TNG E VOY: UN CONFRONTO
di Anna "Ro Laren" Manfredini
e Fabiano "Langley" Piccione

Questo mese (anno nuovo, vita nuova) io - Anna "Ro`Laren" Manfredini - e Fabiano "Langley" Piccione - curatore della pagina dedicata a Voyager - abbiamo deciso di dare un tocco di vitalità al nostro "lavoro" redazionale, immaginando una breve discussione a botte e risposte sui principali aspetti che a nostro avviso differenziano The Next Generation e Voyager, che ci fanno amare una serie più dell'altra, che caratterizzano i percorsi narrativi di entrambe anche in rapporto agli ideali roddenberriani che stanno all'origine di Star Trek.

Fabiano: Premettendo che adoro entrambe le serie, ciononostante vedo fra esse differenti connotazioni che me le fanno amare in due modi diversi. Trovo che il punto di forza di TNG sia stato quello di riprendere il tema dell'esplorazione dello spazio e di renderlo meno "militaresco", come impostazione, rispetto alla serie classica. Quasi come se quella dell'Enterprise-D fosse "una comitiva di curiosi amici" che viaggiavano nello spazio. Questo è uno dei motivi che me l'hanno fatta amare così tanto. Non ci sono fanatismi di comportamento e l'impostazione stessa è più "riflessiva". La Federazione è un'istituzione molto più...come dire...rilassata di quella presentata, o meglio abbozzata, nella serie classica.
Ma allo stesso tempo, quello che apprezzo in Voyager è il fatto che si sia persa proprio l'atmosfera da "pattuglia nello spazio federale" che c'era in TNG. Mi spiegherò meglio: il rilassamento che vedo nell'impostazione di TNG deriva proprio dal fatto che l'Enterprise bene o male viaggi quasi sempre, o comunque spessissimo, all'interno dei confini dello spazio federale, quasi assumendo un ruolo di pattugiatrice stellare interna. I nostri eroi incontrano un ignoto che è quasi sempre entrato, in un modo o nell'altro, nei confini entro i quali essi si muovono. È come se inciampassero nell'ignoto, molto spesso, più che cercarlo.
In Voyager, proprio a causa dell'impostazione stessa della serie, la nave federale affronta un ignoto che trovo sia più "assoluto" di quello che si vede in TNG: lontani da casa, da soli, in un angolo della galassia in cui nessuna nave federale ha mai messo piede, e le cui specie aliene sono completamente sconosciute. Certo, l'ingnoto non si può dire l'abbiano cercato: ormai ci sono dentro e devono cavarsela al meglio come possono. Ma ci sono nel mezzo; la nave, sola come una piccola barchetta in un immensa tempesta, deve cavarsela da sola e deve passare attraverso un qualcosa che è l'ignoto all'apoteosi della sua concezione: niente appoggio se non sulle proprie forze, poche persone contro ogni pronostico e ogni avversità. La Voyager attraversa l'ignoto nel vero senso della parola. Insomma, un motivo che mi fa amare ST: Voyager davvero tanto è che credo sotto questo punto di vista meriti la frase "to boldly go where no one has gone before" quasi più che in TNG. Tu che ne pensi? Spero di essere stato in grado di spiegare quello che intendo...

