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LA
MUSICA DI STAR TREK - PARTE VI
ODISSEA
NELLE FOLLIE DEL XX SECOLO
di Gianni
Bergamino
1. S.O.S.
Balene.
Una notizia pubblicata su "Il sole 24 Ore" del primo agosto scorso ci
informava che gli accordi conclusi tra Stati Uniti e Giappone nel 1986
per proibire la caccia da parte dei balenieri nipponici dei sempre più
rari esemplari di cetacei che nuotano nell'Oceano Pacifico vengono tutt'oggi
disattesi in nome di falsi o pretestuosi scopi scientifici.
Purtroppo
il problema di salvaguardare questa antica e misteriosa specie di mammiferi
marini dall'estinzione è un tema che continua ad essere attuale…
Ma per noi appassionati di Star Trek ha un peso ulteriore. Non possiamo
infatti non attribuire un significato molto particolare alla data dell'accordo
stipulato tra USA e Giappone, il 1986: l'anno in cui ha trionfato ai botteghini
il nuovo film della saga di Gene Roddenberry, lo scanzonato e divertente
STAR TREK IV - THE VOYAGE HOME, incentrato proprio sul tentativo
degli astronauti del 23° secolo di trarre in salvo una coppia di megattere
minacciate dai pescatori di frodo giapponesi.
Non mi è dato sapere se si sia trattato o meno di una coincidenza: certo
la cosa ci deve far riflettere. Il forte messaggio ecologista lanciato
attraverso il film nei cinema di tutto il mondo aveva allora - e conserva
tutt'oggi - un'importanza vivida e non marginale.
2. S.O.S. Star Trek.
Che
l'epopea inventata da Gene Roddenberry fosse ormai divenuta una leggenda,
un mito ben radicato nella cultura popolare occidentale, era un dato di
fatto già prima del 1986.
Tuttavia la celebrità, un fandom scatenato e turbolento e la validità
culturale delle trame non sempre vanno di pari passo con l'entità degli
incassi, e si sa che nell'industria del cinema hollywoodiano questo secondo
requisito conserva un peso determinante e primario.
I sia pur modesti risultati ottenuti dai tre capitoli precedenti avevano
peraltro stimolato i produttori della Paramount a consentire alla saga
di avere ancora un'ultima chance di sfondare e di ottenere quel
successo che, fino ad allora solo "sulla carta", sembrava meritarsi. Qualche
illuminato sostenitore aveva intravisto ancora qualche potenzialità nei
contenuti della serie e forse, già nel 1986, si profilava l'intenzione
di far evolvere Star Trek anche senza l'equipaggio storico di Shatner,
Nimoy & Co, verso una nuova ed ulteriore generazione di avventure.
Per
essere proprio sicuri che il quarto film riuscisse finalmente a "sbancare"
il box office, in un primo momento si era pensato di affiancare
agli interpreti tradizionali anche l'attore comico Eddie Murphy, grande
fan della saga fantascientifica, in quel periodo al vertice del successo
grazie al fortunato UNA POLTRONA PER DUE di John Landis e alla serie di
BEVERLY HILLS COP. Com'è noto però il progetto di connubio tra fantascienza
e comicità non ha potuto essere portato a compimento a causa dei soverchianti
impegni della star di colore.
Unica cosa certa, fin dall'inizio del progetto, era che i produttori desideravano
di nuovo vedere Leonard Nimoy sullo scanno del regista. L'interprete dell'amatissimo
personaggio di Spock, divenuto regista in occasione del terzo capitolo,
si era rivelato autore geniale, economico, energico, pronto ad imprimere
alle trame tradizionali una salutare dose di originalità e di umoristica
stravaganza. Lo stesso produttore esecutivo Harve Bennet era ansioso di
rivederlo all'opera.
Per il prosieguo futuro della serie era essenziale che questo nuovo capitolo
ottenesse il massimo successo possibile. E ancora una volta Leonard Nimoy
ha saputo fronteggiare il proprio impegno, arrivando a cogliere alla perfezione
questo difficile obiettivo.
