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LA MUSICA
DI STAR TREK - PARTE V
IN LOTTA PER LA VITA
di Gianni
Bergamino
1. Il
timone in mano a un genio.
Se c’è un altro personaggio che può dirsi abbia “gestito”
la mitologia di Star Trek, dominandola con la sua presenza carismatica
fin dalle origini più remote (cioè fin dal primo pilot “The Menagerie”),
oltre allo stesso creatore Gene Roddenberry, non c’è dubbio che sia l’attore
Leonard Nimoy.
Dire attore, in riferimento alla professione di Nimoy, è senza dubbio
troppo poco: del resto farei torto agli appassionati, se mi dilungassi
a ripercorrere le tante sfaccettature della genialità di questo personaggio,
che si è collocato in una delle posizioni centrali nel mito stesso generato
dalla saga.
Credo che non ci sia nessun serio seguace di Star Trek che non abbia nutrito
perlomeno un briciolo di simpatia per l’orecchiuto vulcaniano dell’Enterprise
classica.
Anche coloro che manifestano il proprio disinteresse per la prima serie
(o che professano un’incontenibile antipatia verso le gigionerie di Shatner-Kirk),
sotto sotto, hanno un moto di ammirazione verso il personaggio più ieratico
e cerebrale della serie intera.
Chi ha conosciuto il suo interprete anche nella vita reale (e ne ha parlato)
descrive Nimoy come qualcuno di incredibilmente simile - a parte il senso
dell’umorismo, a cui l’attore non è proprio disposto a rinunciare - al
suo filosofico ed alieno personaggio. E tutto ciò sembra comprovato dalla
sua prima partecipazione in veste di regista al ciclo di film.
Si sa come STAR TREK II abbia rappresentato un momento di crisi, nei rapporti
tra Nimoy e Spock, e più in generale abbia rischiato di essere il capitolo
conclusivo dell’intera saga.
L’attore, di origine russa, interprete, tra l’altro, del personaggio di
Paris, agente segreto ad alto livello tecnologico della serie MISSION:
IMPOSSIBLE, e di non molti film, tra cui si ricorda con interesse l’incuboso
e oscuro TERRORE DALLA SPAZIO PROFONDO, arrivato al punto in cui i produttori
della saga stellare gli facevano pressioni per riprendere il ruolo del
vulcaniano (sebbene defunto) seppe giocare molto bene le carte della sua
popolarità e della centralità del personaggio di Spock per ottenere l’occasione
di esordire dietro la macchina da presa, aggiungendo un nuovo tassello
alla sua ricca galleria di professioni artistiche.
Il nuovo film (e anche il successivo) furono dunque affidati alle sue
cure registiche e Nimoy, che si interessò attivamente anche dei soggetti
delle pellicole, seppe portare nella serie una ventata innovativa e assolutamente
benefica, come vedremo.
2. Primizie, ospiti illustri e un pizzico di anarchia.
I più severi detrattori (che naturalmente non mancano mai), quando il
film uscì nel 1984 lo giudicarono mediocre, piccolo, privo di dinamismo,
un semplice anello di congiunzione logica tra due capitoli molto più emozionanti
e divertenti.
In breve: un episodio di routine, che mal si adatta al mezzo cinematografico,
sembrando più consono al formato televisivo. Ricordo alcune recensioni
che sottolineavano come la risoluzione eccessivamente drastica della puntata
precedente (con la morte di Spock) avesse costretto gli sceneggiatori
ad affastellare una trama scombiccherata ed implausibile per il nuovo
appuntamento, in modo da far tornare in vita un personaggio certamente
essenziale per il successo della serie e reclamato a gran voce dai trekkies
dell’epoca.
Eppure, a ben guardare, THE SEARCH FOR SPOCK possiede molte risorse innegabili,
che forse sarebbe ora di mettere in luce, a ben sedici anni dalla sua
prima, quando ormai nessuno nutre più le ansiose aspettative che circondano
normalmente l’uscita di ogni nuovo capitolo della saga. Innanzi tutto
STAR TREK III è stato un titolo ricco di novità e di “prime volte”.
