IO, L’ALIENO
di Fabiano "Langley" Piccione e Matteo "Norton" Bistoletti

L‘universo è in realtà essenzialmente un involucro vuoto, infinitamente vuoto. Galassie, stelle e pianeti non riescono minimamente a riempire questo immenso spazio, limitandosi ad occupare una ridotta percentuale di massa rispetto al tutto. In molti film di fantascienza la grandiosità di questo vuoto viene idealmente espressa tramite storie, musiche ed immagini, come fece in modo magnifico Kubrick nel suo 2001 Odissea nello spazio. Eppure, in ogni storia di fantascienza che si rispetti, ogni volta che l‘uomo volge lo sguardo verso questo suo enorme universo sente un bisogno innegabile: non essere solo in questa immensità.

Ecco quindi comparire il concetto di ‘alieno’. Non importa se esso sia cattivo o buono, divino o microscopico; l’importante è che plachi questo senso di solitudine che ci viene quando guardiamo il cielo stellato.

L‘universo di Star Trek è rappresentato in modo opposto rispetto al già citato film di Kubrick: qui l‘universo non è mai immenso e vuoto, umani e alieni si adoperano sempre affinché il nostro schermo (televisivo o cinematografico che sia) sia sempre pieno.

Star Trek si apre già dalle sue origini con una Flotta Stellare che vaga per la Galassia, con alieni già collaudati quali alleati (Vulcaniani) e quali nemici (Klingon e Romulani con relativi imperi). Più andiamo avanti, serie dopo serie, più ci rendiamo conto che l‘universo di Star Trek non soffre certo di solitudine. L‘uomo di Star Trek ha trovato da tempo una risposta al quesito cui molta fantascienza dedica le sue storie.

In Star Trek noi non siamo soli e l‘universo, nella sua grandezza, ci appare più piccolo; ovunque ti trovi c’è sempre qualcuno. Esempio specifico è proprio la USS Voyager che, sbalzata a 70.000 anni-luce da casa in una quadrante mai esplorato prima d‘ora, non impiega più di cinque minuti per trovare una base aliena, un’ entità molto potente, un alieno Talassiano che diventerà un compagno di viaggio, una razza pacifica come gli Ocampa e una nuova razza nemica quale i Kazon. Se si confronta tutto ciò con le due ore di film che impiega Kubrick per mostrarci che noi non siamo soli o anche le due ore e le mille peripezie che Jodie Foster deve superare per avere la certezza, peraltro non empirica, di aver visto una nuova forma di vita in Contact, il paragone ci sembra chiaro.

L‘universo di Star Trek è un palcoscenico che pullula di attori ed oggetti di scena, linfa vitale di una saga che senza di essi non esisterebbe. Lo dicono le frasi stesse che aprono ogni episodio:

„Spazio. Ultima frontiera. Questi sono i viaggi della nave stellare Enterprise. La sua missione: esplorare strani, nuovi mondi, cercare nuove forme di vita e nuove civiltà, per arrivare coraggiosamente là dove nessun uomo è mai giunto prima.“ (TOS)

L‘aver omesso la parola ‘uomo’ all‘interno di TNG doveva dare un idea più estrema dell‘esplorazione della nuova nave. In realtà, se ci pensiamo, la versione classica è più idonea; infatti lo spazio che l‘Enterprise o la Voyager si preparano ad esplorare all'inizio di ogni nuova puntata è sì nuovo, ma anche già pieno di attività. Insomma, le nostre amate navi spaziali esplorano sì regioni di spazio sconosciute, ma sconosciute soltanto all‘uomo; perché l‘universo non è mai vuoto e non si riempie mai grazie esclusivamente all‘arrivo degli umani.

E’ paradossale che l‘unica volta che l‘Enterprise entra in un vero e proprio vuoto spaziale (in TNG Dove regna il silenzio) ci trovi proprio un alieno dentro. E che dire del vuoto notturno di Night in Voyager; quello che sembra essere un‘affascinante regione di spazio completamente deserta e che invece contiene una discarica aliena con un‘intera razza che si è adattata a vivere al buio, facendone il proprio habitat naturale?

Come vedete non esistono luoghi “dove nessuno è mai giunto prima” nel vero senso della parola.

L‘innumerevole quantità di vita che pullula in Star Trek deve porre anche delle regole. Salvo rare eccezioni, gli alieni di Star Trek hanno un aspetto molto familiare. D‘altro canto mostrare ad ogni episodio una razza aliena non è facile. A volte l‘"alienità" viene espressa tramite un naso o una fronte leggermente diversa da quella umana o, come spesso avveniva nella classica, tramite vestiti e acconciature talmente stravaganti da non poter essere che alieni.

