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"SCREAMERS"
di Antonella
Bellecca
Nel
maggio del 1953, la rivista americana di fantascienza "Spaces Stories"
pubblicò un racconto di Philip K. Dick dal titolo "Second variety", tradotto
in italiano come "Modello Due". Le atmosfere sono leggermente orrorifiche;
il racconto esprime tutto il pessimismo tipico di Dick, ed è anche manifestazione
dei timori rappresentati in quell'epoca dalla guerra fredda. La premessa
è infatti, classicamente, lo scoppio della terza guerra mondiale; una
lunga guerra della durata di sei anni, tuttora in corso, sferrata con
un attacco a sorpresa, ovviamente da parte degli infidi russi. Dick immagina
che il governo degli Stati Uniti si sia trasferito su una base lunare
e che gran parte del mondo occidentale sia un cumulo di macerie; il racconto
si svolge in una irriconoscibile Normandia francese. Finalmente, però,
i tecnici americani riescono a mettere a punto un'arma assai più efficace
della bomba atomica. Si tratta di sferette di metallo, munite di artigli,
che attaccano in genere tutti gli esseri viventi facendoli letteralmente
a fettine; i soldati americani sono al sicuro grazie a delle piastrine
radianti che inibiscono il meccanismo delle sferette. Ed ecco come Dick
descrive questi temibilissimi ordigni: "Gli artigli non erano armi come
le altre. Erano vivi, a tutti gli effetti pratici, checché ne pensasse
il governo. Non erano macchine, erano cose viventi, che giravano, strisciavano,
spuntavano fuori all'improvviso dalla cenere grigia e si lanciavano contro
un uomo, gli si arrampicavano addosso e miravano alla gola. E quello era
il loro compito, ciò per cui erano stati progettati e costruiti".
Fin
qui siamo nella classica fantascienza stile "battaglie spaziali"; ma Dick
riserva sempre delle sorprese, perché non si accontenta mai dell'aspetto
superficiale delle cose. E la sorpresa è che ben presto le fabbriche sotterranee
di artigli diventano autosufficienti; non viene mai pronunciata la parola
"computer", Dick preferisce parlare, come abbiamo visto, di macchine che
diventano vitali imparando strategie di attacco, riprogrammandosi, autoriparandosi.
Senza più alcun supporto da parte dell'uomo, gli artigli autonomamente
cominciano a produrre nelle "loro" fabbriche modelli sempre più sofisticati
e intelligenti di macchine assassine, fino ad arrivare a quelli che sembrano
la nemesi di tutti gli scrittori di fantascienza: gli androidi.
A
questo punto americani e russi si trovano improvvisamente alleati contro
un nemico comune; gli androidi, secondo la concezione di Dick poi maggiormente
approfondita in "Gli androidi sognano pecore elettriche?" ("Blade Runner"),
sono virtualmente indistinguibili dagli esseri umani e non hanno certo
il grossolano limite delle piastrine radianti… Entrano così in gioco il
Modello Uno, il Modello Due (a cui si riferisce il titolo), il Modello
Tre… e qui mi fermo per non privarvi del gusto di scoprire da soli come
prosegue la vicenda.
Il racconto è apparso in Italia per la prima volta nel 1979 (dopo "soli" 26
anni… sigh), grazie a Fanucci Editore, ed è reperibile nell'antologia "L'uomo
variabile" edita da Fanucci, che vi ho citato anche nell'articolo del mese scorso.
A questo proposito vorrei ringraziare Fabrizio Maio, webmaster del sito "Opere
di P.K. Dick in Italia" per il suo prezioso lavoro di catalogazione.