E’ la prima volta che viene concesso ampio spazio, nell’economia di una
vicenda cinematografica, ai Klingon: di essi scopriamo nuove caratteristiche
(tra cui il saluto qaplà), e proprio a partire da questo episodio inizia
ad essere alimentata la viscerale passione dei trekkies verso questa popolazione
aliena, destinata a stimolare i soggettisti della serie ad ampliare moltissimo
lo spazio riservato loro.
Nel film viene introdotto un nuovo e delizioso modello di astronave Klingon,
l’agile e scattante Bird of Prey, che è apparso ancora nelle avventure
più recenti.
Si fa inoltre una nuova visita alle brulle pianure di Vulcano, finora
visto solo nell’episodio classico IL DUELLO e nel prologo di STAR TREK
I.
Tornano i misteriosi riti ancestrali vulcaniani e torna, con un ruolo
di primo piano, uno dei personaggi più amati dell’intera saga: Sarek,
il padre di Spock, interpretato dal compianto Mark Lenard, conosciuto
nel mitico episodio VERSO BABEL. Il successo di questo personaggio è solo
agli inizi.
Sarek avrà ruolo anche nel capitolo successivo e soprattutto in due indimenticabili
episodi di TNG: SAREK e UNIFICAZIONE I. La location di una parte del film,
la stazione orbitale terrestre di Starfleet, ha un solo precedente analogo
nell’episodio ANIMALETTI PERICOLOSI, e anticipa le ambientazioni che costituiranno
il fondamento della serie DEEP SPACE NINE: alcuni avvenimenti della vicenda
infatti si situano nelle prigioni della stazione e in un trafficato bar
frequentato da multiformi membri della Federazione, preludendo in qualche
modo alle carceri gestite da Odo e al bar di Quark.
Ancora: viene introdotto un nuovo vascello della Federazione, la USS Excelsior,
che ritornerà nel sesto capitolo cinematografico, THE UNDISCOVERED COUNTRY,
e nell’episodio FLASHBACKS di VOYAGER, al comando del capitano Sulu. Per
la prima volta l’Enterprise viene capitanata da Kirk in veste non ufficiale,
senza equipaggio e in disobbedienza agli ordini del Comando della Flotta
Stellare.
In conseguenza di ciò, per la prima volta vengono messe da parte le celebri
(e, a sentire gli attori, scomode) uniformi: i nostri eroi sono liberi
di agire con un più confortevole abbigliamento da civili, peraltro alquanto
variopinto ed eccentrico.
Assistiamo infine all’esplosione della gloriosa astronave della serie
classica, in conseguenza della famigerata sequenza di autodistruzione,
(che avevamo visto innescare per la prima volta nell’episodio televisivo
SIA QUESTA L’ULTIMA BATTAGLIA). Si interrompe dunque la monarchia illuminata
di Kirk, riprodotta dalla gerarchia militaresca in tutte le vicende precedenti
(e successive), per far posto ad un regime di sostanziale anarchia, retto
da un esemplare ed avanzato senso di rispetto reciproco, di lealtà e di
amicizia.
E’ evidente come questa nuova impostazione ben rifletta l’ideologia progressista,
vagamente hippie e libertaria di Leonard Nimoy ed anticipi il festival
di stravaganze new age che verranno concentrate nel quarto capitolo.
Da questo spunto possiamo muovere con un’analisi che - sia pur sinteticamente
- ci permetta di evidenziare i contenuti profondi della pellicola, e le
sue valenze interiori, che la rendono non solo interessante, ma le attribuiscono
caratteri di unicità nella storia di Star Trek. Nimoy e Harve Bennet (cui
si deve il soggetto del film) si interrogano infatti sul “cemento” che
per anni ha consolidato e reso possibile la collaborazione e la vita di
relazione in un ambiente claustrofobico e circoscritto come il ponte di
comando dell’Enterprise.
Alla convinzione che il perfetto sodalizio nel gruppo leader della nave
sia dovuto alla disciplina, al senso del dovere, alla dedizione militaresca
e alla volontà di portare coraggiosamente avanti l’ideale vessillo di
un’umanità impavida ed intraprendente, Nimoy, dopo evidente riflessione,
prova a sostituire una nuova certezza.
Se all’inizio Kirk & Co. potevano essere mossi da quei sia pur lodevoli
ideali, con il tempo sembra essersi fatto strada tra loro qualcosa di
assai più profondo e ammirevole: i sentimenti sinceri, intimi ed appaganti
di amicizia, di lealtà, di reciproca stima e ammirazione.
