatto.
Vediamo
anche come numerosi conflitti fra Janeway e Sette di Nove siano nati da
diverse vedute e da diverse concezioni morali dei due personaggi, le cui
visioni di ciò che è giusto e ciò che non lo è si scontrano di continuo.
Come una Janeway sia spesso arrivata a decisioni al limite del condivisibile,
per forza o per amore, è ormai leggenda per ogni fan. Questo personaggio
soprattutto, ma anche tanti altri fattori più o meno citati precedentemente,
fanno secondo me di Voyager una serie che ha davvero saputo mettere
in mostra la mancanza di unitarietà morale, ciò a causa della stessa impostazione
della serie: molte sono le puntate, da "Tuvix" a "L'addio di
Kes", da "Preda" a "Nothing Human" (5^st.), in cui non
sono stato in grado di affermare con sicurezza se le scelte prese fossero
moralmente giuste o sbagliate, proprio perché le situazioni affrontate
non permettevano alcuna scelta moralmente corretta al 100%. Specie
nell'ultima puntata da me succitata, in cui Janeway va contro l'espressa
volontà di una B'Elanna morente, che si rifiuta di essere salvata da una
procedura medica messa a punto sulla pelle di bajoriani torturati, pur
di salvarle la vita.
Questa è una forza di Voyager, a mio avviso, e che tra l'altro
ribadisce la tesi del "relativismo etico" in cui mi sento di credere:
questo sia perché le nostre stesse convinzioni morali individuali vacillano
in determinate situazioni, sia perché, ancora più importante, dallo scontro
di due moralità non esce né un vincitore né un perdente, ma soltanto l'esempio
di come la diversità morale sia un dato ineluttabile che alla fine, per
quanto non sembri, può rappresentare anche una ricchezza.
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