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"IO SONO SPOCK"
di Leonard Nimoy
Fanucci Editore, 1998
di Antonella
Bellecca
Cari
amici, quando mi sono assunta l'impegno di scrivere questo articolo, avevo
alcune perplessità. In primo luogo, mi chiedevo come avrei potuto commentare
un sequel senza averne letto il precedente. Infatti, come forse molti
di voi già sanno, Leonard Nimoy aveva già scritto un libro autobiografico
nel 1975, intitolato "Io non sono Spock", al quale poi ha fatto seguito,
nel 1995, un altro libro autobiografico dal titolo quasi simile, "Io sono
Spock". Tuttavia varie persone mi hanno assicurato che il secondo non
è affatto il seguito del primo, che quasi ingloba, riprendendolo per la
gran parte. Mi sembra di aver capito, infatti, che "Io non sono Spock"
raccolga una serie di dialoghi immaginari tra Spock e Nimoy, il quale
sostanzialmente, come è facile intuire dal titolo, prende le distanze
dal personaggio che lo aveva reso famoso. La pubblicazione di quel libro
non fu una buona mossa pubblicitaria, nel momento di massimo sviluppo
del fenomeno trek negli Stati Uniti, ma bisogna tenere a mente che Nimoy
non poteva, allora, immaginare che avrebbe interpretato quel personaggio
ancora in sei film, portando la sua carriera e il suo successo (e le sue
finanze!) alle stelle. Fatto sta che la cattiva fama che derivò a Nimoy
da quel primo libro autobiografico procurò all'autore una serie di incomprensioni
non solo con i fan, ma, soprattutto, con la Paramount, la casa di produzione
di Star Trek. Molti anni dopo, un atteggiamento simile procurò molti fastidi
anche a William Shatner, che si vide costretto a scrivere un libro "riparatore"
dopo aver risposto sbrigativamente ad un fan "Get a life" ("rifatti una
vita", più o meno; il libro si intitola proprio "Get a life!" ed è stato
pubblicato nel 1999).
Bisogna dire che come originalità questo "Io sono Spock" lascia un po'
a desiderare. Chi ha letto "Diario del capitano" e "Diario del capitano
- I film", scritti da William Shatner ed entrambi pubblicati nel 1993,
non troverà molti nuovi aneddoti nel libro di Nimoy, che sembra aver "copiato"
l'idea dal collega (molto più prolisso di particolari, inoltre). D'altra
parte, Nimoy parla in maniera diffusa di tutta la sua carriera, a prescindere
da Star Trek. Quello che maggiormente interessa a noi, nel contesto di
un numero monografico sui vulcaniani, è la genesi della razza vulcaniana
e la sua evoluzione così come la conosciamo. Bisogna anche dire che, visti
gli sviluppi di questa razza (o meglio, i mancati sviluppi!), dopo la
Serie Classica, i vulcaniani rimangono tuttora un concetto strettamente
legato alla figura di Spock, che giganteggia sui pochi personaggi vulcaniani
incontrati nei film e nelle altre serie, e, purtroppo, anche sul bistrattato
Tuvok! Tuttavia la trasformazione della figura di Spock nei film è strettamente
legata alla sua natura di "sangue misto", e non può essere generalizzata
a tutti i Vulcaniani.
Tornando al libro, il capitolo maggiormente dedicato alla cultura vulcaniana
è il quarto, intitolato appunto "Il mondo dei vulcaniani". Qui Nimoy spiega
come siano nati tanti particolari sulla civiltà vulcaniana. Probabilmente
anche i sassi sanno che inizialmente il colore della pelle dei vulcaniani
doveva essere rosso, per sottolineare l'aspetto luciferino del personaggio;
che la Desilu (l'allora casa di produzione di Star Trek) fece enormi pressioni
perché fosse cancellato, dopo aver visionato il primo pilot, "Lo zoo di
Talos"; che ne "Lo zoo di Talos" Spock mostra ancora delle emozioni, non
essendo stata definitivamente stabilita la sua indole; che il carattere
glaciale era invece l'elemento distintivo della Numero Uno, un personaggio
successivamente cancellato, la cui personalità rimase assorbita in quello
di Spock, sia per quanto riguarda il temperamento che per quanto riguarda
il ruolo (primo ufficiale). È comunque importante sottolineare che Gene
Roddenberry aveva già gettato le basi di quella che doveva essere la principale
caratteristica dei vulcaniani: la repressione delle emozioni. Tutto il
resto, però, non è opera sua. Roddenberry suggerì le orecchie a punta,
il taglio a caschetto e le sopracciglia rialzate, mentre Nimoy ebbe l'idea
delle basette a punta, che poi furono estese praticamente a tutti i personaggi.