Valori puri dell’animo umano, che possono rappresentare un motore ben
più emozionante e condivisibile per vivere avventure estreme e per spingersi
anche oltre i confini del conosciuto. Kirk, che fa evadere dal manicomio
McCoy e ruba l’Enterprise, sempre spalleggiato dai suoi fidati compari,
ricorda davvero molto l’Ulisse di Dante, che arringa i suoi uomini a varcare
le colonne d’Ercole per “seguir virtute e canoscenza”.
Nel nostro caso le simboliche colonne che l’Enterprise supera (in retromarcia)
sono i portali della stazione spaziale, per poi schizzar via a velocità
curvatura e andare a disciogliere i misteri della vita e della morte.
E qui si profila la seconda tematica essenziale che pervade tutta la trama
del film: un senso di misticismo e di fede religiosa, non solo nella concezione
tradizionale di vita oltre la morte (la possibilità della sopravvivenza
dell’anima di Spock), ma in una moderna attribuzione di immortalità all’essenza
profonda di ogni essere vivente, intesa come somma di tutte le sue virtù
(il katra vulcaniano, o, se si preferisce, il ka delle filosofie orientali).
- Se esiste una sola possibilità che Spock abbia un’anima immortale, io
devo andare là -, confessa Kirk a Sarek all’inizio dell’avventura.
Noi sappiamo che Spock è vivo, a partire dal ricordo che di lui serbano
i suoi amici, decisi a non rinunciare alla sua presenza carismatica. E
poi sappiamo dello specialissimo souvenir che il vulcaniano ha lasciato
nella mente alterata del povero dottor McCoy, la sua controparte di sempre,
che ora si trova intimamente diviso, come se fosse in lotta con la sua
stessa nemesi, condannato a rivivere le miriadi di divergenze passate
avute con Spock.
Poco importano le esigenze di plausibilità scientifica: la strana evoluzione
del pianeta Genesis, che consente alle cellule del corpo di Spock di rigenerarsi,
non è che un furbo espediente narrativo per dare abbrivo a questa emozionante
avventura mistica, il cui succo è raccolto nello scambio di battute tra
Sarek e Kirk alla fine della storia. Commentando la resurrezione di Spock,
concluso il rituale del Katra, Sarek, grato, dice a Kirk: - Ma a quale
prezzo… Suo figlio… La sua astronave… -. Un Kirk stanco, vecchio, ma rinvigorito
dal ritorno in vita del suo amico, annuisce e risponde: - Se non lo avessi
fatto, ne sarebbe andata di mezzo la mia anima -. Naturalmente i pregi
del film non si esauriscono qui. Assistiamo infatti anche ad una curiosa
devoluzione del personaggio del tenente Saavik, non più ambiziosa e battagliera
allieva della Flotta, ma commossa testimone dell’aberrante crescita di
una sorta di zombie di Spock, privo della sua essenza spirituale, ma preda
di tutte le pulsuioni fisiche (pon-farr compreso).
Facciamo la conoscenza (purtroppo di breve durata) di uno straordinario
“cattivo” Klingon, l’istrionico e simpaticissimo Kruge interpretato dal
multiforme Christopher Lloyd di RITORNO AL FUTURO, l’unico Klingon a tradire
una passione per i… cagnolini. E infine assistiamo alla tragica conclusione
della meteorica esistenza del figlio di Kirk, l’infelice David Marcus,
che dopo aver confessato i suoi brucianti sensi di colpa per l’utilizzo
non consentito del pericoloso ed instabile dispositivo Genesis, muore
brutalmente sventrato da una lama Klingon (poco tempo prima che anche
nella realtà la giovane vita del suo interprete, Merrit Butrick, fosse
stroncata in un incidente stradale).
Su un piano più formale, il film è ricco di sequenze spettacolari e di
avveniristici effetti speciali della ILM. Traumatica la sequenza dell’esplosione
della gloriosa Enterprise, che rimane impressa a lungo nella mente dei
trekkies, prima di essere riproposta, in una versione ancora più grandiosa,
nel successivo GENERATIONS.