Anna: Sono perfettamente d'accordo con te sul discorso della "ripresa di intenti" tra Voyager e TNG, in riferimento al recupero della componente esplorativa che in qualche modo era stata messa in secondo piano in DS9. Intenti "trek", aggiungerei proprio, perché è proprio prendendo come nucleo centrale del momento narrativo l'idea dell'esplorazione dell'ignoto che Gene Roddenberry ha partorito, creato e sviluppato Star Trek. Sicuramente questa connotazione, così forte nella TOS e ancora di più in TNG, ricompare in modo altrettanto spiccato in VOY e questo è senz'altro un punto a favore della serie.
Quanto al discorso del "rilassamento" nell'impostazione di TNG, avrei qualche puntualizzazione da fare: siamo d'accordo sul fatto che l'Enterprise-D viaggi e - come dici tu - svolga una sorta di "funzione di pattugliamento" all'interno dei confini federali, come da protocolli imposti; ma è anche vero che - più o meno volontariamente - Picard e il suo equipaggio spesso oltrepassano i limiti del protocollo e si trovano di fronte a situazioni ben al di fuori della normale prassi. E capita subito, all'inizio della serie, in quel bellissimo episodio intitolato "Dove nessuno è mai giunto prima": nessuna nave, neppure la Voyager si è mai trovata (e forse mai si troverà) in una parte di "spazio" tanto lontana, sia a livello fisico che spirituale...
Non dimenticare poi che è l'Enterprise di Picard - seppure a causa di uno dei tanti "scherzetti" di Q - a sfiorare per prima i misteri terribili del Quadrante Delta, quando in "Chi è Q?" viene messa di fronte a una realtà mai neppure immaginata, e cioè quella dell'esistenza dei Borg, è l'Enterprise di Picard che ha con sé a bordo una testimonianza vivente - Guinan - proveniente da quella parte inesplorata della galassia... Insomma, quello che voglio dire è che se da un lato è vero, l'ignoto spesso capita tra capo e collo a Picard quando meno se lo aspetta, dall'altro è anche vero che senza i primi contatti fortuiti dell'Enterprise -D con tale ignoto la Voyager non sarebbe neppure mai partita, né tantomeno si sarebbe perduta in un viaggio apparentemente senza speranza nel Quadrante Delta.
E poi, cosa obiettivamente fondamentale al di là delle nostre elucubrazioni da appassionati, prima di lanciare una nave alla deriva in un ignoto "assoluto" come quello di VOY era necessario - dopo TOS -approfondire, definire, motivare e raccontare quella immensa fetta di storia galattica "vicina" che la serie classica aveva soltanto accennato in maniera molto generalizzata.