3. S.O.S. StarFleet.
La
trama della nuova pellicola si basa su due idee portanti, entrambe rivoluzionarie
ed inconsuete nell'abituale panorama delle avventure della Federazione
del XXIII secolo.
La prima trovata è stata proprio quella di mettere a confronto gli eroi
immaginari del futuro con quel calderone culturale e ideologico da cui
essi stessi hanno tratto origine, quali prodotto dell'immaginario collettivo:
la California della seconda metà del XX secolo, l'ambiente in cui meglio
di qualunque altro si rispecchiano tutte le nevrosi, le tensioni, le follie
della società americana contemporanea (e, a ben guardare, di tutte le
altre società occidentali ad essa improntate, non ultima anche la nostra),
soprattutto quando rappresentata nell'universo sfalsante e para-reale
del cinema hollywoodiano.
La
seconda idea, come abbiamo anticipato sopra, è stata quella di mettere
in rilievo una delle più radicate preoccupazioni dei nostri tempi: la
crisi ambientale, con le conseguenti sollecitazioni a prendersi cura del
sempre più compromesso assetto ecologico in cui ci troviamo a vivere.
È la prima volta che Star Trek diventa strumento per propagandare in modo
così evidente e scoperto un messaggio di forte impegno sociale: in seguito,
soprattutto nei successivi spin-off televisivi, diventerà quasi
una consuetudine (si pensi ad esempio agli episodi "Chain of Command"
di TNG, con la sua dura presa di posizione contro la tortura, o al meraviglioso
"Far Beyond the Stars" di Deep Space Nine e il suo pulsante
inno all'integrazione razziale).
Leonard Nimoy (alias Spock) è sempre stato schierato in prima persona
a difesa dell'ambiente, e in qualità di soggettista di questo nuovo film
non ha perso l'irripetibile occasione per trasmettere un monito ben preciso,
velato di un'amaro senso ironico: "appassionati di Star Trek di tutto
il mondo, sappiate che il nostro futuro non si concretizzerà mai nell'agognata
ed evoluta Federazione di Kirk & Co. se non iniziamo fin d'ora a prenderci
seriamente cura della nostra maltrattata ed inquinata Madre Terra".
Di
qui ha preso abbrivo la trama della nuova avventura, con un viaggio a
ritroso nel tempo per tentare di mettere in salvo dall'imminente estinzione
due esemplari di balene "megattere", esseri presenti nei nostri oceani
da tempi così remoti da consentire la più stravagante delle estrapolazioni
a proposito delle loro origini. Nel film si ipotizza infatti che le Megattere
siano addirittura creature extraterrestri giunte sul nostro azzurro pianeta
nel corso di una loro personalissima missione di esplorazione stellare.
Dopo una tanto ardita premessa diventa accettabile l'idea che i loro simili,
prima o poi, giungano dallo spazio profondo alla volta della Terra per
recuperare gli esploratori mandati in avanscoperta; e che, una volta arrivati,
non siano per nulla contenti di scoprire che i feroci predatori bipedi
del planetoide (noi esseri umani, cioè) li hanno cacciati, fatti a pezzi
e sterminati, per ricavarne lucido da scarpe, creme di bellezza e cibo
per gatti. Questi progenitori delle estinte megattere iniziano allora
a mettere a ferro e fuoco la Terra, disposti a fermarsi solo se riceveranno
un segno di vita da parte dei loro emissari.
La
volontà di poggiare la vicenda del nuovo film su queste interessanti idee
di base ha costretto Nimoy e Harve Bennet, in veste di soggettisti, e
successivamente Steve Meerson, Peter Krikes e l'immancabile Nicholas Meyer
(il regista del secondo capitolo, come tutti ricorderete), in qualità
di sceneggiatori, ad arrampicarsi sui vetri per mantenere un buon rapporto
di continuità con la narrazione degli episodi precedenti.
Le singole soluzioni adottate, se esaminate con un certo distacco critico,
si mostrano spesso forzate e implausibili. Ma la vicenda di THE VOYAGE
HOME, nel suo insieme, grazie ad un felicissimo cocktail di umorismo
e suspence, di avventura e di introspezione, non solo ha funzionato
benissimo, ma ha consentito al film di ottenere il primo vero exploit
commerciale della saga. La formula di Nimoy ha infatti ottenuto il più
grande successo economico e di pubblico della serie ed ha anche raccolto
una messe di consensi critici.