Degni di menzione gli esotici scenari (tutti rigorosamente costruiti in
studio) del pianeta Genesis: è la prima volta che un pianeta alieno -
sebbene girato in interni - appare convincente e realistico, e non arredato
con instabili pietroni di cartapesta e fondali in tinte pastello.
3. Un compositore dalla doppia anima: James Horner.
Nimoy
non sembra aver operato particolari scelte in fatto di musiche del film.
Il fatto che la produzione sia ricorsa semplicemente all’autore della
partitura precedente (ma pare che fosse stato contattato, in prima istanza,
Jerry Goldsmith), indica come il regista si ritenesse comunque soddisfatto
dell’impostazione musicale che la serie aveva fin lì seguito. Si direbbe
(pur in assenza di informazioni precise in merito) che Horner abbia avuto
abbastanza libertà d’azione, nell’orientarsi al lavoro compositivo per
la nuova avventura.
Di questo giovane musicista (all’epoca appena trentaduenne) abbiamo già
detto molto alcuni mesi fa, quando abbiamo analizzato le sue musiche per
il precedente capitolo della saga, THE WRATH OF KHAN. Per cui, facendo
per il resto rinvio alle pagine scritte allora, ritorno brevemente su
alcuni punti nodali della sua personalità artistica.
Di madre patria inglese, Horner è diventato planetariamente popolare soprattutto
grazie al successo di uno dei suoi lavori più recenti, la collaborazione
premio Oscar con James Cameron per TITANIC.
Negli ultimi anni tuttavia il suo nome si è evidenziato anche grazie ad
una serie di pellicole di riguardo, per le quali il compositore ha eretto
pregevoli costruzioni sinfoniche, spesso ammantate da influenze etniche
e folcloristiche: tra le più note, le musiche di APOLLO 13, BRAVEHEART,
DEEP IMPACT e LA MASCHERA DI ZORRO.
Ma la carriera di questo autore ha origine alla fine degli anni’ 70 e
proprio il secondo capitolo di Star Trek, il film dell’82 diretto da Nicholas
Meyer, ha rappresentato per lui un invidiabile trampolino di lancio. Abbiamo
già ampiamente sottolineato come la musica di Horner sia spesso e volentieri
oggetto di accese controversie tra gli estimatori di musica da film, e
anche tra i sempre più numerosi appassionati di cinema che si stanno interessando
con crescente competenza di colonne sonore.
Una delle peculiarità più note dello stile musicale di Horner è infatti
quella di amalgamare con assoluta disinvoltura le proprie invenzioni musicali
e le melodie con quelle più o meno note di altri musicisti, classici e
contemporanei.
Peculiarità che non potrei certo dire positiva, ma che non ha mai impedito
al Nostro di realizzare corpose ed efficaci opere sinfoniche, non solo
adeguate ed appropriate ai film cui sono destinate (come ogni colonna
sonora deve prima di tutto saper essere, visto che è scritta in adempimento
di una precisa commissione), ma capaci di offrire piacere d’ascolto anche
fuori dalle scene e di suscitare giudizi soddisfatti da parte degli estimatori.
4. Balletto russo e ascesi orientale.
La musica che Horner ha “messo insieme” (l’uso della
locuzione non è casuale, come vedremo) per il film di Leonard Nimoy rappresenta
un esempio eccellente di quei suoi prodotti ambigui, capaci di stimolare
tanti commenti positivi quanti negativi.
Nonostante i numerosi e frequenti ascolti a cui l’ho sottoposta, in tanti
anni, mi sono spesso interrogato sui veri sentimenti che nutro verso questa
partitura, senza arrivare ad una risposta precisa. Pur schierandomi con
coloro che riconoscono le indubbie qualità artistiche di Horner, ed essendo
propenso quindi a perdonargli l’indiscutibile vizio di orecchiare con
troppa facilità i lavori altrui, non posso negare che THE SEARCH FOR SPOCK
racchiude oggettivamente in sé anche molti dei difetti più diffusi ed
irritanti del modo di comporre di Horner.