Fabiano: sì, certamente essere una "pattuglia" per l'Enterprise-D è stata alla fine un'occupazione solo di nome, non di fatto, dato che ha bene o male sempre "inciampato" nell'ignoto pur rimanendo nei confini della Federazione, portando avanti le frontiere della conoscenza in modo incredibile. Ad ogni puntata, ad ogni missione, l'equipaggio di Picard si trova una nuova sfida, un nuovo mistero, che non credevano avrebbero incontrato e che scombussola i piani dei nostri eroi. Credo che la differenza di impostazione stia tutta lì, se sei d'accordo: l'Enterprise si imbatte spesso fortuitamente nell'ignoto ("fortuitamente" non vuole sminuire la portata dell'ignoto, che è sempre grandioso), la Voyager ci si trova volente o nolente nel mezzo. Ci sono stati fan che hanno detto che nonostante Voyager sia ambientata in un Quadrante sconosciuto, non ha saputo sfruttare abbastanza il fatto di essere nell'ignoto, di viaggiarci perennemente in mezzo. Che l'equipaggio ha sempre troppo il controllo della situazione. Io trovo che sia esattamente l'opposto: le atmosfere di incertezza e di precarietà che ci dovrebbero essere su di una piccola nave con sole 150 persone a bordo, completamente sole nello spazio, ci sono eccome. Ad ogni sfida la Voyager deve barcamenarsi senza l'aiuto di nessuno. Ad ogni esaurimento di carburante devono cercarne di nuovo su pianeti inospitali, per esempio, senza basi stellari che li assistano; ad ogni minaccia che impedisce loro di proseguire, essi devono contare sulle loro sole forze per poter fare breccia nella minaccia aliena e proseguire. Pur di tornare a casa hanno dovuto fare addirittura un rischioso "patto col diavolo", i Borg, o hanno dovuto cercare alleati e poi sacrificare la nave per poter azzerare le modifiche temporali di Annorax in "Un anno d'inferno".
Queste e molte altre puntate sono indicative secondo me che l'ignoto in Voyager ha assunto, rispetto a TNG, una sfumatura diversa oltre alla classica tematica del mistero: la capacità e la consapevolezza di poter contare solo sulle proprie forze, sulla proprie limitate capacità qualsiasi cosa accada, tentando a volte anche il tutto per tutto in una rischiosissima corsa contro tutte le probabilità avverse. Una sfida, insomma, del tipo: "anche oggi ci è andata bene....ce l'abbiamo fatta! Non pensavamo di farcela!" Questa è presente anche in TNG, a dire il vero, e ma io la vedo decisamente più marcata in Voyager; bisogna considerare anche le navi in questione: la grande Enterpirse-D è inevitabile che, a parte contro minacce come i Borg, dia l'impressione, sbagliata o giusta che sia, di sapere affrontare con più sicurezza la maggior parte delle avversità. È una delle più maestose navi della Flotta Stellare, l'ammiraglia; la Voyager invece è un guscio di noce ad essa paragonata: la nave giusta per la serie giusta, nel senso che gli ideatori della serie hanno pensato bene di mettere una piccola nave in mezzo ad un mare di ignoto, per aumentare l'impressione di vulnerabilità e di precarietà dei personaggi nel loro esilio.
Per TNG il discorso era diverso: si trattava di mostrare una nave in cui le atmosfere militaristiche venissero meno rispetto alla TOS, in cui si comunicasse che l'esplorazione era diventata qualcosa di meno rigidamente formale, di meno pioneristico-eroico e proibitivo, e più accessibile. Non sono più un manipolo di eroi come nella TOS ad andare coraggiosamente "là dove nessuno è mai giunto prima", ma un po' tutta la razza umana. Ecco perchè una grandissima nave con famiglie, quasi una città viaggiante che possa avere tutte le comodità e i vezzi di una casa per tutti i protagonisti.
Proprio dal punto di vista dei protagonisti ci sono punti in comune e punti di diversità profondi fra le due serie: partendo dai secondi, è doveroso puntualizzare che il numero di personaggi fissi che si possono definire "riusicti" e ben delineati è nettamente superiore in TNG che in Voyager. Nella rosa dei personaggi principali del cast dell'Enterprise-D, anzi, non riuscirei davvero a trovare un personaggio che non abbia saputo conquistare il proprio definito spazio all'interno della dinamica dei personaggi. L'equilibrio è stato trovato a pieno; non dal principio, certo, e alcuni sono stati più sviluppati di altri, certo, ma direi che dalla terza stagione in poi le linee-guida delle dinamiche di gruppo sono state trovate e sfruttate brillantemente. In Voyager ci sono, ancora oggi all'alba della settima stagione, dei personaggi che suscitano in molti fan domande del tipo: "Ma che ci fa questo tizio su 'sta nave? Non fa mai niente, perchè ce l'hanno messo?". Mi riferisco a personaggi tipo Neelix, Kim e Tuvok, nella fattispecie, che soffrono tantissimo di mancanza di originalità nella loro stessa ideazione: come si poteva pretendere, per dirne una, che gli scrittori trovassero molto da scrivere su di un personaggio completamente vulcaniano? L'idea di base era sbagliata, secondo me, perchè offriva ben poco dal punto di vista drammatico ed emozionale da mettere in mostra. Tanto che le pochissime puntate buone che hanno saputo fare su di lui erano per la maggiorparte puntate in cui Tuvok, in un modo o nell'altro, acquistava una dinamica emozionale; in cui non era Tuvok! Anche Kim e Neelix sono stati dei mezzi buchi nell'acqua, anzi nel caso di Neelix direi completo! Aveva del potenziale, ma l'hanno fatto diventare solo il giullare della nave, dandogli poco spazio per dialoghi interessanti. Ben diverso dalla sua controparte di TNG, che nel bar di prora sa ascoltare le confessioni degli ufficiali e sa far capire loro cosa fare quasi senza dire nulla, facendoli arrivare al bandolo della matassa dei loro problemi quasi da soli. Semplicemente ascoltando. Un fascino, quello di Guinan, che era impossibile e ingiusto tentare di replicare, del resto.