Piano piano, a partire dal primo episodio, "L'espediente della carbonite",
la personalità di Spock, e di tutti i vulcaniani, prendeva forma; la misura
nei gesti e nella voce, l'assoluta mancanza di sorrisi (e di sudore!),
la fredda curiosità scientifica, sono tutte caratteristiche vulcaniane
che Nimoy attribuisce interamente alla propria creatività. In particolare
egli cita l'episodio "Al di là del tempo" (il quinto), in cui Spock, privato
delle sue inibizioni a causa di un virus, rimpiange amaramente di non
aver mai detto alla madre che l'amava; in questo episodio si delinea un'altra
importante caratteristica dei vulcaniani: la dignità. E, per inciso, fu
anche l'episodio che diede il via alla folle adorazione per Spock da parte
di migliaia di fan.
E arriviamo dunque al citato quarto capitolo del libro, quando oramai
la base della personalità di Spock (e, si presume, di tutti i suoi compatrioti)
è stata definitivamente stabilita, compresa la logica, che si deve, come
dicevamo, al primo abbozzo ideato da Roddenberry. Scrive Nimoy: "Man mano
che la prima stagione proseguiva, gli episodi cominciarono a rivelare
sempre più cose sul misterioso background del vulcaniano, e a mostrare
alcune delle capacità e delle tradizioni proprie della sua razza". Una
delle invenzioni più interessanti che l'autore si attribuisce è l'importanza
del tatto nella cultura vulcaniana. Era già stato stabilito che i vulcaniani
fossero telepati, e quando, nel terzo episodio, "Il duplicato", Nimoy
dovette interpretare una scena in cui doveva "stendere" un nemico, l'attore
fece osservare allo sceneggiatore Richard Matheson che era quantomeno
improbabile che un telepate usasse la forza bruta; egli suggerì quindi
che una razza telepate dovesse fare un frequente utilizzo del senso del
tatto, e inventò la presa vulcaniana.
È invece di Roddenberry l'invenzione della fusione mentale, che vediamo
per la prima volta in "Trasmissione di pensiero" (il nono episodio). Anche
qui il tatto ha un'importanza fondamentale; su tale argomento, in ogni
caso, trovate un articolo dedicato proprio in questo numero di Star Trek
Italia Magazine.
Uno dei punti dolenti della cultura vulcaniana è la scarsezza di notizie
e di immagini riguardo al pianeta natale, Vulcano. In tutta la Serie Classica
Vulcano viene mostrato una sola volta, nell'episodio "Il duello", seconda
stagione. Non si vede quasi nulla. È un pianeta arido e desertico, dai
toni decisamente rossi. Ha un'atmosfera più rarefatta rispetto a quella
terrestre, e una temperatura media molto alta. Nimoy ci rivela che tanti
particolari del "suo" pianeta si devono allo sceneggiatore Theodore Sturgeon,
che mise molta passione nel delinearli, anche se, purtroppo, la scarsezza
del budget costrinse gli scenografi a ripiegare su un misero set di cartapesta,
uno spiazzo vuoto con pochissime comparse. A Sturgeon si deve anche l'invenzione
del famosissimo saluto vulcaniano, "lunga vita e prosperità"; ma fu Nimoy
a suggerire che le parole venissero accompagnate da un gesto, che egli
riprese pari pari da un gesto benedicente dei rabbini ortodossi (ricordiamo
che Leonard Nimoy è di religione ebraica): si tratta, come avrete già
capito, di una V formata dalle quattro dita unite e separate tra il medio
e l'anulare, gesto che ha dato del filo da torcere a molti attori.