Innanzi tutto il materiale tematico dell’opera è per un buon 80% ricavato
pari pari dalla sua precedente sortita nei territori dell’ultima frontiera
di Roddenberry, cioè da STAR TREK II - THE WRATH OF KHAN: ritroviamo infatti
tutti e tre i temi principali della colonna sonora del 1982 (il tema dell’Enterprise,
il tema dell’amicizia tra Kirk e Spock e il tema di Spock), che non hanno
il comprensibile scopo di fornire dei semplici agganci mnemonici e narrativi
alla musica del secondo capitolo, ma sono parte costitutiva ed integrante
della struttura tematica del nuovo episodio.
Oltre quindi a questo apparente disimpegno creativo iniziale, per cui
Horner non sembra essersi dato gran pena nell’inventare nuove componenti
melodiche, c’è da annotare come siano del tutto evidenti anche alcune
vistose e deprecabili “citazioni” di lavori altrui. In questo caso le
vittime eccellenti di Horner sembrano essere i compositori classici Prokofiev
(e in particolare il balletto del 1935, ROMEO AND JULIET) e Smetana (di
cui viene rielaborata l’introduzione a LA MOLDAVA, uno dei poemi sinfonici
inclusi nel ciclo MA VLAST, del 1874). L’influenza di Prokofiev (in versione
hornerizzata) è presente nella parte iniziale della musica che sottolinea
il furto dell’Enterprise da parte di Kirk e del manipolo di fidati sottoposti
(nel disco, l’esordio del brano “Stealing the Enterprise”), e poi di nuovo
nella lirica e splendida sequenza in cui l’Enterprise si disintegra in
una scia di fuoco che solca il cielo di Genesis, mentre Kirk e Bones si
scambiano le famose battute sulla loro costante “lotta per la vita”.
La musica di Smetana fa invece capolino in un’altra bellissima sequenza
paesaggistica, quando il sole tramonta sulle turbolente ed instabili lande
di Genesis (entrambi gli ultimi due passaggi musicali menzionati non sono
incisi sul disco, e quindi si possono ascoltare solo visionando la pellicola).
Si consideri inoltre che questa partitura è certamente quella in cui viene
più largamente riproposto il tema della serie classica scritto da Alexander
Courage.
Tutto ciò sembrerebbe sufficiente a stendere un pietoso velo su Horner,
archiviare questo nuovo capitolo musicale della saga come un mezzo fallimento
e passare oltre.
Ma si commetterebbe un errore.
Un giudizio così negativo tradirebbe infatti un’evidente superficialità:
e mi sembra che la maggior parte dei commentatori e degli appassionati
di Star Trek abbiano sempre mostrato un certo giustificato affetto per
quest’opera.
Proprio come il film di Nimoy, che tende a mostrare le sue qualità solo
a chi gli riserva una visione attenta ed accurata, anche il commento sinfonico
di Horner si manifesta solo un po’ alla volta, rivelandosi con il tempo
suggestivo, accorato e degno di massima attenzione.
Se è vero infatti che i temi del secondo film vengono direttamente riproposti,
l’ascoltatore attento non potrà non accorgersi di come i tempi, gli accompagnamenti
e l’atmosfera timbrica generale siano in realtà nuovi ed inediti, tali
da trasfigurare lo spirito stesso del materiale tematico, illuminandolo
con una luce totalmente diversa.
I temi che nel film di Meyer ci apparivano aggressivi, energici e spesso
in violento conflitto drammatico tra loro, nella nuova pellicola assumono
un’aura mistica e remota, sono rallentati, ispessiti nei registri bassi,
eseguiti con una direzione d’orchestra solenne, controllata e pensierosa.
Il nuovo film, come abbiamo visto, si occupa di vita e di morte, di resurrezione,
di lealtà ed amicizia, di ritualità.
La musica di Horner inizia il suo percorso ideologico dalla straziante
malinconia della tragedia personale di Kirk, che torna verso la Terra
orfano del suo più vicino collaboratore ed amico. Senso di sconfitta e
mestizia sono quasi tangibili; da essi si passa, attraverso una parte
centrale vivace, ma di sicuro non rabbiosa come le musiche che commentavano
le sanguinose battaglie contro la Reliant di Khan, ad un epilogo prima
religioso e raccolto, quindi solare ed ottimistico.
