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COME
HO "ADOTTATO" LA "FAMIGLIA PICARD"
Prima parte
di Anna
"Ro Laren" Manfredini
Costretta a una "astinenza da video" forzata a causa del prolungarsi
della degenza del mio VCR presso il tecnico che dovrebbe risolverne i
problemi (sono già alcuni mesi), approfitto per dare libero sfogo
alla mia anima trek e tentare di descrivere a me stessa e a voi quali
sono i motivi della mia ormai pluridecennale, solida e incrollabile passione
per Star Trek in generale e The Next Generation in particolare.
Conobbi
Kirk & Co. quando ero bambina e cominciai a seguire gli episodi dalla
prima trasmissione italiana in avanti nonostante le critiche di mia madre,
puntualmente presente ogni volta che partiva la sigla di testa con un
irritante "Mo cus'èl ch'al bagài ech guèrdet?" ("Ma che
cos'è quella robaccia che guardi?", n.d.R.). È noto che non
tutti i genitori (almeno quelli della generazione dei miei) approvano
questo genere di telefilm, ma in questa sede tralascio l'analisi dell'argomento...
Ovviamente, come credo per tutti i trekker della mia età (una trentina
d'anni, diciamo ^__^) e più maturi, Kirk divenne immediatamente l'eroe
dei miei sogni di ragazzina, sia dal punto di vista "professionale"
(il Capitano tutto d'un pezzo che tutti i ragazzi miei coetanei nei lontani
Settanta avrebbero desiderato servire su un'astronave) che da quello più
strettamente "fisico" (inutile negarlo, ai suoi tempi James
T. era un discreto pezzo di marcantonio, pur nei limiti evidenti a un
occhio ora più esperto). 
A bordo dell'Enterprise "senza nessuna A, B, C o D" partecipavo
con l'equipaggio ad ogni avventura, attendevo con ansia i caustici scambi
di battute tra McCoy e Spock e sorridevo ad ogni alzata di sopracciglio
del leggendario Vulcaniano. A quei tempi amavo quasi indistintamente tutto
l'equipaggio, con una particolare predilezione, oltre che per il Capitano
(in ogni episodio speravo che sopraggiungesse qualche malintenzionato
a strappargli l'uniforme - cosa che puntualmente avveniva -, in modo che
potesse mostrare tutte le sue grazie), per l'allora giovane Checov - ho
sempre avuto un debole per la Russia - e per Sulu, del quale mi affascinava
molto l'ardita anima samurai. Per
non rischiare di invadere gli spazi e le rubriche altrui, non insisterò
molto sulla TOS, sebbene abbia senza dubbio rappresentato per me il trampolino
di lancio verso Star Trek e verso la fantascienza in generale e sebbene
resti impressa a fuoco nel mio ricordo come un'esperienza difficilmente
eguagliabile.
Resta assodato che rimasi - e rimango - intimamente legata a quella Enterprise
"di cartone", a quegli "effetti" così poco speciali,
a quegli "alieni" tra le cui peculiarità fisiche ancora si annoveravano
antenne, tentacoli e pelle verde, a quel computer di bordo che aveva più
l'aspetto di un grosso mangianastri pieno di pulsantoni colorati che di
un calcolatore elettronico... Non me ne vogliano Riccardo e tutti gli
affezionati alla serie, le mie parole racchiudono un profondo sentimento
di affetto nei confronti del primo mitico equipaggio e anche oggi non
mi stanco mai di rivedere i vecchi episodi, anche se non posso impedire
alla mia più matura vena critica di intervenire e commentare...
Quando
TOS passò il testimone e sul mio piccolo schermo vidi apparire una nuova
Enterprise, con un nuovo equipaggio e soprattutto un nuovo Capitano (incredibilmente
"vecchio", pelato, e tutt'altro che aitante) la mia prima reazione
- come credo per tutti - fu quella di storcere il naso. Mi ero abituata
alla vecchia "famiglia" ed ora me ne veniva imposta una nuova.
I primi episodi di The Next Generation, non lo nego, mi lasciarono
all'inizio sconcertata, se non delusa: erano evidenti le tracce-guida
della serie precedente, al mio occhio non ancora avvezzo al nuovo cast
tutto pareva una misera e mal riuscita scopiazzatura, non mi capacitavo
che, dal punto di vista inter-razziale, a sostituire il saggio e affascinante
Spock fosse subentrato un rozzo e mugugnante Klingon, le accresciute capacità
di analisi (ero già grande, ormai) mi permettevano una più accurata critica
ai plot e ai personaggi e non faticavo a trovare innumerevoli incongruenze,
ingenuità, soluzioni narrative tristemente banali. Una sola cosa innegabilmente,
obiettivamente positiva riscontrai da subito nella nuova serie: l'Enterprise
era diventata molto, molto più bella.