A questo punto vorrei segnalarvi un curioso promemoria, di cui parla Nimoy
nel suo libro, scritto dal produttore Bob Justman a Roddenberry il 3 maggio
1966 (oggetto: nomi propri del pianeta Vulcano). Cita l'autore: "Caro
Gene, vorrei suggerire che tutti i nomi propri dei cittadini del pianeta
Vulcano... siano individuati secondo una prassi stabilita... tutti i nomi
devono cominciare con le lettere SP e finire con la lettera K... devono
essere esattamente di cinque lettere". Come potete vedere, nulla, nella
cultura vulcaniana, fu lasciato al caso! Effettivamente parte di questo
promemoria divenne canonico, se si pensa a nomi come Sarek, Surak, Saavik,
Sybok ed anche Tuvok. Per quanto riguarda le donne, le due protagoniste
femminili del duello sono T'Pring e T'Pau, il che ci fa supporre che T'P
sia una premessa frequente nei nomi femminili vulcaniani. L'episodio "Il
duello", importantissimo per l'approfondimento della cultura vulcaniana,
tratta anche il delicato argomento della sessualità. Già nel maggio del
1966 Roddenberry scriveva: "l'amore su Vulcano implica una maggiore violenza
di quanto sia consentita all'umanità terrestre". Su questa base Sturgeon
tirò fuori l'idea del pon-farr, alla base della quale troviamo il concetto
che i vulcaniani si accoppiano (sigh) una volta ogni sette anni, che la
scelta del partner, su un pianeta dominato dalla logica, viene fatta dalle
famiglie durante l'età infantile, e che il periodo del pon-farr è caratterizzato
dalla perdita dell'abituale controllo repressivo sulle emozioni. Sturgeon
creò una serie di termini "vulcaniani" per indicare le varie fasi del
duello rituale (oltre al duello stesso), inventando praticamente tutti
gli elementi a noi noti sulla sessualità vulcaniana (ma c'è chi dice che,
a parte l'accoppiamento a scopo riproduttivo, i vulcaniani non disdegnino
i piaceri del sesso...). Vi invito a leggere su questo argomento l'articolo
pubblicato nel numero di Star Trek Italia Magazine che state sfogliando,
scritto da Salvatore Carboni.
L'importanza del tatto per i vulcaniani tornò alla ribalta almeno in altri
due episodi: "Viaggio a Babel", nella seconda stagione, nel quale il padre
e la madre di Spock si scambiano un affettuoso contatto tra le dita, e
"Incidente all'Enterprise", nella terza stagione, nel quale Spock e una
donna romulana mettono in pratica un sensuale rito di seduzione fatto
di pudicissime carezze. Un gesto famoso dei vulcaniani, come dicevamo,
è quello che si vede nell'episodio "Viaggio a Babel": i genitori di Spock
si toccano in pubblico solo con le dita, alzando le mani quasi all'altezza
della spalla, unendo l'indice ed il medio tra di loro e appoggiando queste
due dita unite alle corrispondenti dita unite del partner (forse la spiegazione
non è tanto chiara, fate prima a vedere l'episodio!). Questo gesto fu
il frutto di lunghe discussioni sul set fra i tre attori (Leonard Nimoy,
Mark Lenard e Jane Wyatt), e infine, scrive Nimoy, "Mark e Jane fecero
tesoro dei miei commenti, ed inventarono quel meraviglioso gesto in cui
Amanda (la madre di Spock, n.d.a.) appoggia leggermente l'indice e il
medio della sua mano sull'indice e il medio della mano di Sarek (il padre
di Spock, n.d.a.)".
Nel quinto capitolo del suo libro Nimoy comincia a narrare il boom di
popolarità del personaggio di Spock, citando aneddoti che non conoscevo
e descrivendo molto efficacemente l'inaspettata e travolgente montata
che costrinse Nimoy ad assumere una segretaria e la NBC (che trasmetteva
la serie) a procurargli una guardia del corpo.
Nel sesto capitolo, tuttavia, l'autore inizia a parlare del declino di
Star Trek nella terza stagione, che portò la serie alla cancellazione.