In
Italia il film, depurato nel titolo da ogni riferimento diretto alla saga
di Star Trek (a quei tempi ritenuta sinonimo di "fiasco" da parte della
distribuzione nostrana) è uscito nel mese di luglio dell'86 come "ROTTA
VERSO LA TERRA" (nell'ennesimo larvale esperimento di cinema estivo) e,
tenendo cartellone per tutta l'estate, ha raggranellato un incasso finale
che superava di gran lunga quelli dei capitoli precedenti, usciti in pieno
periodo invernale.
È stata la prima breccia aperta da Star Trek nel cuore degli stolidi spettatori
italiani, che per la primissima volta hanno scoperto di potersi divertire
con le vicissitudine della ben nota combriccola di esploratori stellari.
E nonostante oggi molta gente dichiari il proprio nostalgico amore per
le vicende demodée della Enterprise classica (come se nel 1978, quando
Star Trek approdò anche in Italia, fossero stati davvero così tanti quelli
che si erano accorti della qualità della serie di Roddenberry) il primo
vero approccio che quasi tutti hanno avuto con la serie è datato proprio
1986 ed è rappresentato proprio da questo film.
4. S.O.S. Leonard Rosenman.
Il
lodevole sforzo di salvataggio dall'estinzione e dall'oblio compiuto da
Leonard Nimoy nella sua nuova fatica registica non è avvenuto solo sul
piano ecologico - a favore delle balene megattere -, ma anche su quello
culturale, più specificamente su quello musicale - a favore del compositore
Leonard Rosenman -.
Sono davvero pochi gli autori di colonne sonore che abbiano saputo esprimere
forza innovativa, coraggio intellettuale, coerenza e fedeltà alla propria
visione artistica come il settantaseienne Leonard Rosenman.
Del tutto impermeabile alle logiche commerciali dei produttori cinematografici,
Rosenman (nativo di Brooklyn, New York) ha pagato di tasca propria - con
una prolungata e tuttora perdurante inattività - il suo attaccamento ad
un tipo di musica che esprimesse la propria ispirazione più autentica
e genuina, senza accettare di inquinarla con i compromessi e con le basse
esigenze commerciali tanto care ai produttori.
Rosenman è sempre stato alfiere di un approccio musicale ripulito dalle
contaminazioni narrative della sceneggiatura, a vantaggio di una scrittura
più spirituale ed astratta, in cui alla musica non sia riservato il ruolo
di semplice didascalia acustica del film, in una forma di parziale servilismo,
oppure di schematico e stereotipato assembramento di "suoni psicologici",
riutilizzati decine di volte per stimolare (nell'inconscio degli spettatori)
le solite emozioni basilari, con soluzioni timbriche e melodiche tramandate
da autore ad autore, sempre uguali, al punto di diventare logori luoghi
comuni.
La
musica di Rosenman ci appare invece libera da vincoli: è ispirazione allo
stato puro, un flusso sonoro che non ha regole, ma che si muove come un
magma sinfonico sul retro delle immagini, pronto a sganciarsi da esse
per diventare una ricca e stimolante occasione di ascolto su disco, ma
anche in grado di fornire al film la giusta mescolanza di atmosfere e
suggestioni, di angosce ed inquietudini, a volte giocando persino in contrasto
con l'apparente quiete narrativa dello script.
La musica di Rosenman è destinata ad essere sentita solo in quei momenti
in cui l'impatto emotivo delle immagini da solo non basterebbe a catturare
l'attenzione del pubblico.
Il suo agglomerato strutturale, la trama caleidoscopica delle sue partiture
ci rende praticamente impossibile descriverne a parole le evoluzioni e
le connessioni con le scene del film.