In spregio a chi ritiene la musica da film inadatta ad essere ascoltata
fuori dalle immagini cinematografiche, il fluido e piacevole disco prodotto
prima in vinile dalla Capitol records (1984) e poi ristampato in CD sia
dalla londinese Silva Screen e che dall’americana GNP Crescendo (entrambe
le edizioni sono del 1990, ma la seconda è preferibile, potendo scegliere,
perché è arricchita da una ricreativa versione disco del tema principale)
ci offre, nel suo insieme, un ascolto equilibrato e gradevole, pari a
quello suscitato da un vero poema sinfonico della tradizione classica.
Horner inizia a mostrare quella che negli anni successivi diverrà una
peculiarità delle sue incisioni discografiche: lunghi, anzi lunghissimi
brani (talvolta capaci di superare i dieci minuti), talora generati con
il missaggio di frammenti di scene diverse, per dare respiro e spessore
al disegno musicale, arricchendolo di una maggior fluidità d’ascolto.
I primi tre brani del CD sono infatti delle vere e proprie suite sinfoniche
e coprono la prima parte dell’avventura di Kirk & Co. alla ricerca di
Spock.
Prologue
and Main Title (6.27) - Nel prologo rivediamo alcune scene tratte
dal film di Meyer: la morte di Spock, il discorso funebre di Kirk, il
lancio della bara spaziale sul nuovo pianeta.
La musica parte da un sospeso accordo iniziale, mantenuto da archi e fiati,
mentre l’arpa emette crescenti volute, finché il suono confluisce in una
breve, inedita melodia che introduce il tema dell’amicizia, esposto dal
corno in sordina, lentissimo e malinconico.
Poi un vaporoso paesaggio di nubi azzurrine fa da sfondo allo scorrere
dei titoli di testa, e Horner prima li accompagna con i celeberrimi rintocchi
di Courage (non più in chiave marinaresca, come nel film precedente, ma
in una versione ancestrale ed onirica), poi sviluppa ancora, in modo largo
e arioso, il tema dell’amicizia, che era già fondamentale nel film precedente,
ma che diventa qui la vera e propria colonna portante della musica. Riappare
infine, nella stessa atmosfera trasognata e ultraterrena, il tema di Spock.
Questa breve e sinuosa melodia, con il suo carico di arcane suggestioni,
emerge ovunque nella partitura, spesso in una forma sintetica di sole
quattro note, da cui, verso la fine, germoglia persino un autonomo “tema
di Vulcano”, un motivo di sole tre note che sottolinea, come diremo, i
riti religiosi del pianeta natio di Spock.
Il film vero e proprio inizia con la lettura del diario di bordo, in cui
Kirk lascia trapelare tutta la sua amarezza e il suo senso di perdita.
Horner lo contrappunta con un bel motivo altalenante, che non riapparirà
più nel resto della musica. E nelle ultimissime note del brano sentiamo
una versione misteriosa del tema di Spock: dall’alloggio del defunto primo
ufficiale arriva l’incomprensibile segnalazione di una forma di vita.
Il dottor McCoy vi è penetrato, in preda ad una prima crisi di identità
personale.
Klingons (5.55) - In questo lungo brano appare
l’unica pagina davvero innovativa dell’opera, anche se, ad onor del vero,
constateremo come anch’essa non sia il risultato di un nuovo sforzo creativo
del compositore. Memore della famosissima versione musicale dei Klingon
offerta nel primo film da Jerry Goldsmith, Horner decide di ricorrere
anche lui ad un sottofondo di sonorità tribali e primitive, in questo
recuperando anche alcune delle soluzioni timbriche usate in THE WRATH
OF KHAN (come le percussioni “col legno” o i clangori metallici).
La melodia destinata ai Klingon (quasi speculare rispetto a quella ben
nota ideata da Goldsmith) è un rapido florilegio, basato sulla nervosa
iterazione di un intervallo di prima discendente, che Horner aveva già
usato per preannunciare la presenza invisibile dei mostruosi lupi di WOLFEN
(1982) e che, nello stesso anno di Star Trek III, il compositore adotterà
ancora una volta in associazione con gli ALIENS di James Cameron.
