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FUTURO
E PASSATO IN COSTRUZIONE
di Domenico
Ciccone
Un aspetto delle serie trek al
quale sceneggiatori e responsabili di produzione hanno sempre dedicato
molta attenzione è quello delle proiezioni future dell’architettura: immaginare
non solo le città e i luoghi di altri pianeti, ma anche l’integrazione
degli edifici storici della Terra con la realtà del XXIV secolo. Sfogliando
per puro caso un libro di architettura mi è parso di notare singolari
somiglianze tra i lavori di progettisti famosi del trascorso XX secolo
(che impressione anche solo scriverlo!) e le grandi “realizzazioni” cardassiane,
bajoriane e terrestri che, anche solo per pochi secondi, abbiamo visto
sullo schermo. Le ipotesi da fare a questo proposito sarebbero molte,
dalla possibilità che i pittori e gli scenografi di Star Trek si siano
effettivamente ispirati ai lavori di questi architetti, ai cosiddetti
“corsi e ricorsi” delle correnti architettoniche degli ultimi cento anni,
alla disperata e anche maniacale volontà di chi scrive di cercare un aspetto
in trek in ogni angolo del proprio vissuto quotidiano (e propenderei decisamente
per quest’ultima ipotesi ).
In tutti i modi spero di dare degli spunti di riflessione, partendo dal
mio pensiero personale, e che su questi spunti si possa innestare una
riflessione più articolata, con i pro e i contro del caso.
Il
primo elemento importante da cui partire è quello delle cosiddette matte:
le matte sono dei fondali dipinti con colori ad olio con vedute di ambienti
su cui poi i maghi degli effetti speciali aggiungono degli elementi in
movimento (acqua, veicoli, persone).
Principale fornitrice di queste matte per le serie trek è la ditta Illusion
Arts, specializzata non solo in vedute cittadine, ma anche in ambienti
diversissimi tra di loro, come vigneti, crateri, voragini e i cavernosi
interni delle astronavi borg, tutti realizzati con la massima meticolosità
e il rispetto delle prospettive richiesto dal supervisore agli effetti
speciali.
Del resto Syd Dutton, uno dei pittori di punta della Illusion, parlando
delle tecniche usate, ammette che “...si passa al vaglio qualsiasi fotografia
o quadro che riteniamo possa essere d’aiuto per darci un’idea, anche se
bisogna soprattutto lasciar correre l’immaginazione.
Ci concentriamo sull’arte che quel tipo di cultura potrebbe produrre;
se si riproduce una cultura ‘fascista’ come quella dei Romulani, cerchiamo
di creare forme opprimenti e usiamo luci basse che si addicono alla personalità
della razza.
Se sono una razza più amichevole, usiamo colori caldi e cerchiamo di creare
un ambiente che dà il benvenuto”.
Guardando
la matta realizzata da Dutton per la capitale di Bajor, ad esempio, e
in particolare la cascata a strapiombo sulla sinistra, il mio pensiero
è andato immediatamente alla famosa “casa sulla cascata” realizzata in
Pennsylvania, nel 1936, da Frank Lloyd Wright.
Sicuramente c’è la stessa idea dell’acqua che attraversa lo spazio abitato
non come elemento aggiunto, bensì come elemento primario intorno al quale
si sviluppa lo spazio abitato, in modo che sia la costruzione dell’uomo
ad adattarsi all’acqua e non viceversa (ed è il caso dei corsi fluviali
che attraversano le nostre città).
Molto
interessanti anche le matte realizzate da Eric Chauvin per la Cambridge
del futuro vista in “Ieri Oggi Domani” (TNG), delle quali solo la seconda
è stata utilizzata. Le soluzioni scelte mi ricordano moltissimo il progetto
di Tony Garnier (redatto a partire dal 1904 ma pubblicato nel 1917) del
Palazzo dell’Assemblea per una “Citè Industrielle”, in particolare la
somiglianza tra il palazzo e l’annessa torre e il corrispondente nella
matta.
Garnier fu un architetto all’avanguardia per l’uso di cemento, vetro e
acciaio nelle costruzioni pubbliche, secondo progetti che oggi si ritrovano
fedelmente in molti tipi di edifici.
Altro progetto, sempre di Garnier e stavolta realizzato, con interessanti
analogie in chiave trek, è quello per il macello di La Mouche, presso
Lione; l’ambiente enorme, con coperture a travi metalliche molto in voga
a quei tempi (pensiamo solo alla torre Eiffel) e ampie vetrate a sbalzi
sembra ideale anche per ospitare un hangar navette o una stiva di carico
di una nave federale.
Tornando
a Frank Lloyd Wright e alle sue creazioni, la più fantascientifica e vicina
alle matte disegnate per Star Trek è sicuramente il palazzo sede della
Johnson Wax a Racine, Wisconsin, edificato tra il 1936 e il 1939.
La veduta esterna troverebbe sicuramente un posto di rilievo
negli sfondi delle capitali di Romulus o Cardassia, ma è l’interno che
rivela le cose più particolari.
Wright, infatti, progettò delle alte e esili colonne a fungo, assottigliate
alla base, e tra le foglie alla sommità è “intessuta” una membrana di
tubi di vetro pyrex per creare un effetto di luce orizzontale a soffitto.
Come si può notare il motivo a fungo è ben presente anche nelle matte
di Cambridge e soprattutto in molte vedute del pianeta Ocampa, il pianeta
natale di Kes (VOY); l’intera panoramica degli uffici della Johnson così
strutturati, comunque, ha un sapore di sperimentazione architettonica
che difficilmente può passare inosservato a chi ama la sci-fi.
Come
difficilmente può passare inosservato il grattacielo della Hong Kong and
Shangai Banking Corporation, costruito ad Hong Kong tra il 1979 e il 1984,
che a mio parere è l’edificio quanto più vicino all’architettura cardassiana
possiamo attualmente trovare nella realtà.
Un’ultima
curiosità riguarda un progetto datato 1968 dell’architetto Simon Fuller:
una gigantesca cupola geodetica sopra la parte centrale di Manhattan,
da fiume a fiume, teoricamente progettata come difesa contro lo smog,
ma sicuramente capace di sdoppiarsi in rifugio contro il fallout di un
eventuale missile nucleare.
A parte il fatto che il progetto sa molto di “spaziale” in se e per se,
trova anche una utilizzazione trek nell’episodio TNG “Una società perfetta”,
dove si può vedere la matta di una città a cupola molto somigliante a
quella di Fuller.
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