È molto raro che Rosenman si interessi di costruire quelli che in gergo
vengono chiamati "sìncroni", vale a dire punti di tangenza tra "cambiamenti
musicali" e "cambiamenti narrativi" della pellicola (ad esempio, lo squillo
di trombe all'apparire della sagoma del mostro, la violenta percussione
in corrispondenza della pistolettata, lo slancio melodico dei violini
all'atto di un caloroso abbraccio finale, il rintocco di campane nel momento
in cui l'eroe defunge, e via dicendo).
Nella sua estroversa ricerca creativa, Rosenman ha saputo arrivare là
dove autori completi e preparati come John Williams o Jerry Goldsmith
sono riusciti solo occasionalmente a giungere: ovviamente, proprio per
aver osato oltrepassare certe soglie, Hollywood non gli ha mai concesso
nemmeno un decimo della loro popolarità. Molti
altri autori hanno provato a seguire tracciati simili, e anche loro hanno
pagato con l'inattività tali esperimenti anticonformisti ed eccentrici
(si pensi ad Herrmann, negli anni successivi alla sua "rottura" con Hitchcock,
cioè dal '64 fino alla sua morte, nel '75; o ad Alex North, sempre nei
primi anni '70, che si vide respingere l'eccellente partitura originale
scritta per 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO persino da Stanley Kubrick, che
passa come una delle personalità in assoluto meno convenzionali della
storia del cinema). Rosenman, Herrmann e North erano il più genuino prodotto
della rivoluzione intellettuale della fine anni '60, l'era in cui la contestazione,
che con le sue scelte anticonformiste e "contro corrente" aveva contaminato
anche il cinema, aveva diffuso l'illusoria convinzione di poter spezzare
le catene del formalismo e della ripetitività industrializzata.
Proprio per questa ragione il coinvolgimento di Rosenman in STAR TREK
IV, come diremo tra breve, è stata una scelta opportuna del regista del
film. Sia Nimoy che Rosenman sembrano nostalgici dello spirito "hippie"
che colorava di uno sprezzante e scanzonato senso di libertà le coste
della California, dove essi hanno trascorso gli anni della loro maggior
popolarità artistica.
Sembra che fosse proprio quello spirito che entrambi gli artisti vagheggiavano
ed intendevano rievocare nel loro lavoro su THE VOYAGE HOME.
Ma torniamo alla carriera del musicista.
Anche Rosenman naturalmente ha potuto godere del suo - sia pur breve -
momento di gloria. L'apice della sua carriera (nel senso di notorietà
e fama, non certo di qualità, visto che tutta l'opera di questo musicista
si colloca a dei livelli qualitativi decisamente superiori alla media)
coincide esattamente con i suoi esordi, ovvero con i due capolavori interpretati
da James Dean LA VALLE DELL'EDEN ("East of Eden", 1955) e GIOVENTU'
BRUCIATA ("Rebel Without a Cause", 1955), proprio le primissime
partiture cinematografiche del compositore.
Il momento culturale in cui furono realizzate quelle pellicole, il loro
contenuto eversivo, il pubblico colto e stimolato a cui si indirizzavano
permisero a Rosenman di tentare qualcosa che fino ad allora era ritenuto
estremamente rischioso: introdurre i canoni della musica seriale e dodecafonica
nel tessuto sonoro cinematografico, il tutto arricchito da sperimentalismi
timbrici e da un'eccentrica impostazione ritmica.
Il risultato, sia pur temperato dalla presenza di sporadiche parentesi
melodiche più tradizionali, fu dirompente ed eccezionale: le partiture
non godettero di particolare interesse in quanto tali, ma il loro contributo
ai film fu ritenuto valido ed essenziale.
L'utilizzo della musica dodecafonica, seriale e comunque atonale e dissonante
in genere è un percorso molto spesso male accolto dal grande pubblico,
anche quando viene proposto nell'ambito della normale musica da concerto
contemporanea. Figuriamoci quindi quale livello di consenso potesse ottenere
chi, come Rosenman, ha osato traferire una simile esperienza nel campo
della musica per il cinema.
