LE PECORE SOGNANO DI TREKKIES ELETTRICI

a cura di Carlo Schiavo



All’inizio della parte dedicata a Star Trek del corso di letteratura anglo-americana tenuto da Franco La Polla nel 1996 all’Università di Bologna, il nostro beneamato e celeberrimo professore esordì mettendo subito le cose in chiaro. La premessa che fece è così riassumibile: "ci sono fan(atici) e appassionati: i primi tendono a porsi in maniera acritica davanti a ciò che vedono, accettando tutto, o quasi, senza riserve; gli appassionati, invece, rimangono sempre ‘presenti a se stessi’, ad una determinata distanza, e sono quindi in grado di valutare più razionalmente". Il suo corso fu chiaramente quello di un appassionato.

Lo stesso La Polla, nell’introduzione al libro della Lindau, Star Trek – Il cielo è il limite, riportava la lettera di una fan a mo’ d’esempio di un certo tipo di atteggiamento nei confronti della serie. Questa volta egli ne prendeva, pur sobriamente, le parti, poiché il suo scopo era una critica non tanto verso chi non legge, bensì verso chi, per La Polla caso ben peggiore, travisa leggendo ciò che non è scritto: tutta la metodologia critica che si pone "a favore di vento" – accademico - specie nel segno della terribile political correctness.

Le due attestate dichiarazioni non sono certo (assolutamente) in contrasto: il professore si limitava, nell’un caso e poi nell’altro, ad una sorta di "rassegna" esemplificativa delle due posizioni diametralmente opposte (e pertanto inconciliabili) dello spettatore. L’altrimenti assoluta sanabilità di una contraddizione che è solo apparente risiede infatti proprio nelle caratteristiche intrinseche della serie, in quanto Star Trek riesce nel non facile compito di consistere in (e di offrirsi a) più livelli di fruizione e di lettura. Può cioè essere tranquillamente vista sia da una persona che vuole semplicemente svagarsi con un’ora di avventure spaziali, sia da un uomo che al detto divertimento (comunque sempre primario) voglia aggiungere –per deviazione professionale, per congenite qualità caratteriali, ecc.- delle più o meno approfondite riflessioni. Entrambe le "posizioni" (come quelle su viste del professore) sono insomma consentite, quando non vengano portate al rispettivo limite. E’ deprimente, allora, notare come la via più praticata sia invece esattamente l’estremizzazione parossistica della suddetta prima modalità, sfociante in quella che è la vera e propria fondazione di un mito di massa, cui tutto o quasi è permesso grazie al suo potere di ottundimento delle menti (nel contesto di un fenomeno psico-sociale che occorrerebbe di un più adeguato spazio per essere esposto nella sua interezza).

Ma procediamo con ordine, e riportiamo intanto lo stralcio della suddetta lettera che qui maggiormente ci interessa:

 

[…] noi amanti di Star Trek siamo puntigliosi. Ci scriviamo per dirci se sia o non sia possibile che Scotty si trovasse a bordo dell’Enterprise-B dopo l’avventura nel XXVIII secolo; calcoliamo gli anni, i secoli, i giorni; segniamo tutto, raccogliamo tutto. E questo per un semplice motivo: perché desideriamo che Star Trek sia vero; anzi, cerchiamo noi stessi di renderlo vero, con tutti i ritagli che accumuliamo, tutti gli articoli che raccogliamo, tutti i libri che ammassiamo […]

 

La speranza che la realtà dipinta in Star Trek diventi vera: ecco la chiave di volta di quella che sarà la mia trattazione. Credo che la mittente della lettera (che, non me ne voglia, prendo a paradigma del fan) faccia un po’ di confusione. Precisamente, che scambi una realtà "oggettuale" per una realtà morale e spirituale. Il primo tipo di realtà è quella che riguarda, per così dire, l’involucro esterno, l’apparenza: i viaggi spaziali, gli incontri fra razze, ecc. (nel caso citato la vicenda di Scotty). La realtà spirituale è invece tutto ciò che sta a monte: un certo modo di pensare, di comportarsi, di vivere: in una parola, l’Umanesimo di Star Trek, e cioè il suo segno distintivo per eccellenza, la sua struttura architettonica portante. Ora, il problema è che quando la realtà che ho definito "oggettuale" diventa "troppo" presente, obnubila, nasconde l’altra. La quale, di conseguenza, assai di rado "si limita" a passare in secondo piano; il più delle volte tende a sparire. A riprova di questo assunto, partirò ora con una ricognizione del mondo dei trekkies, utilizzando le "testimonianze" fornite involontariamente dalle riviste, dalle richieste dei lettori alle stesse (non ultima alla nostra), a tanti discorsi sentiti in varie occasioni (compresa una convention), e così via.