Paradossalmente si deve proprio ad un episodio della terza serie, "La
bellezza è verità?", l'invenzione più accattivante relativa alla cultura
vulcaniana, e cioè l'IDIC, la summa di tutta la filosofia vulcaniana,
la caratteristica decisamente più amata, ammirata e ricordata dai fan
di Star Trek in tutto il mondo. L'IDIC (Infinite Diversità in Infinite
Combinazioni), "una dichiarazione contro l'odio e l'intolleranza", come
afferma Nimoy nel libro, è stato inventato in realtà a scopo prettamente
commerciale. Roddenberry, che aveva fondato una società di produzione
e vendita di gadget di Star Trek, ebbe l'idea di creare un oggetto che
rappresentasse la sostanza dell'essere vulcaniani, che racchiudesse in
sé il nocciolo del messaggio di pace e di tolleranza che egli aveva voluto
trasmettere attraverso Star Trek, e attraverso Spock in particolare. Vennero
fuori così il medaglione e il famoso slogan. Leonard Nimoy ricorda che
fu costretto a indossare il medaglione durante l'episodio, a scopo pubblicitario,
e che le sue resistenze di carattere etico urtarono non poco Roddenberry,
il quale oramai era arrivato a fregarsene della filosofia dell'IDIC e
cercava di spremere dal moribondo Star Trek quanti più quattrini possibile.
A questo punto la Serie Classica è finita e sembra che sui vulcaniani
sia stato detto tutto quello che poteva essere detto. Nimoy accenna più
volte al fatto che la personalità di Spock continuò ad accompagnarlo nei
decenni a venire e ancora continua a farlo.
Nei dieci anni intercorsi tra la fine di Star Trek e il primo lungometraggio,
Nimoy continuò a lavorare, come racconta nei capitoli otto e nove del
suo libro. Per due stagioni interpretò un ruolo fisso nel telefilm "Missione
impossibile", un certo Paris, e contemporaneamente cominciò a scrivere
poesie e a dedicarsi in maniera semi-professionale alla fotografia. Girò
un film in Spagna, dal titolo "Catlow". Successivamente passò al teatro
interpretando "Il violinista sul tetto", che ebbe un grandissimo successo,
"Oliver", "Camelot", "Il re ed io" (lui era il re!), "The Man in the Glass
Booth", un altro successo con un'ampia risonanza. Nimoy racconta anche
un curioso aneddoto, riguardante lo spettacolo "Caligola", in cui interpreta
il folle imperatore. Per tutta la durata delle repliche fu perseguitato
da una battuta, "ci siamo decisi ad essere logici", che il suo personaggio
deve pronunciare: "Serata dopo serata affrontavo quella battuta come un
cavallo riluttante si avvicina ad un ostacolo; non volevo dirla, ma sapevo
che dovevo farlo".
Nello stesso periodo il fenomeno Star Trek si allargò a macchia d'olio
e nel 1972 ci fu la prima convention nazionale, a cui partecipò anche
Nimoy. Racconta l'attore: "l'assordante clamore che mi accolse mi prese
completamente alla sprovvista. Le urla, gli applausi, l'eccitazione per
ogni mio movimento, ogni mia parola, ogni mio gesto, erano semplicemente
straordinari. Fu uno shock fisico...". Tuttavia Nimoy non accolse in maniera
troppo favorevole tanta notorietà, e infatti solo tre anni dopo questi
avvenimenti pubblicava la sua prima autobiografia, dall'infelice titolo
"Io non sono Spock".
Non vi sto qui a raccontare l'estenuante genesi del film "Star Trek: The
Motion Picture" ("stimp"), passata attraverso l'aborto di "Star Trek:
Phase Two". Nimoy era in causa contro la Paramount dal 1975, perché quest'ultima
aveva utilizzato la sua immagine per una serie di campagne pubblicitarie
non solo senza il suo consenso, anzi senza nemmeno comunicarglielo, ma
soprattutto senza versare all'attore un centesimo dei proventi di tutto
ciò. La causa durò quasi tre anni, durante i quali Nimoy girò principalmente
il film "Terrore dallo spazio profondo", finché, essendo interessata ad
ingaggiare l'attore per riprendere il ruolo di Spock in "stimp", la Paramount
concluse con una transazione tutta la faccenda. Tutta questa vicenda è
raccontata nel capitolo dieci, dedicato appunto a "stimp". Il film fu
quasi una schifezza, ma in questo contesto ci interessa sottolineare che,
grazie a "The Motion Pictures", fu stabilita un'altra pietra miliare della
cultura vulcaniana: la cerimonia del Kolinhar, che consiste nella totale
purificazione da ogni residuo emozionale, rito che Spock, per inciso,
non riesce a superare. Se posso esprimere un'opinione personale, Leonard
Nimoy aveva 47 anni portati malissimo quando girò il film, e ogni volta
che vedo il bel viso di Spock devastato, in questo e nei successivi film,
da rughe e strati di cerone, mi viene il voltastomaco.