Abbiamo già accennato al fatto che anche altri autori hollywoodiani hanno
creduto (poveri illusi) che la musica fosse destinata a liberarsi dalle
pastoie di un immeritato asservimento alle immagini e fosse vicina l'epoca
in cui la composizione musicale potesse finalmente essere concepita in
autonomia dalle esigenze commerciali. Lo hanno creduto, oltre a Rosenman
e ai già citati Bernard Herrmann e Alex North, anche musicisti familiari
all'universo di Star Trek come Gerald Fried e Jerry Goldsmith, il primo
soprattutto nelle sue collaborazioni con Kubrick, il secondo negli sperimentalismi
di FREUD, IL PIANETA DELLE SCIMMIE e L'UOMO ILLUSTRATO.
Naturalmente il fenomeno fu invece effimero e con il suo tramonto, Hollywood
tornò a pretendere dai compositori di essere ligi alle richieste della
massa: musiche orecchiabili, temi di facile approccio, da poter vendere
nella versione canzonettistica interpretata da artisti del momento, con
le inevitabili corruzioni stilistiche provocate dalla musica popolare
più in voga.
Mentre gli autori come Goldsmith o Williams si sono accontantati di "sperimentare"
solo quando registi e produttori si sono mostrati tanto illuminati da
consentirglielo, Rosenman ha sempre voluto restare caparbiamente fedele
al proprio modello creativo: la sua musica si è perlopiù mantenuta astratta,
imprevedibile, eversiva e spirituale come nei suoi esordi.
Il
genere fantascientifico è sembrato allora il più adatto a "tollerare"
questo tipo di approccio (tutti sappiamo infatti quanto sia stata sperimentale
e innovativa la fantascienza cinematografica degli anni '70).
Non a caso Rosenman si è trovato spesso coinvolto in pellicole di questo
genere. Piccoli capolavori (per estimatori) sono soprattutto VIAGGIO ALLUCINANTE
("Fantastic Voyage", 1966) e L'ALTRA FACCIA DEL PIANETA DELLE
SCIMMIE ("Beneath the Planet of the Apes", 1970), i cui dischi
di recente prodotti dall'etichetta specializzata FilmScore-Monthly in
due CD da collezione, sono imperdibili per chi si avvicina alla musica
per cinema con l'intento di conoscerne anche i gioielli meno noti.
VIAGGIO ALLUCINANTE, diretto da Richard Fleischer e sceneggiato dal guru
della fantascienza Isaac Asimov, racconta di una coraggiosa esplorazione
attraverso i meandri del corpo umano compiuta da un manipolo di eroici
avventurosi ridotti alle dimensioni di un microbo. Effetti speciali e
scenografie avveniristiche per rendere credibile l'odissea del piccolissimo
batiscafo attraverso vene, arterie e terminazioni nervose si sono coniugati
alla perfezione con il meraviglioso e straordinario caleidoscopio di suoni
allestito dal vulcanico Rosenman.
In
L'ALTRA FACCIA DEL PIANETA DELLE SCIMMIE, secondo episodio della saga,
il musicista ha dovuto raccogliere la non facile eredità del capolavoro
di Jerry Goldsmith per il primo film, di appena un anno prima. Il suo
stile, pur seguendo un analogo sentiero irto di arditi sperimentalismi,
ha scelto referenze totalmente diverse da quelle del suo predecessore,
eccellendo una volta ancora in originalità e capacità di stupire.
Nel campo del fantastico Rosenman è tornato a lavorare sulla saga del
"Pianeta delle Scimmie" pochi anni dopo, nel 1973, per il capitolo conclusivo
2073 - ULTIMO ATTO ("Battle for the Planet of the Apes"), opera
ancora inedita.
Poi, dopo un lungo periodo di lavori televisivi - la sua impostazione
creativa aveva infatti iniziato ad alienargli il favore dei produttori,
e le scritturazioni per il grande schermo si sono fatte sempre meno frequenti,
se si eccettua l'adattamento di opere classiche compiuto su richiesta
di Kubrick per BARRY LYNDON del 1975 -, nel 1978 Rosenman ha realizzato
una poderosa
ed epica partitura per l'ambizioso cartone animato di Ralph Bashki, IL
SIGNORE DEGLI ANELLI ("Lord of the Rings").