Nel 1996, 43 anni dopo la pubblicazione di "Second variety", il regista
Christian Duguay ha portato sullo schermo questa vicenda con il titolo
di "Screamers". Il titolo significa letteralmente "urlatori" (viene usato
anche per indicare gli strilloni) e si riferisce all'invenzione del film
per cui gli artigli prima di attaccare emettono un acuto urlo. I
due sceneggiatori Dan O'Bannon ("Alien" e "Atto di forza") e Miguel Tejada-Flores
hanno fatto un ottimo lavoro di riduzione cinematografica. Innanzitutto
la vicenda è stata spostata su un altro pianeta, una colonia mineraria
terrestre, nell'anno 2068; in secondo luogo è stata eliminata la terza
guerra mondiale tra russi e americani, ormai anacronistica, ed è stata
sostituita con una guerra di carattere economico-ecologico tra due coalizioni
denominate l'Alleanza e il N.E.B. (Nuovo Blocco Economico). Infine è stata
inserita una sottotrama politico-militaresca, a dire il vero un po' cervellotica;
ma questa non inficia affatto la validità del film, che alla fin fine
inizia nel momento in cui il maggiore Hendricksson (Hendricks nel racconto)
esce dal suo bunker dirigendosi a quello del N.E.B., e seguendo da qui
in poi la trama del romanzo, più o meno. Fondamentalmente, comunque, la
sceneggiatura è stata arricchita di personaggi, situazioni e dialoghi,
poiché quelli del racconto non sarebbero stati sufficienti a riempire
i 107 minuti della pellicola; il numero dei modelli è stato aumentato
(nell'originale per esempio non c'è il topone meccanico) ed anche il finale
è stato leggermente modificato. La differenza più marcata, a mio giudizio,
si ha nella rappresentazione degli androidi, che sono in un certo qual
modo umanizzati, nel bene o nel male, laddove Dick ci aveva presentato
spietati automi; forse, dopo Data, gli androidi non possono più essere
gli stessi! Particolarmente apprezzabile è stata l'introduzione ex novo
del personaggio di Jefferson (chiamato nell'edizione originale Ace, "asso"),
una recluta ben interpretata dal quasi sconosciuto Andy Lauer, il quale
si inserisce perfettamente nella trama della storia, divenendo anzi uno
dei protagonisti.
Dai
costumi alle scenografie, alla musica (benché io non abbia la competenza
del grande Gianni Bergamino; se è per questo non ho neanche la competenza
del grande Piergiuseppe Fenzi, ma insomma l'articolo lo devo scrivere),
si può dire che sia stato fatto un buon lavoro; il film è tutto sommato
bello e non capisco perché non abbia avuto un grande successo; forse ciò
è dovuto ad un non adeguato battage pubblicitario ed anche al fatto che
attori e tecnici sono praticamente tutti sconosciuti al grande pubblico,
compreso il protagonista Peter Weller, già interprete di "Robocop". Inoltre
una locandina non accattivante e, come dicevamo, una non adeguata pubblicizzazione
del film hanno ingenerato negli spettatori l'idea che si trattasse quasi
di un horror (ricordate lo slogan? "Urla dallo spazio. L'ultimo urlo che
sentirai sarà il tuo"). Invece devo sinceramente riconoscere che l'autore
non ha mai insistito sulle scene più truculente, evitando di cedere alla
facile tentazione di mostrare persone spolpate fino all'osso da lamette
rotanti. I dialoghi non sono mai banali, non si assiste alle solite mattanze
e la scurrilità è abbastanza contenuta, anche se comunque ritengo che
il film non sia adatto ai minori di 14 anni. Rimane quindi un bel film
di fantascienza, che consiglio a tutti di vedere (io l'ho noleggiato e
non me ne sono pentita). La battuta che mi è piaciuta di più (relativamente
alla comunicazione tramite ologrammi): "Era meglio l'alfabeto Morse di
questa realtà virtuale del cazzo".
CAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Christian Duguay
Sceneggiatura: Dan O'Bannon e Miguel Tejada-Flores
Fotografia: Rodney Gibbons
Musica: Normand Corbeil
Scenografia: Perri Gorrara
(USA, 1996)
Durata:107'
PERSONAGGI
E INTERPRETI
Hendricksson: Peter Weller
Becker: Roy Dupuis
Jessica: Jennifer Rubin
Ace: Andy Lauer
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