"Stimp" risale al 1979, successivamente Nimoy fu impegnato per ben tre
anni nelle repliche dello spettacolo teatrale "Vincent", in cui interpreta
Theo Van Gogh, fratello di Vincent. Tuttavia i produttori di Star Trek
nel frattempo non stavano con le mani in mano; Leonard Nimoy ebbe così
un periodo di lavoro intensissimo. Soggiornò per un mese in Israele, per
girare il film "Una donna di nome Golda", in cui interpreta il marito
della statista israeliana Golda Meir. Poi rimase un mese a Pechino, dove
Giuliano Montaldo stava girando "Marco Polo"; qui Nimoy interpreta la
parte di Achmet il Turco, consigliere dell'imperatore. Infine volò a Los
Angeles, dove lo attendeva "Star Trek II - L'ira di Khan". A mio giudizio
questo è il film migliore fra tutti e nove, tuttavia non ci dice nulla
di nuovo sui vulcaniani. Ebbe un tale successo che Nimoy, rinfrancato
(si temeva che la morte di Spock avrebbe scontentato i fan), chiese di
poter dirigere "Star Trek III - Alla ricerca di Spock". Il film mi sembra
senza infamia e senza lode; quello che interessa in questa sede è che
un altro tassello venne aggiunto alla già ricca (interessante...) cultura
vulcaniana. Anzi direi più di un tassello; in primo luogo scopriamo che
i vulcaniani, alla loro morte, non finiscono nell'oblio ma trasmettono
il proprio "katra", cioè il proprio spirito, a qualcuno, che ne conserverà
la memoria. Tale trasmissione viene effettuata mediante una fusione mentale,
e, come sanno anche i sassi, alla fine di Star Trek II Spock effettua
una veloce fusione con l'ignaro McCoy, prima di immolarsi per la salvezza
della nave. Sennonché McCoy non è un vulcaniano, e la sua mente rimane
un tantino sconvolta da tutta questa vicenda. In secondo luogo, scopriamo
che il katra deve essere riportato, insieme, possibilmente, al corpo del
suo originario possessore, nelle terre degli avi, cioè sul pianeta Vulcano.
Per farla breve, Kirk è costretto ad andare a recuperare la salma di Spock
lì dove l'aveva lasciata, cioè sul pianeta Genesis; tralasciamo il fatto
che il dispositivo Genesis resuscita Spock e addirittura lo fa rinascere
daccapo. Alla fine del film tutti finalmente si recano su Vulcano e adesso
il problema che si pone è questo: il corpo di Spock sta da una parte,
il suo katra da un'altra, e così non va bene. E veniamo quindi alla terza
grande rivelazione di carattere "vulcaniano": esiste un particolare rito
che consente al katra di tornare dal suo legittimo proprietario. Questo
rito si chiama "fal-tor-pan" ed è più o meno una fusione mentale a tre.
Sono molto suggestive le scene in cui la sacerdotessa vulcaniana fa da
tramite tra Spock e McCoy, poggiando le mani sulle loro teste; ancora
una volta il tatto si dimostra il senso in assoluto più importante nella
cultura vulcaniana.
Siamo così arrivati al capitolo quattordici del libro di Nimoy, dove si
narrano le vicende relative a "Star Trek IV - Rotta verso la Terra". La
regia di Nimoy era piaciuta talmente tanto alla Paramount che questo quarto
film gli fu affidato quasi in toto, regia e soggetto. La (sciagurata?)
idea delle balene, infatti, fu proprio di Leonard Nimoy, appassionato
ambientalista. Il film è odiato da alcuni, io lo ritengo godibile, un
divertissement; in ogni caso, non ci dice assolutamente nulla di nuovo
sulla cultura vulcaniana.
Il capitolo quindici è dedicato a due memorabili regie di Nimoy: "Tre
scapoli e un bebè", con Tom Selleck, Ted Danson e Steve Guttenberg, e
"Diritto d'amare", con Diane Keaton e Liam Neeson. L'attore mostrò così
di avere le capacità sia per dirigere commedie sia per dirigere film drammatici.