Ma questo rifiuto durò solo per un breve periodo.
Poi, come non è accaduto più per me con le serie successive (parlo di
Deep Space Nine e Voyager), la conquista: cominciai a conoscere
il nuovo equipaggio e colsi l'originalità del rapporto che intercorreva
fra i membri della plancia, compresi la nuova profondità dell'analisi
psicologica che stava alla base di ogni personaggio, sentii subito la
presenza determinante di un inedito substrato letterario, musicale, storico
e restai irrimediabilmente conquistata da quella che considero tutt'ora
la più incredibile invenzione dell'intera saga: Data.
Può
darsi che l'inattaccabile passione per TNG mi derivi dal fatto che questa
serie arrivò in un momento cruciale della mia crescita e della
mia formazione culturale: facevo il Liceo Classico e avevo contatti quotidiani
con le più alte testimonianze della letteratura universale, antica
e moderna; frequentavo il Conservatorio, passando ore e ore al pianoforte,
sola o in piccole formazioni cameristiche, ascoltavo musica di ogni genere
(cosa che continuo a fare) e passavo da un concerto sinfonico a teatro,
a Dizzy Gillespie in un jazz club, a David Bowie in uno stadio; divoravo
i romanzi di Asimov, Clarke, Bradbury, Farmer e lasciavo che la mia immaginazione
mi guidasse oltre, portandomi a produrre quintali di dattiloscritti (l'era
del PC era ancora lontana) fitti dei più inverosimili racconti...
L'universo di TNG incarnava perfettamente quello che io mi aspettavo da
una serie di fantascienza: poche battaglie a colpi di phaser in favore
di una prorompente dominante esplorativa, una vita a bordo di un'astronave
"del futuro" scandita dalla più genuina e attuale umanità,
con continui riferimenti alla musica, alla letteratura, alla storia del
nostro tempo, atmosfere di un'intimità intellettuale spesso sconcertante...
Un meraviglioso connubio di realtà e fantasia, di cultura letteraria
e tecnologia fantascientifica, un fluido snodarsi dei racconti attraverso
contatti con universi "alieni" senza mai perdere di vista il
fondamentale punto di riferimento umano, reale, attuale: un modo bellissimo
e agile, insomma, di focalizzare tramite una sorta di visione allegorica
l'attenzione del pubblico su problemi, situazioni, testimonianze culturali
tra le più importanti della nostra civiltà.
Entrando
ora nello specifico, proverò brevemente a focalizzare gli elementi
che più mi seducono (sotto tutti i punti di vista) in ognuno dei
personaggi del cast principale. Premetto: dipenderà dalla mia cieca
passione, ma trovo che nessuno dei protagonisti sia - come invece pensano
alcuni - inutile, cordialmente antipatico o noioso. Riesco anzi a cogliere
in ognuno - in misura maggiore o minore - piccoli aspetti del mio modo
di essere, della mia indole, dei miei interessi...
Il Capitano Jean-Luc Picard: è indubbiamente il mio mito. Ho già
avuto occasione di dire che, nonostante non rispecchi affatto il mio ideale
"fisico" di uomo, è avvolto da un'innegabile carica di
sensualità, che quanto più tenta di nascondere (glielo impone
il personaggio), tanto più risulta irresistibile. Per
lo meno ai miei occhi, s'intende... È indubbio comunque, a prescindere
dalle possibili opinioni personali, che Picard/Stewart abbia un fisico
decisamente invidiabile per la sua età.
Ritornando a Picard personaggio, mi affascinano la riservatezza così
tipica del suo carattere, magistralmente resa dal grande attore che lo
interpreta (non per nulla prescelto tra gli shakespeariani di chiara fama),
il suo amore per la musica, la letteratura e l'archeologia (che condivido
pienamente), la costante ricerca in se stesso e il suo non dare mai nulla
per scontato, soprattutto quando si tratta di prendere una decisione importante
per la nave e per l'equipaggio.
Dietro Picard c'è una figura estremamente verosimile, al contrario
di quello che poteva essere Kirk, e soprattutto molto vicina al mio modo
di sentire. Anche
io adoro chiudermi, quando posso, in un angolo di sacra solitudine, lasciando
fuori il mondo e facendomi portare lontano da Mozart, da Rachmaninoff,
da Bach, accompagnata da un buon libro e da un silenzio interiore che
purifica lo spirito e la mente. Anche io, come lui, trabocco di sogni
non ancora realizzati e - ahimé - destinati forse a non realizzarsi
mai: anche io avrei voluto essere, come lui, una grande archeologa, e
come lui è un musicista mancato, così io vorrei essere una
scrittrice; Picard vive il "suo" teatro in grande intimità,
come io ho avuto la fortuna di vivere la musica, anche se purtroppo la
nostra realtà non mi permette di sopravvivere con la musica...