Cominciamo proprio con le riviste. In Italia, quella dell’Ultimo Avamposto (mi riferisco al primo numero) è centrata quasi esclusivamente su interviste, curiosità e novità (e sul merchandising). Un solo articolo riguarda un approfondimento critico, peraltro NON su Star Trek (sic!). Le poche righe con un approccio del genere, quelle che fanno seguito ai riassunti delle puntate, sono del tutto insufficienti e per lo più celebrative, concentrandosi su retroscena, intenzioni e making of. In questo senso, quando la rivista era edita da Fanucci, i tentativi (sulle puntate della serie originale) erano almeno più seri; ma per il resto le due edizioni non si scostano troppo l’una dall’altra. E non differisce molto neanche Inside Star Trek, la rivista "organo" dello STIC. Pure qui (mi riferisco al numero di novembre 1999), più che altro interviste, dietro le quinte, news, curiosità. Solo l’articolo sugli androidi offre qualche interessante spunto, oltre che "genuinamente" tecnologico, anche filosofico-umanistico; e degna di segnalazione è pure la "Tavola rotonda" con i dibattiti tra soci, dove per lo meno viene fuori che qualcuno è in grado di pensare. Sempre poco, comunque: cinque pagine su cinquanta. Negli USA, a quanto mi risulta, le cose non cambiano molto (e difatti gli articoli "italiani" sono quasi tutti delle traduzioni). Pur se ci sono alcuni pezzi di critica "seria" (a volte anzi, come detto, "troppo seria"), la sproporzione fra questi e gli altri è pressoché abissale.

La nostra webzine mi permette poi di sottolineare un’altra caratteristica censurabile dei trekkies, desumibile dalle risposte al questionario: un’alta percentuale di persone ha richiesto una maggiore attenzione alle tecnologie futuristiche presenti in Star Trek. Il problema è che dette invenzioni, o novazioni, nei propositi della serie non valgono affatto in sé e per sé. Al contrario, esse sono strettamente funzionali alle trame e ai contenuti, per cui poco importa se entrano in contraddizione fra loro o colla "realtà". Non credo occorra portare esempi, dato che sono innumerevoli e, in linea teorica, sotto l’attenzione di tutti. Insomma, non serve a nulla concentrarsi, indignati, sulla disparità di forze tra l’Enterprise e il cubo Borg e sulla vittoria, ciononostante, della prima: proprio perché a ben altro questa vittoria rimanda, così come in primo piano dovrebbe essere la realtà sociale dei Borg. Una realtà che, nella sua compattezza e nella sua logica meccanica, diventa lenta, farraginosa e impreparata una volta che compare un "imprevisto" non calcolato. Proseguendo, un’altra considerazione strettamente collegata alla precedente, caso limite e per il sottoscritto tanto ridicolo quanto idiota, è l’esistenza di impegnatissimi intellettuali che centellinano al videoregistratore ogni puntata per beccare il macroscopico errore concettuale, o la svista filologica (tipo i gradi che non corrispondono alla nomina dell’ufficiale, o un mancino che usa il phaser colla destra, ecc.). Tutto questo sempre a scapito delle profonde riflessioni di cui invece molte puntate sono portatrici (non tutte, per carità).