Tutto ciò per nascondere il vero concetto chiave di Star Trek: l’alieno non è importante per il suo aspetto, bensì per il suo intelletto, il suo modo di essere, agire e comportarsi. L‘incontro-scontro, o meglio il confronto, con il diverso è sempre stato uno dei capisaldi con cui Star Trek ha voluto confrontarsi.

Noi non identifichiamo gli alieni per il loro aspetto, ma per il loro agire. A chi importa se i Borg sono grigi o marroni? L‘importante è che sono un collettivo. E le orecchie a punta di Spock? Carine, ma i Vulcaniani sono interessanti per la loro filosofia improntata sulla logica totale, non per la loro anatomia che fa colpo piuttosto sui profani della serie. Addirittura nessuno sa quale sia il vero aspetto di un Q, ma non credo ci siano problemi nel riconoscerlo nei suoi vari travestimenti.

Ciò che sta alla base della cosiddetta filosofia Trek è proprio il rispetto, anzi il fascino nel confrontarsi con il diverso. Da qui nasce la Prima Direttiva. E’ sbagliato pensare che la Prima Direttiva sia solo un cavillo legale per complicare un po’ l’universo di Star Trek; in realtà essa non è che la base fondamentale su cui Star Trek si fonda. Non importa se essa viene violata o meno; il concetto della sua esistenza è l’importante.

Insomma, in Star Trek l’uomo non è più il centro gravitazionale dell’universo e non impone il suo concetto di vita e moralità alle altre razze. Ovviamente il punto di vista dell’uomo equivale al nostro quali spettatori umani; comunque Star Trek si pone con enorme rispetto anche davanti alla razza più "assurda".

Un esempio a dir poco eccellente di quanto sto dicendo lo possiamo avere in TNG Una vita a metà. La razza aliena di questo episodio non esita a uccidere Timicin, la loro unica ancora di salvezza all’imminente catastrofe planetaria, perché il loro credo glielo impone. Nonostante lo sconcerto e la repulsione degli uomini dell’Enterprise, essi sanno di  non poter fare nulla. Questo rende secondo me Star Trek una serie unica; il discorso non si dilunga sulla questione ‘eutanasia’, sia essa giusta o sbagliata, ma ma insiste sul fatto che ogni diversità, ogni cultura, ogni “alienità” va rispettata, per quanto a volte assurda ai nostri occhi, perché noi non siamo un metro di paragone per le altre culture.

Se ci pensate questo concetto è meraviglioso; quante volte l’uomo si è macchiato e si macchia tutt’oggi di crimini dovuti all’arroganza? E quante volte noi ci comportiamo con gli atri imponendo la nostra scala di valori e non rispettando quella degli altri?

Se avessero agito da arroganti, Kirk e Spock non avrebbero mai raggiunto l‘amicizia che sta alla base del loro rapporto. E che dire di Janeway e Seven of Nine? Anche se alla base della loro amicizia c‘è un’arroganza di fondo da parte di Janeway nel voler riportare Seven all‘umanità perduta (più che giustificata, dato che essa è stata vittima di un‘arroganza ben maggiore da parte dei Borg); Seven sottolinea in alcune occasioni, nei confronti di Janeway, che il loro rapporto non deve varcare determinati limiti, come ad esempio in Prey: anche in un rapporto genitore-figlio, a cui spesso si rifà il rapporto tra Seven e Janeway, ci deve essere da parte del genitore il rispetto per l’individualità del figlio che, arrivato ad un certo punto nella sua educazione, non  è detto che debba per forza condividere le scelte del genitore e seguirne tutti i passi.

Tante volte in Star Trek ci viene insegnato quanto la mancanza di rispetto per le altre culture o la violazione della Prima Direttiva abbia portato a drammi ben maggiori (Prima direttiva di TNG è un esempio bellissimo). A volte la soluzione più ovvia non è la più giusta, come quella di Paris in Thirty days, in cui Tom, accecato dal suo entusiasmo e indignato dalla cecità della razza abitante quel pianeta acquatico, viola la Prima Direttiva e viene severamente punito (forse fin troppo, ma non ci dilunghiamo oggi su questo) dal suo capitano.

Comunque alla fine di ogni puntata la nostra nave riparte. Ha appena fatto un incontro alieno, un incontro con un diverso modo di esistere ed agire. Forse ha imparato, forse ha ignorato; ma sicuramente ha rispettato.

Ognuno di noi è una razza intera, ognuno di noi è circondato da mille alieni. Se un giorno l‘uomo imparerà il concetto di alieno, di IDIC (Infinite Diversità in Infinite Combinazioni) e di Prima Direttiva, anche se non necessariamente con questi termini astrusi inventati per la nostra saga di fantascienza, avrà già fatto un passo avanti verso quel futuro che noi tutti da tempo sogniamo.

 


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