Nel capitolo sedici Nimoy ci parla del film "Star Trek V - L'ultima frontiera",
dicendone, tra le righe, tutto il male possibile. In effetti la pellicola
è una mezza-schifezza, né ci dice granché riguardo la cultura vulcaniana,
tranne che lì ci sono ancora i nobili (la madre di Sybok è una principessa)
e, soprattutto, che l'IDIC vale per gli altri ma non per i vulcaniani.
Infatti il fratellastro di Spock, Sybok, è stato esiliato dal proprio
pianeta non perché abbia ucciso o commesso altri gravi reati, ma perché
la pensa diversamente dalla cultura dominante; insomma pensa eversivo,
più che positivo. A pensarci bene questo film ci dice anche che la logica
non è nel DNA dei vulcaniani, ma è un atteggiamento culturale che si acquista
mediante una faticosa disciplina mentale e psichica. Insomma, se si prendesse
un neonato vulcaniano e lo si crescesse sulla Terra, magari sarebbe un
tipo dall'indole mite e riservata, ma certamente non sarebbe in grado
di reprimere le sue emozioni come Spock e Tuvok. Quindi, a rigor di logica
(!), tutti i vulcaniani che noi conosciamo hanno le emozioni proprio come
noi, solo che le reprimono; d'altra parte, questo si era già capito dall'episodio
CLA: "Un tuffo nel passato", in cui Spock, facendo un viaggio nel tempo
indietro di alcune migliaia di anni, pian piano comincia a perdere la
corazza di razionalità che il suo popolo si è costruito nei millenni e
ritrova tutte le sue emozioni. E lo stesso argomento verrà ripreso in
TNG, quando Sarek si ammalerà della sindrome di Bendhi, malattia senile
che fa perdere le inibizioni date dalla logica. A pensarci bene, questo
soggetto di William Shatner rivoluziona non poco tutto quello che si sapeva
finora sui vulcaniani!
Nel capitolo diciassette Nimoy passa a parlare di "Star Trek VI - Rotta
verso l'ignoto", pavoneggiandosi non poco del fatto che a Shatner non
venne data una seconda regia e che, anzi, la Paramount tornò a Nimoy,
almeno per il soggetto del nuovo film. Direi che Star Trek VI è il secondo
film più bello della saga (dopo "L'ira di Khan"). Qui Nimoy ci fa anche
una straordinaria rivelazione. Già durante le riprese di Star Trek V,
il produttore Harve Bennett aveva ideato una trama che vedeva i nostri
eroi, sostituiti da attori più giovani, in una avventura all'Accademia
(un prequel, praticamente). Come dire, a volte i produttori attuali di
Star Trek si spremono le meningi per tirarne fuori idee altrui!
Infine Spock parla pure della sua partecipazione a TNG, sorvolando sul
fatto che nell'episodio "Il segreto di Spock" dimostra davvero centocinquant'anni.
Oramai, comunque, tutto quello che c'era da dire sulla cultura vulcaniana,
anche in questo libro, è stato detto. Tuttavia vi ho trovato alcuni riferimenti
ad un rito di cui non avevo mai sentito parlare, per cui chiedo, a chi
ne sapesse qualcosa, se Nimoy se lo è inventato di sana pianta quando
ha scritto il libro o se lo ha ripreso da qualche altra parte.
Si tratta del test dell' "ultima pianura"; così lo descrive Nimoy attraverso
le parole di Spock: "esiste su Vulcano una distesa di deserto, la pianura
del pensiero... da una parte c'è un frammento di muro, dall'altro lato,
a circa un chilometro, c'è un obelisco... di giorno la persona deve cominciare
dal muro e camminare verso l'obelisco. Ogni passo... deve essere registrato
mentalmente... Quando la camminata è stata fatta, si aspetta il buio.
Nell'oscurità... la persona deve ritornare al frammento di muro. Far ciò
richiede una ripetizione accurata e precisa di tutto quello che il cervello
ha registrato in precedenza; in caso contrario l'individuo vagherà senza
meta nel buio...". L'autore del libro descrive questo test come la prova
da superare per poter accedere al Kolinhar.
Insomma, spero che la lettura di questo articolo vi spinga a leggere il
libro e, soprattutto, abbia contribuito ad arricchire la vostra cultura...
vulcaniana.
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