Lo ammetto: molto probabilmente se in The Next Generation fossero
mancati gli innumerevoli riferimenti musicali e letterari, non sarebbe
mai diventata la mia serie preferita... Non che nelle altre serie (e mi
riferisco soprattutto a DS9 e a VOY) manchino tali riferimenti, anzi;
ma sento che solo in TNG essi entrano a far parte della struttura stessa
della serie, diventandone parte costitutiva e imprescindibile e innalzandone
il livello contenutistico. E le scelte - sia musicali che letterarie -
non sono mai a caso, ma estremamente ragionate, consone alla peculiarità
delle singole situazioni, tramite spesso esse stesse dei messaggi universali
lanciati verso il pubblico da ogni episodio.
Del
Numero Uno, il Comandante William Riker, stranamente non subisco l'indiscutibile
"fascino virile", al contrario di una grossa fetta di umanità
trek dentro e fuori dall'Enterprise. Ammetto anzi che all'inizio - ma
solo all'inizio - mi risultò abbastanza sgradevole, forse per l'atteggiamento
vagamente presuntuoso che caratterizzò le sue prime apparizioni.
Ma bastò che mettesse mano al suo trombone e liberasse la sua "anima
nera" perché andassimo subito d'accordo. La sua passione per
il jazz non è superficiale, non ha i connotati tipici della "trovata
da riempimento", ma è pensata, curata, approfondita anche
dal punto di vista della ricerca musicale.
È questo che mi colpisce più di ogni altra cosa in The
Next Generation: il fatto che ognuno dei protagonisti, dietro l'impegno
giurato alla Federazione, nasconde un profilo individuale perfettamente
disegnato, calibrato al millimetro su determinati interessi, amori, manie,
passioni che lo rendono unico e irripetibile sia all'interno della serie
che nell'intera saga.
E la musica ritorna, fondamentale anello di congiunzione tra i personaggi,
i racconti, i significati profondi... Nessuno sull'Enterprise è
immune al fascino della musica, tutto l'equipaggio assiste regolarmente
a concerti di altissima qualità e molti dei membri si cimentano
personalmente in questa arte, compreso - e più degli altri - l'androide
di bordo, che a rigor di logica dovrebbe dedicarsi a ben altre mansioni...
Data,
non finirò mai di ripeterlo, rappresenta per me l'invenzione più
originale che una mente votata alla fantascienza potesse partorire. Indubbiamente
supportato dall'ineguagliabile maestria di Brent Spiner (non credo che
un attore "qualunque" avrebbe potuto reggere degnamente tale
interpretazione), è un personaggio che ho immediatamente "adottato",
con lo stesso trasporto con cui Picard e gli altri lo "adottarono"
sull'Enterprise.
Sono poche le altre creature fittizie della nostra letteratura capaci
come Data di scatenare in me impeti di tenerezza, attimi di straniamento,
momenti di perplessità di fronte alle inconfutabili verità
che, dal pallido confine della sua asettica condizione di androide, ci
spalanca davanti senza battere ciglio... La genialità del personaggio
sta proprio, credo, nell'averne fatto l'incarnazione più "obiettiva"
- per definizione: Data non è umano - dell'umanità,
facendo poi transitare attraverso il suo "filtro" tutte quelle
situazioni tipicamente umane, piccole e grandi, che altrimenti passerebbero
inosservate. E in questo modo l'androide, più lontano dalla condizione
umana di qualsiasi altro protagonista a bordo dell'Enterprise, diventa
paradossalmente il più chiaro portavoce dell'essenza dell'umanità.
Del suo personaggio tutto è interessante, nulla è lasciato
al caso, o fuori luogo, o in più; mi seduce l'idea che forse vivrò
abbastanza per incontrare almeno un suo prototipo; vorrei poter condividere
con lui un ascolto e pendere dalle sue labbra aspettando i suoi minuziosi
e imperturbabili commenti, o assistere a un suo concerto, oppure osservarlo
da vicino mentre con mano impassibile e rapidissima vivifica una tela...
E - lo confesso - sarei anche curiosa di verificare se davvero è
"programmato per tecniche multiple"... ^__^
La mia seduta di "autocoscienza trek" continuerà nel
prossimo numero.
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