Più che un tema, è un suono, una perfetta onomatopea per suggerire in
musica un primitivo e selvaggio grido di battaglia. Sullo schermo facciamo
conoscenza con Kruge e con il suo snello vascello pirata: il comandante
klingon è alla ricerca del dispositivo Genesis, convinto che si tratti
di un’apocalittica arma di sterminio, proditoriamente allestita dalla
Federazione. Quando intanto l’Enterprise giunge alla stazione orbitale
per le necessarie riparazioni (dopo il conflitto con Khan), la musica
cambia registro, e torna, con serena baldanza, al tipo di atmosfera che
aveva illustrato la partenza, nel film numero due.
Stealing
the Enterprise (8.35) - Preannunciando le gags da commedia che renderanno
frivolo, ma straordinariamente ricreativo, il capitolo successivo, THE
VOYAGE HOME, Nimoy orchestra una divertente sequenza d’azione in cui Kirk,
spalleggiato da Scott, Sulu, Uhura e Chekov, prima favorisce l’evasione
di McCoy (involontario ricettacolo dell’anima di Spock), poi si impossessa
dell’Enterprise e la ruba letteralmente, sotto gli occhi esterrefatti
degli ufficiali della Flotta che non possono nemmeno gettarsi all’inseguimento
degli ammutinati con la nuova ammiraglia, la Excelsior, a causa dell’astuto
sabotaggio predisposto da Scotty.
La scena è indubbiamente uno dei momenti più vivaci e dinamici del film,
e Horner ha di sicuro offerto il suo capace contributo, concertando quello
che sembra quasi il commento musicale destinato ad un balletto d’altri
tempi (di qui, forse, il richiamo alle musiche coreografiche di Prokofiev
nell’esordio del brano).
Oltre ad un reticolo costante e frenetico di percussioni militaresche,
le due anime tematiche del pezzo sono la nota melodia di Courage e il
tema dell’Enterprise. Il duttile motivetto composto vent’anni prima da
Courage ottiene in questa pagina la sua variazione sinfonica più ampia
e sontuosa.
E poi, al culmine della tensione emotiva, quando l’Enterprise varca finalmente
il portello della stazione spaziale (rischiando quasi di sbattervi dentro),
il tema dell’astronave viene eseguito con dirompente energia, marcato
e poderoso: la sua esecuzione in assoluto più esaltante. Mentre la nave
di Kirk sfreccia via verso il suo ultimo viaggio, l’Excelsior si prepara
a raggiungerla. Rullìo frenetico dei tamburi, crescendo e… nulla.
Con somma ironia, un rumore da lavatrice inceppata preannuncia il blocco
dei motori della nuovissima nave. Scotty, sull’Enterprise ormai irraggiungibile,
“da chirurgo a chirurgo”, consegna a McCoy i pochi dispositivi sottratti
ai macchinari dell’Excelsior: qualcosa di comicamente simile alle valvole
dei televisori vecchia maniera.
Una parentesi distensiva, in cui Nimoy paga un tributo a tutti i siparietti
garruli ed improbabili che hanno reso godibile la serie classica (nota
personale: ogni tentativo di imitarli, nelle ben più severe e drammatiche
serie successive, è suonato quasi sempre forzato). Horner peraltro non
si è lasciato troppo fuorviare dal tono faceto imposto dal regista: il
compositore ha commentato la scena con geometrico dinamismo e con toni
di urgenza e di suspense estremamente azzeccati.
L’apparente contrasto tra vicenda e musica ha infatti permesso alla prima
di risultare divertente e tesa allo stesso tempo, senza rischiare di scadere
nella farsa.
Un esempio luminoso di quando l’apporto della musica si rivela utilissimo,
soprattutto sul piano psicologico, e di come l’intelligenza richiesta
al compositore vada ben oltre al contributo di un semplice produttore
di suoni in sincronia con le scene.
The Mind-Meld (2.30) - Ancora una scena chiave
del film: Sarek indaga nella mente di Kirk, sfruttando le sue doti telepatiche,
alla ricerca dell’anima di suo figlio.
La musica anticipa l’impostazione sospesa e quasi religiosa che connoterà
le pagine conclusive dell’opera. Il brano, bello e poetico, si basa coerentemente
sul tema di Spock. In sottofondo, nella prima parte, percepiamo le percussioni
sommesse che ritroveremo nei brani relativi a Vulcano.
