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| MEDICINA:
IERI, OGGI E DOMANI -Parte Seconda- di Federico Colnago
A dispetto di quanto si potrebbe pensare a prima vista, considerato lo scarso apporto economico che il nostro paese produce a favore della ricerca, l’Italia sta giocando un ruolo estremamente attivo ed importante nelle prime fasi applicative di alcune di queste nuove tecniche. L’Ospedale S.Gerardo di Monza ha infatti partecipato attivamente alle operazioni di trapianto di mano fino ad ora eseguite in Francia (presso l’ospedale Edouard-Herriot di Lione) tramite una intera equipe di chirurgia sotto la guida del Dottor Lanzetta. Il primo paziente a sottoporsi a tale tecnica fu nel 1998 un uomo d’affari australiano, Clint Hallam, vittima di un incidente che aveva costretto i medici all’amputazione appena sopra il polso di una delle sue mani; il secondo intervento si è concluso invece dopo 13 ore di camera operatoria il 13 gennaio di quest'anno, a beneficio di Denis Chatelier che ha riavuto entrambe le sue mani. Il successo di questa tecnica operatoria è il risultato dell'applicazione di due diverse metodologie già proprie della chirurgia avanzata da qualche anno nell'ambito delle metodologie di trapianto degli organi e delle operazioni di reinnesto degli arti amputati; tali tecniche hanno visto anche successi italiani famosi, come quello ottenuto nel caso dell’ex-pilota Alessandro Nannini, a cui fu reinnestato un braccio perso a seguito di un incidente aereo. Secondo una procedura non dissimile da quella normalmente impiegata nella ricerca dei donatori per i “comuni" (…speriamo sempre di più… nda) trapianti, viene trovato un donatore compatibile con il paziente da operare; in base a diversi test di compatibilità viene scelto il cadavere del donatore a cui asportare ad esempio le due mani, che verranno in seguito “innestate” sul corpo del paziente amputato. L’operazione vera e propria quindi inizia molto al di fuori della sala operatoria, in quanto sono necessari numerosi esami clinici precedenti per poter determinare l’effettiva fattibilità di questo genere di intervento: come per le tecniche di recupero visivo, anche i reimpianti di mano rimangono ancora tecniche in fase decisamente sperimentale e quindi molto lontani dal poter essere considerati interventi di routine. L’operazione comunque non è di per sé meno complessa, in quando si tratta - in poche e molto riduttive parole - di ricostruire una serie di ponti tra il braccio del paziente ed una estremità da lui persa magari molto tempo prima (3 anni nel caso di D.Chatelier); i chirurghi devono essere quindi in grado di ricostruire tutta una serie di collegamenti a molti livelli. È infatti necessario ripristinare del tutto parti importanti del corpo umano, come arterie e vene, nervi, muscoli e tendini, la cui perfetta e totale ricostruzione è essenziale se si vuole fornire al paziente una valida speranza di poter in futuro recuperare una larga gamma di possibilità di movimento e operatività dell’arto. Le prospettive - e le speranze - aperte da questo genere di interventi sono davvero notevoli, soprattutto per coloro che sono vittime di questi terribili incidenti. In Italia, grazie ad un decreto del Ministero della Sanità del 25 Febbraio 2000, sarà possibile entro il 2002 effettuare in via sperimentale fino a cinque interventi all’ospedale S.Gerardo di Monza, ponendo così anche il nostro paese in primissimo piano all’interno della ricerca per il perfezionamento di queste tecniche operatorie. Tra l'altro, sempre tra Francia e Italia, stiamo per assistere allo sviluppo di un’altra serie di nuove metodiche chirurgiche, sempre in ambito riabilitativo, che avranno sicuramente un enorme impatto sul nostro modo di considerare la medicina e soprattutto i suoi limiti. I nostri vicini francesi, infatti, hanno già eseguito un intervento che ha dell’incredibile: è stato possibile permettere ad un paziente paralizzato dalla vita in giù di riconquistare - per ora almeno in parte - la possibilità di camminare. Al
paziente è stato impiantato un vero e proprio mini-computer all’altezza
del bacino, che è stato in seguito collegato, tramite veri e propri cavetti,
ai principali nervi delle gambe che controllano la coordinazione motoria
durante la camminata. Tramite un meccanismo di stimolazione elettrica
controllata, il cui concetto di base è piuttosto simile a quello della
tecnica usata per ridare la vista a Jerry, è possibile simulare i normali
impulsi cerebrali che in ognuno di noi danno vita alle risposte muscolari
che ci permettono di camminare. Come per il caso di Jerry, infatti, quello
che è straordinario è l’approccio che si è avuto nei confronti del problema:
non si è tentato di ripristinare chirurgicamente il collegamento naturale,
rappresentato dalla colonna vertebrale e dal midollo spinale e interrotto
a causa di un trauma, ma si è deciso di studiare un metodo per aggirare
il problema, “ingannando” in un certo senso il sistema di stimolazione
muscolare con impulsi artificialmente prodotti. In Italia, come nel caso precedente dei trapianti di mano, ci stiamo muovendo in modo deciso, presentando i due prossimi candidati per questo tipo di intervento. La medicina fortunatamente non si ferma qui nella sua corsa sempre volta al miglioramento e al raggiungimento di nuovi e più straordinari obiettivi, raggiungendo di giorno in giorno livelli sempre più sofisticati di intervento in campi sempre diversi, dalle tecniche operatorie a quelle genetiche. È
indubbio che sempre più le nuove metodologie mettono le nostre coscienze
a confronto con fattori etici e morali che debbono essere affrontati e
discussi; questo però soltanto per non incorrere nell'illegalità,
mai per impedire il progresso scientifico e soprattutto l’utilizzo che
di esso si fa oggi e si potrà fare in un futuro - speriamo - molto prossimo
… Se volete commentare questo articolo scrivete a Warp Mail |
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