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STORIA DI UNA FONDAZIONE
di Domenico
Ciccone
Come
tristemente noto, l'11 giugno 1999 DeForest Kelley, l'indimenticabile
dottor McCoy, moriva all'età di 79 anni a causa di un cancro intestinale.
La scomparsa di Kelley ha suscitato tra i trekker un'onda emozionale senza
precedenti, superiore perfino a quella seguita alla morte di Gene Roddenberry
nel 1991. Le spiegazioni a riguardo sono tante, e tutte perfettamente
plausibili, dal fascino del personaggio interpretato alla perfetta simbiosi
narrativa con il personaggio di Spock; tuttavia credo che un elemento
prevalga su tutti, e cioè quello dell'incondizionato affetto al suo personaggio
che l'attore ha sempre dimostrato nelle interviste e negli incontri con
i fans (sebbene non abbia mai fatto mistero di non vedere molto di buon
occhio le serie trek successive).
Infatti, mentre la maggioranza dei suoi colleghi, e in particolar modo
quelli degli ultimi anni, è sempre arrivata in un modo o in un altro a
rimarcare che Star Trek costituisce o ha costituito solo un tassello di
una carriera ben altrimenti varia, DeForest Kelley ha sempre dimostrato
un rispetto assoluto non solo per il suo personaggio e per la serie, ma
anche per i fan e la loro voglia di sapere quanto di Star Trek ciascun
attore può avere assimilato nel proprio modo di vivere.
A questo proposito, mi pare opportuno citare un brano di un'intervista
rilasciata dall'attore alcuni mesi prima della sua morte: "Sul serio,
non mi stanco mai di parlarne (di ST, N.d.R.). Io non sono così esposto
al mondo trek, non ho partecipato a tante convention. Come ho detto, non
ho mai scritto un libro sull'argomento. Di conseguenza, non ho ancora
vissuto l'esperienza di aver già raccontato ogni vecchia storia che conosco.
Così, ogni volta che mi fanno una domanda su Star Trek, posso affrontarla
in maniera nuova. Mi trovo con i figli dei fan della serie classica che
mi fanno domande adesso, che mi scrivono, e per loro è tutto nuovo; come
posso stancarmi di una cosa così? È semplicemente sorprendente
per me quando mi fermo a pensare a quanto di Star Trek ci sia non soltanto
nella mia carriera, ma anche nella mia vita".
È apparsa quindi pienamente giustificata la recente decisione di
istituire in memoria dell'attore una associazione
di ricerca, che con il proprio lavoro possa ricordare la figura di De
anche fra coloro che non lo conoscevano come il mitico "Bones" McCoy di
Star Trek. Vero è che oggigiorno a nome di innumerevoli personaggi famosi,
e non necessariamente morti, vengono create fondazioni o associazioni
dagli scopi benefici più vari e spesso non perfettamente limpidi: penso
a Diana Spencer, Maria Callas, Bill Gates, tanto per fare tre nomi tra
i più diversi tra loro.
Il caso
di Kelley, tuttavia mi sembra diverso e particolare nel suo genere. L'idea
iniziale di una fondazione di ricerca intitolata all'attore è venuta a
Jacques Van Dam, il medico che aveva in cura Kelley per il cancro di cui
soffriva, un cancro gastrointestinale difficile prima di tutto da diagnosticare,
poiché non se ne sapeva ancora abbastanza rispetto ad altri tipi di tumore.
Parlandone con lo stesso DeForest, il medico gli spiegò che sarebbe stato
bellissimo se si fossero potuti sostenere economicamente studi e ricerche
di giovani menti mediche in questo campo nel nome dell'attore.
Inoltre (e questo è l'aspetto a mio modo di vedere più interessante) gli
scopi medici della fondazione e i contributi che sarebbero venuti non
avrebbero coinvolto il nome di Kelley solo perché personaggio famoso,
ma perché incarnazione della professione di medico come nessun attore
era mai riuscito a fare: e la cosa piacque moltissimo a De, che dette
il proprio benestare all'iniziativa. Lui stesso avrebbe voluto dedicarvisi
a tempo pieno, ma l'aggravarsi della malattia non gli consentì più di
svolgere alcuna attività impegnativa.
Grazie anche alla dedizione della vedova dell'attore, Carolyn, ha visto
così la luce il "DeForest Kelley Fellowship Fund", fondazione benefica
con lo scopo di finanziare la ricerca nel campo dei tumori gastrointestinali,
con sede presso la scuola di medicina di Harvard, nel Massachuttes. Metà
del capitale è stato messo a disposizione dalla scuola, l'altra metà è
stata messa insieme grazie ai contributi provenienti dai vari trekker
e fans di DeForest sparsi in tutto il mondo.
Ancora una volta, quindi, DeForest Kelley, il perfetto gentiluomo del
Sud, ha dimostrato come per lui Star Trek non è stato solo una professione,
un ruolo, un telefilm. Concludo riportando un altro brano dell'intervista
sopra citata, che mi pare particolarmente emblematico: "Sono felicissimo
che Star Trek abbia creato un pubblico così, e che sia stato d'ispirazione
alla nostra gioventù, spronandola ad andare avanti e a migliorarsi. È
molto raro che un attore possa fare qualcosa che gli permetta, quando
lascia questa terra, di dare un vero contributo alla società".
Altri tempi? Altra storia? Altra razza di attori? Temo proprio di sì!
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