L'imponente lavoro del compositore ha portato il nostro recensore Roberto
Pugliese, recensore di colonne sonore sulla rivista DISCOTECA ALTA FEDELTA',
a qualificare la musica di Rosenman come la parte certamente meglio riuscita
dell'intera operazione.
Ma l'insuccesso di questa pellicola ha preceduto di poco il punto più
basso della parabola discendente della popolarità di Rosenman, che sarebbe
stato toccato l'anno successivo, con lo sfortunato e sottovalutato horror
ecologico di John Frankenheimer PROFEZIA ("Prophecy", 1979).
A questo film Rosenman ha fornito una spaesata e terrorizzante colonna
sonora, destinata purtroppo a restare inedita.
È così che Rosenman ha dovuto attendere la mano che gli è infine stata
tesa da un amico sincero, che si è proposto di aiutare il compositore
ad uscire dall'oblio televisivo in cui era finito.
Come sappiamo infatti, nel 1986, dopo sette anni di assenza dal grande
schermo, Rosenman ha ricevuto l'invito di Leonard Nimoy a comporre le
musiche della sua nuova avventura registica.
Lo
stile creativo di Rosenman (quantomeno del Rosenman del decennio precedente)
sembrava qualcosa di estremamente lontano dai parametri musicali abituali
di Star Trek. Non pochi appassionati della serie, che conoscevano l'impostazione
del musicista, non accolsero con favore la notizia che le solari partiture
di Goldsmith e Horner sarebbero state soppiantate dagli oscuri e tetri
paesaggi sonori di Rosenman.
Ma purtroppo il compositore aveva nel frattempo imparato la lezione e,
sia pur senza modificare radicalmente la sua impostazione, ha saputo accettare
l'inespresso "invito" dei produttori a mostrarsi disponibile a comporre
anche qualche melodia orecchiabile, adatta ad essere associata al team
avventuroso della saga.
In vecchiaia, uno dei creativi più estroversi che Hollywood abbia mai
conosciuto, ha dovuto quindi scendere a patti con la sua "musa" e piegarsi
- in parte - alla sete di banalità del sistema produttivo hollywoodiano:
ciononostante, il musicista non ha del tutto rinunciato all'impostazione
scarmigliata dei suoi lavori passati, e questo sembra aver giocato ancora
una volta un ruolo negativo sulla possibilità di rilanciare la propria
carriera. Dopo
STAR TREK IV, infatti, l'autore è stato chiamato a dare il cambio a Basil
Poledouris nella saga tecno-fumettistica di Robocop, per il mediocre e
violentissimo ROBOCOP 2 (id., 1990) di Irvin Kershner, le cui musiche,
plumbee e originalissime, sono state oggetto di critiche tanto aspre quanto
superficiali, ingiuste ed affrettate.
L'ultima collaborazione cinematografica rilevante di Rosenman è datata
1991 ed è legata al thriller poliziesco KEEPER OF THE CITY (volendo
tacere di pellicole semisconosciute come MRS. MUNCK del 1995 e LEVITATION
del 1997).
Non si può quindi dire che l'aiuto di Nimoy abbia davvero risollevato
le quotazioni di Rosenman. Col
senno del poi è evidente infatti che la generosa opportunità di ritrovare
il favore dei produttori offerta da Nimoy al compositore suo omonimo è
stata ahimè vana.
Ancora oggi, in un momento in cui la musica per il cinema sta godendo
di un sempre maggior interesse, la quasi totale assenza di riferimenti
e di notizie sul conto di questo compositore anche nella grande Rete Internet
mi sembra un indizio molto significativo del misero destino a cui lo hanno
condotto il suo difficile e rischioso cammino creativo e la sua sottigliezza
intellettuale.
Forse l'ultimo vero momento di gloria si è consumato nei recenti festeggiamenti
organizzati a Los Angeles dallo staff dell'etichetta FilmScoreMonthly,
in occasione della citata prima edizione in CD del suo strabiliante FANTASTIC
VOYAGE.