Anna: Andiamo con ordine. Sulla definizione di "ignoto" che tu dai rispettivamente in TNG e in VOY non posso che essere sostanzialmente d'accordo; d'altra parte, TNG nasce come proseguimento ideale ed evoluzione di TOS, quindi proprio sulle orme decisamente e coscientemente "esplorative" che avevano caratterizzato la serie originale, con maggiore attenzione verso l'umanizzazione dei personaggi e con un alleggerimento della connotazione prettamente militaristica.
Non sono invece d'accordo sul fatto che l'ignoto in VOY sia raccontato e sfruttato nel migliore dei modi: credo invece - e ho già avuto modo di dirlo - abbiano proprio ragione quei fans che "accusano" la serie di superficialità in questo senso; laddove innumerevoli situazioni avrebbero potuto essere approfondite, descritte, connotate in modo molto più accurato io ho sempre l'impressione che gli sceneggiatori tendano a "tirare via"... Come se mancasse l'effettivo impegno a dare spiegazioni, a concludere in qualche modo le situazioni contingenti, a giustificare anche "storicamente, culturalmente, psicologicamente" (ovviamente sempre in un'ottica trek) ciò che viene proposto e sistematicamente appena sfiorato. Alla fine di molti episodi di VOY (non tutti, beninteso) io resto quasi "in sospeso", mi aspetto qualcosa che non arriva, una spiegazione che non c'è, un approfondimento che manca, una ragione che sfugge.
Tutto nella struttura globale di VOY presupporrebbe in effetti atmosfere di incertezza e precarietà, ma queste atmosfere (a mio parere, s'intende) in realtà non si creano mai, se non in alcune bellissime eccezioni (vedi ad esempio "Scorpion" o gli episodi in cui appare la specie 8472). E proprio il fatto che ad ogni sfida la Voyager - un guscio di noce, come dici tu, rispetto all'Enterprise-D - riesca a barcamenarsi senza l'aiuto di nessuno appare quanto mai inverosimile.
Per quanto riguarda la connotazione dei personaggi, io sono fermamente convinta che il cast di TNG sia decisamente superiore non solo a quello di VOY, ma anche a quelli di TOS e DS9. Forse solo DS9 si avvicina - per accuratezza nella descrizione e nell'approfondimento psicologico dei personaggi - al livello di TNG. Ciò dipende in primis, credo, dal fatto che alla nascita e allo sviluppo di TNG Gene Roddenberry era presente ed attivo supervisore; in secundis, dal livello eccezionale degli attori (Patrick Stewart, Brent Spiner, Jonathan Frakes e Whoopi Goldberg su tutti); e poi proprio dal fatto che la connotazione fondamentale di TNG sta nella ricerca (perfettamente riuscita) di un approfondimento umano, culturale e psicologico in grado di mantenere un costante parallelismo tra la realtà immaginata del XXIV secolo e la "realtà reale" del nostro mondo. Nello specifico, ti parrà strano ma Tuvok è un personaggio che mi piace; la razza vulcaniana mi ha sempre affascinato e ho indubbiamente sentito la mancanza di un protagonista di tal razza sia in TNG che in DS9. Quanto a Kes e Neelix (soprattutto quest'ultimo), davvero mi chiedo come le menti di solito così prolifiche e creative degli sceneggiatori abbiano potuto partorire due personaggi tanto insulsi ed inutili... Non reputo cosa degna neppure semplicemente pensare un possibile parallelo tra il giullare di corte della Voyager e Guinan: siamo veramente su un altro pianeta.