Ma andiamo avanti nel nostro viaggio esplorativo, restando nell’ambito delle pubblicazioni. In quanti, secondo voi, conoscevano i libri di La Polla (sempre lui) dedicati a Star Trek? In quanti, peggio mi sento, sapevano della loro esistenza e si rifiutavano di leggerli perché troppo "impegnati" ed "impegnativi"? In quanti, tra quelli che sanno l’inglese, hanno mai affrontato uno dei saggi in quella lingua? A quanti, per lo meno, è venuta la curiosità di sapere se essi esistono o meno? (E non mi si venga a dire che sono di difficile reperimento: e le uniformi dagli USA, allora, come si fa a procurarsele?)

Anche se potrei continuare per pagine e pagine con altri esempi, credo che oramai il senso del discorso sia stato più che sufficientemente eviscerato e reso manifesto. Ma vorrei comunque soffermarmi brevemente e velocemente sulla convention Star Trek in Italy svoltasi a Milano nel . Tale occasione, come suppongo avvenga pure per le altre convention, è risultata un "banco di prova" esemplare per testare la predisposizione dei trekkies nei confronti dell’oggetto del loro culto. Oltre alla presenza della più svariata (e superflua) oggettistica, un branco numeroso di fan in feticistico orgasmo ha trovato più che ammissibile sborsare del denaro per sentire Armin Shimerman parlare delle stesse cose che essi avrebbero poi avuto modo di leggere nelle riviste, nonché pagare perfino per appropriarsi di una foto dell’attore con relativo autografo. Inutile chiosare che se un tale feticismo può essere ad un certo livello comprensibile, la sua espansione incondizionata non fa che causarne l’oramai familiare preminenza su tutto il resto.

E’ dunque giunto il momento di tirare le somme. Quanto ho recensito del comportamento del fan denota uno scarso interesse effettivo a quella che ho chiamato "realtà spirituale" di Star Trek. Come pretendere, allora, che la realtà di Star Trek diventi vera? Come tentare di riprodurne, di raggiungerne, le fondamenta morali e spirituali, quando si considera di maggior interesse il numero di guardiamarina sedotte da Kirk? E se era nelle intenzioni del regista farne inciampare una in modo che finisse tra le sue braccia oppure se si è trattato di un incidente di scena? Non vi è dunque da stupirsi dei sorrisetti sarcastici, dei risolini di biasimo, degli sbuffi divertiti che ci vengono rivolti quando diciamo ad un nostro nuovo conoscente che guardiamo Star Trek: se ci critica usando le stesse mie osservazioni può avere solo ragione.

Risulta a questo punto facile notare come un avvicinamento al mondo di Star Trek sia del tutto impedito e bloccato proprio da ciò che la fan da cui ho preso le mosse riteneva indispensabile alla realizzazione di quel mondo stesso. Tutte le energie sono difatti impiegate nell’indagine della sua estensione superficiale e di ciò che le è intorno, sia come forma (la fiction televisiva), sia come contenuto (gli eventi di quell’universo nella loro concretezza appunto superficiale, con scarsi tentativi d’approfondimento). Perseverando con questo atteggiamento si rimarrà lontani eoni da quell’utopia. E non è a caso che ho utilizzato tale termine: se è infatti vero che una realtà come quella roddenberriana appare lontanissima dalla nostra, non è certo col modo di fare dei trekkies che potrebbe "avvicinarsi". Poiché magari non saremo distanti dai voli interstellari, o da avveniristiche tecnologie, ma lo siamo anni luce dal modo di essere di quegli uomini. Cosicché, come forse avrebbe pensato il grande Philip Dick, qualcuno potrebbe "costruire" il mondo Trek fuori da noi e dalle nostre coscienze, e poi lì collocarci e farci vivere come tante marionette. Ciò sarebbe determinato anche "grazie" all’esistenza di un qualche potere livellante e subdolamente coercitore, che riuscirebbe ad appiattirci così tanto da spacciarci un’unica forma (di progresso) come la sola possibile e praticabile (che è poi esattamente quello che sta accadendo). Ma Dick avrebbe immaginato (immaginava) questo tipo di realtà al pari di un incubo. Come dargli torto? E proprio a quest’incubo il "vero" trekker dovrebbe opporsi con tutte le sue forze.



Se volete commentare questo articolo scrivete a Warp Mail