In tale occasione Rosenman ha potuto partecipare ad un party allestito
in suo onore, nel corso del quale i suoi pochi ma entusiasti estimatori
gli si sono stretti intorno per tributargli il meritato consenso.
5. Una partitura, tre anime.
Come
abbiamo già detto, dopo aver riconsiderato le proprie posizioni artistiche
del passato, nella partitura del nuovo episodio di Star Trek Rosenman
tradisce una serie di scelte di compromesso, che la rendono un'opera sicuramente
ibrida, discontinua e di conseguenza minore nella galleria di lavori realizzati
per la saga.
In primo luogo è emersa la necessità di ricorrere ad un linguaggio molto
più tonale (cioè tematico) di quanto Rosenman avesse fatto in passato:
non si può avere un film di Star Trek senza almeno un temino eroico e
glorificante a fare da apripista per i titoli di testa (è noto come lo
stesso Goldsmith avesse dovuto scontrarsi con la produzione del primo
film, che lo aveva messo alle corde per ottenere la tanto ambita "fanfara"
introduttiva).
Per accentuare i legami con lo spirito di modernità che aveva investito
THE VOYAGE HOME (al punto da immergerne la trama nella realtà quotidiana
della California fine anni '80), è stato inoltre chiesto al musicista
di allestire almeno un paio di arrangiamenti decisamente popolari ed elettronici,
in collaborazione con un ensemble di tastieristi e percussionisti raffazzonati
per l'occasione.
Rosenman ha dunque affidato il proprio materiale tematico ai Yellowjackets
(Russell Ferrante, Jimmy Haslip, Marc Russo e David Garibaldi), che ne
hanno ricavato due orecchiabili, ma modesti e frivoli brani disco,
a metà strada tra new age e tecno-jazz. Ma per fortuna a
Rosenman non è stato negato di esprimersi anche secondo il suo stile abituale.
In questo modo la partitura presenta anche una terza veste, quella sinfonica
vera e propria, dove i temi perdono la loro immediata riconoscibilità
e dove emerge il caratteristico flusso di suoni ipnotici e astratti, di
nervosi arpeggi, di accordi dissonanti e prolungati.
Il
disco contenente le musiche di THE VOYAGE HOME, realizzato in vinile nel
1986, dalla MCA, è stato successivamente ristampato in CD.
È un edizione che, come quasi sempre accade, lascia per strada molta parte
della musica sentita nel film, ma che ben rispecchia i tre aspetti dell'opera
che abbiamo appena individuato.
I due temi principali sono ascoltabili soprattutto nei brani perimetrali:
il primo, "Main Title", e l'ultimo "Home Again: End Credits".
Si direbbe che l'autore abbia sentito vicino a sé gli sviluppi di questa
nuova avventura del celebre equipaggio dell'Enterprise, forse anche per
ragioni di vicinanza d'età tra i protagonisti della serie e lo stesso
Rosenman. Questo spiega forse l'impetuosa baldanza che il musicista ha
attribuito all'inizio del tema principale, una melodia che "balza" letteralmente
in avanti, sospinta da un accompagnamento esplosivo di campane e trombe,
senza rinunciare però ad uno sviluppo dall'andamento più cauto, guardingo
e colmo di trattenuta ironia. Non irruenza giovanile, ma energia ben dosata
e un saggio e distaccato approccio alle insidie dell'esplorazione spaziale:
sembrano queste le sensazioni che l'autore ha voluto affidare al suo tema.
L'altra
melodia è un valzer solare, sorridente, e vagamente sornione, che ben
accompagna il movimento natatorio lento e solenne delle megattere, finalmente
libere nelle acque sicure della San Francisco del 23° secolo. Nel disco
non mancano poi le citate "musichette" pop rimaneggiate dai Yellowjackets
("Market Street", brano che introduce la passeggiata di Kirk e amici per
le frenetiche strade della metropoli californiana, e "Ballad of the Whale",
che affida al languido suono del sax il tema delle megattere, abbellito
di suoni elettronici che ne imitano il canto sommerso).