Fabiano: Beh, per quanto riguarda la capacità narrativa delle puntate di Voyager, specie riguardo alla sensazione di precarietà e di rischio, credo di poter constatare quindi che non siamo d'accordo. Tu trovi che questo senso di precarietà manchi, che anzi la Voyager riesca a barcamenarsi con fin troppa sicurezza per essere una nave piccola e sola in mezzo al mistero. Io trovo che invece, nonostante sia ovviamente indispensabile fare in modo che se la cavino sempre (altrimenti la serie sarebbe finita ancora prima di cominciare e non saremmo arrivati alla settima stagione), sia presente abbastanza spesso, specie dalla quarta stagione in poi, ma anche prima in più di un'occasione, la consapevolezza che sono loro e solo loro a decidere del loro destino, ad averlo in mano, mossi solo dalla speranza di raggiungere la Terra ma non certo dalla convinzione di farcela. Del resto credo sia una questione di sensazione, di interpretazione, non so che dirti. Io questo lo vedo, in Voyager, ma non sei comunque la prima a dirmi il contrario.
Per quanto riguarda Tuvok, non posso nascondere che mi annoia parecchio, che trovo non offra alcuno spunto piacevole, perché non ha conflitto interiore, non ha tensione emotiva, non ha peculiarità, non ha dinamismo. Lo trovo davvero piatto. Quanto ai capitani, invece, credo non saremo in disaccordo, perchè sia Janeway che Picard sono personaggi riuscitissimi. Il loro carisma è unico. Ovviamente parlo per gusti personali, ma credo siano i due migliori capitani di ST. Picard ha il fascino dell'uomo silenzioso, riflessivo, molto discreto e composto, con un pizzico di goffaggine per i rapporti interpersonali che vadano al di là del rapporto gerarchico di comando. All'inizio un po' burbero e incapace di far trasparire i suoi sentimenti, nel corso delle stagioni di TNG saprà tirare fuori il suo lato più romantico ed emotivo, anche se mai con facilità. La sua forza è proprio nel suo "fascino inglese un po' borghese", credo, nel senso che Picard è l'incarnazione del gentleman più puro: amante della poesia, del teatro shakespeariano, dell'equitazione, del tè caldo da sorseggiare in poltrona. Lo si potrebbe definire un capitano di concetto, di pensiero, che ama la sua solitudine, il suo spazio, la sua privacy, ma che ha un cuore di grandi sentimenti, che mostra anche e spesso nelle sue passioni e nei suoi interessi. Un capitano di concetto, sì, ma anche con un formidabile polso nelle situazioni critiche.
Janeway invece è il prototipo della donna che, pur in un ruolo di comando, non è scesa a patti con la sua femminilità e l'ha mantenuta in pieno fin dall'inizio, portando avanti l'immagine che dimostra che essere capo non vuol dire "portare i pantaloni". È capace di comandare e di ascoltare i problemi del suo equipaggio, accudendolo come una madre adottiva. Il suo fascino, secondo me, sta nella sua incredibile umanità, un'umanità che non ho visto che in pochi altri personaggi di ST, e raramente per giunta: lei ha saldi i suoi principi morali, in cui crede fermamente, ma la posizione in cui si trova e la sua essenza umanamente fallibile la portano sull'orlo del legittimo e dell'accettabile a causa del suo senso di responsabilità verso la nave e la sua situazione. Si trova in una situazione di stress credo superiore a quella di molti altri capitani della Flotta Stellare, e talvolta ne risente, dovendosi sobbarcare il peso di decisioni-limite pur di proseguire col loro viaggio. Questo stress la porta, spesso, appunto, anche a commettere degli errori di giudizio, o comunque, se non vogliamo definirli errori, a prendere delle decisioni ampiamente discutibili. È questo che mi piace in Janeway: il fatto che sia un capitano che più volte mette in mostra la sua umanità più totale, sbagliando come un qualsiasi essere umano farebbe, specie in una situazione come la sua. Un capitano che ha ben chiaro cosa sia l'etica della Flotta Stellare, ma che fatica, nella condizione in cui è, ad applicare il concetto teorico di tale etica alle situazioni estreme concrete.

Anna: Di Picard ho già parlato spesso e chi ci legge regolarmente sa di quanta considerazione goda presso di me. Considero Jean-Luc il miglior capitano di tutto Star Trek, come considero Patrick Stewart (insieme a Brent Spiner) il miglior interprete di tutta la saga. Non credo sia confrontabile con nessun altro capitano, ma ovviamente questa è la mia opinione. Condivido totalmente le tue parole su di lui e aggiungo che Picard è e resterà unico proprio per la peculiarità che contraddistingue la sua figura, a cominciare dall'aspetto fisico per arrivare alla sua profondissima e così mirabilmente sfaccettata umanità.
Non riesco a mettere Janeway sullo stesso piano, come non riesco a farlo con Kirk o con Sisko, perché ho la salda impressione che in loro manchi qualcosa... Janeway è indubbiamente un bel personaggio e a suo favore ha senz'altro il fatto di essere la prima donna capitano protagonista di una serie trek. Ma anche in lei qualcosa continua a sfuggire; laddove lungo le sette stagioni di TNG impariamo a conoscere tutto di Picard, della sua storia, della sua vita, delle sue emozioni, dei suoi travagli interiori attraverso un racconto che non lascia mai nulla al caso, in VOY - e ripeto, credo sia un fatto estendibile a tutta quanta la serie - restano molti buchi difficili per me da colmare. Può darsi che ciò dipenda semplicemente dal fatto che ancora non ho potuto vedere tutti gli episodi...

Così si conclude questa brevissima "discussione". Speriamo di aver dato qualche spunto di riflessione a chi ci legge e di ricevere eventualmente i vostri commenti sulle questioni affrontate.

 

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