Nella seconda metà, il tema di Spock diventa invece la base per un malinconico
adagio degli archi, eseguito con severa passionalità. Sarek, quasi senza
tradire lo sconforto e il dolore paterno, ha scoperto che il “katra” di
Spock non è preservato nella mente amica di Kirk: forse è perduto per
sempre…
Bird of Prey Decloaks (3.40) - Il brano descrive
il disastroso scontro tra il piccolo “predatore” Klingon e la leggendaria
Enterprise (poco prima che quest’ultima sia fatta esplodere dal suo stesso
capitano). Torna il tema dei Klingon, in una versione miagolante e prolungata.
La battaglia tra le astronavi sembra mirabilmente rivivere nella musica,
in cui il tema klingon e quello dell’Enterprise si alternano in un rapido
botta e risposta.
Returning to Vulcan (4.53) - In questa sequenza
di brani, riferiti alla parte conclusiva della vicenda, la musica di Horner
si allontana dalle pagine battagliere o dai registri più intensamente
romantici della prima parte.
Il musicista si addentra in un universo raccolto e mistico, pronto ad
accompagnare una nuova fase del viaggio, attraverso le tradizioni vulcaniane
e la loro capacità di estremizzare le facoltà della mente.
Spock è stato recuperato, il pianeta Genesis si consuma nel rogo di in
una maestosa sfera fiammeggiante, gli eroi della vicenda sono costretti
a fuggire a bordo del vascello klingon e a far rotta verso Vulcano, dove
la magia del popolo di Spock tenterà di ridare vita all’eroico personaggio.
Evocando immagini trasognate, in perfetto stile new age, Horner assembla
un quadro di commovente lirismo che ci conferma quello che si diceva all’inizio,
come sia stata scelta un’impostazione mistica e trascendentale per connotare
la partitura.
L’arrivo su Vulcano è puntualizzato dalle gravi percussioni già udite
in “The Mind-Meld”.
Si profila intanto il tema di tre note (direttamente derivato da quello
di Spock) che caratterizza il pianeta Vulcano.
The Katra Ritual (4.40) - Proseguono anche
qui gli scampoli di sonorità folcloristiche, le percussioni e i rintocchi
in stile tempio tibetano, non nuove alle musiche trekkies (Horner infatti,
com’è sua consuetudine, ha pensato bene di andare sul sicuro e ancora
una volta ha recuperato le insolite percussioni assemblate dal suo mentore
Goldsmith per la breve sequenza vulcaniana del primo film).
La struttura formale del brano richiama invece alla memoria la scena dell’alba
del noto poema sinfonico ALPENSINFONIE di Richard Strauss, con il lento
crescendo sonoro, destinato a sfociare in una luminosa e rasserenata conclusione.
E’ curioso notare come la figura melodica ripetuta ossessivamente nel
corso del crescendo si richiami vagamente al fraseggio centrale del tema
di STAR WARS di John Williams.
End Titles (6.14) - Spock è tornato, è vivo
e, sebbene vagamente smemorato, è pronto a ricongiungersi con i suoi compagni
di avventure.
Per festeggiare la ricostituita unione degli eroi della saga, nella fiammeggiante
alba di Vulcano, Horner riesegue integralmente la sigla della serie classica
(in allestimento sinfonico) e la lascia confluire nella suite dei titoli
di coda (ripresa pari pari dalla conclusione del precedente film).
Si chiude così una partitura non imprescindibile, ma meritevole di attenzione:
non vi troveremo certo le sfaccettature e le sottigliezze delle musiche
dei due film precedenti, ma ne ricaveremo sempre un ascolto ispirato e
rasserenante, grazie al buon dosaggio di spiritualità e trascendenza che
Horner ha saputo diffondere al di sopra di una struttura tematica ben
nota a tutti.
Questo è stato (a tutt’oggi) l’ultimo contributo di
Horner alla saga di Star Trek: ritroveremo peraltro il suo ispirato impianto
musicale in numerose opere successive del musicista (si pensi a certe
pagine di WILLOW e di THE ROCKETEER), mentre il suo esempio sarà motivo
di ispirazione per altri giovani musicisti che negli anni successivi dovranno
confrontarsi con gli ulteriori sviluppi cinematografici e televisivi della
saga.
Nel prossimo numero di STIM: a pesca di balene megattere
nella baia di San Francisco, con l’avventura più scanzonata della serie:
STAR TREK IV - THE VOYAGE HOME.
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