E infine troviamo la partitura vera e propria, nel più puro stile Rosenman,
non priva di alcuni episodi istrionici e bizzarri ("Chekov's Run", che
accompagna la precipitosa e maldestra corsa di Chekov sul ponte della
portaerei Enterprise, e "Hospital Chase" che sottolinea la successiva
spassosa fuga dal pronto soccorso dove Chekov è stato ricoverato), e caratterizzata
soprattutto da numerose pagine in cui finalmente l'autore può dare sfogo
alle sue pulsioni creative più pure.
Queste pagine, decisamente le migliori del disco, sono contenute nei brani
"The Whaler", "Time Travel", "The Probe" e soprattutto in "Crash-Whale
Fugue", una lunga pagina di oltre otto minuti in cui seguiamo la tesissima
corsa contro il tempo per impedire alla baleniera nipponica di uccidere
le preziose megattere, e in "Gillian Seeks Kirk", un vibrante brano d'azione
destinato alla scena in cui l'oceanografa Gillian, interpretata da Catherine
Hicks, ormai vittima del sottile fascino del corpulento ex-capitano dell'Enterprise,
lo costringe letteralmente a farla partecipe del salvataggio dei cetacei
ed del successivo "voyage home" verso il XXIII secolo.
Come
si è detto l'allestimento musicale di Rosenman è decisamente insolito.
I suoi temi rivelano fin dai primi ascolti una onnipresente vena ironica,
accentuata dall'abbondante utilizzo degli ottoni in una veste esageratamente
celebrativa e circense. È un registro che si adatta a meraviglia alla
visione poco seria che Nimoy e gli altri sceneggiatori avevano di questo
nuovo e rivoluzionario episodio. Non tanto un tentativo di sovvertire
la normale austerità delle storie Trek, quanto piuttosto il desiderio
di testimoniare alle masse dei propri ammiratori che lo spirito e la filosofia
della serie non possono fare a meno della capacità di non prendersi troppo
sul serio e, quando serve, di riderci sopra.
Inevitabilmente confrontati con la tradizione di eroiche fanfare e di
inni svettanti, tipici sia di Star Trek, sia del coevo cinema di avventura
fantascientifica, le melodie di THE VOYAGE HOME hanno finito per non piacere
molto ai fan della saga, messe in ombra dai più appariscenti e marziali
lavori di Goldsmith e Horner.
Alla fine però, grazie anche alle numerose riesecuzioni inserite nelle
antologie discografiche delle musiche di Star Trek, i temi di THE VOYAGE
HOME, soprattutto la vaporosa e cullante "ballata delle Balene", sono
diventati familiari e si sono guadagnati un po' alla volta la stima e
l'apprezzamento dei trekkies, guadagnando un posto di tutto rispetto
nella galleria musicale della serie.
Meglio tardi che mai, comunque. Anche a posteriori il contributo di Leonard
Rosenman non deve essere trascurato e ognuno di noi deve riflettere sulla
grande fortuna che ha avuto la saga di Star Trek di incrociare il proprio
cammino con la sfortunata parabola discendente di un artista così raffinato
e così ingiustamente trascurato.
Se non lo avete ancora nella vostra collezione di svariate "trekkerie",
quando vi imbatterete nell'immancabile copia scontata del disco di STAR
TREK IV, giacente in decine di negozi, non fate finta di niente. Regalatevi
questo prezioso tassello del viaggio attraverso le meraviglie della vostra
saga preferita: e non fatelo per mere ragioni collezionistiche, per aggiungerlo
a tutti gli altri CD della serie.
È un disco che merita di essere ascoltato più e più volte. Le musiche
criptiche e oniriche di Rosenman alla fine si intrufoleranno nel vostro
subconscio e solo allora vi persuaderete di aver fatto la cosa giusta…
Solo allora ognuno di noi avrà reso giustizia a un così valido ed al tempo
stesso negletto artista.
Prossimamente:
- 1988: Jerry Goldsmith ritorna nell'ultima frontiera;
- Le ultime stagioni di TNG: nuovi musicisti nell'universo dell'Enterprise
D;
- Dennis McCarthy alle prese con il secondo spin off di Star Trek:
la musica di "L'Emissario", pilot di Deep Space Nine.
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