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OMBRE
di
Riccardo "Summer" Palazzani
Chi
durante l’esistenza si è distinto in uno dei molteplici campi dell’ingegno
umano ed è assurto agli onori dell’altare della fama e della gloria, viene
spesso sottoposto dopo la morte ad un processo di mitizzazione; ne viene
esaltata la figura, se ne sottolineano le doti e i meriti e si tende a
dimenticarne gli eventuali lati oscuri. Se accade l’inverso, la tendenza
è comunque quella di esasperarne solo alcune caratteristiche trascurandone
altre, secondo una sorta di “convenienza storica”. Lo stesso è avvenuto
per il creatore di Star Trek, “Il Grande Uccello della Galassia”, come
era stato soprannominato: Gene Roddenberry (la traduzione italiana di
tale soprannome è davvero equivoca, ma nemmeno troppo; più avanti vi spiegherò
il perché!). Già prima della sua scomparsa, avvenuta nel 1991 a causa
di una grave malattia, Gene era divenuto simbolo di creatività e genialità,
non solo come padre della Saga, ma come uno dei “grandi” della fantascienza
mondiale e uno dei produttori di maggior successo della TV americana.
Dopo la sua morte Gene è salito ancora più in alto, e non per il semplice
fatto che le sue ceneri sono state sparse nello spazio siderale. Ogni
buon fan di Star Trek, ma anche il più scalcinato, non può che levare
in suo nome un osanna, ringraziandolo semplicemente per essere esistito.
Anche nel caso di Roddenberry, però, le lodi post mortem hanno finito
per offuscare in gran parte la realtà dei fatti. Ho deciso quindi di fare
una piccola ricerca, con l’intenzione di mettere a nudo il “mito Roddenberry”.
Mi hanno soccorso le testimonianze di coloro che hanno avuto la possibilità
di vivere al suo fianco, e quanto ho scoperto – sono anch’io un fan del
leggendario Gene - mi ha lasciato davvero un po’ scioccato. Principalmente
il mito di Gene è stato intaccato su due fronti: quello professionale,
più legato
alle dinamiche della serie, e quello strettamente personale. Da sempre
convinto che la Serie Classica fosse uscita solo ed esclusivamente dalla
mente di Gene, ho dovuto ricredermi, addentrandomi dietro le quinte dei
set della Desilu. La casa di produzione, nel tentativo di rilanciarsi
in quel di Hollywood, accettò di produrre Star Trek. A Gene va il merito
di avere gettato le basi, di avere lottato con molti dirigenti affinché
la sua idea avesse una possibilità di realizzazione, ma Star Trek in origine
non era niente di più che uno dei suoi tentativi di vendere una serie
televisiva. Durante la sua carriera Gene si occupò infatti anche di altre
serie (The Lieutenant, tanto per dirne una) e di molti pilot (episodio
di prova da mostrare ai dirigenti dei network televisivi) falliti miseramente.
In questo consisteva il suo mestiere. Quando Star Trek venne approvato
dalla NBC dopo la visione del secondo pilot (Oltre la galassia – Where
No Man Has Gone Before –), Gene dovette costituire un gruppo di collaboratori
che si occupassero non solo della parte tecnica, ma anche del supporto
per le sceneggiature. I nomi di Bob Justman e soprattutto di Gene Coon
raramente vengono menzionati: eppure dobbiamo a loro molto dello Star
Trek che conosciamo. In particolare fu determinante il contributo di Coon,
scrittore per la televisione assai noto ad Hollywood. Perfettamente in
grado di destreggiarsi sia col melodramma che con la commedia e dotato
di una velocità “di esecutiva” strabiliante - tanto da essere soprannominato
“la macchina da scrivere più veloce del West” -, diede a Star Trek quello
che le era
mancato nei primi episodi: umanità. Egli seppe introdurre elementi nuovi;
conferì spessore e realismo ai personaggi, trasformandoli da perfetti
ufficiali di una perfetta organizzazione militare in esseri viventi, con
le loro debolezze, paure e incongruenze. A lui dobbiamo tutte le scene
umoristiche degli episodi della Serie Classica; a lui, soprattutto, dobbiamo
l’invenzione dello speciale rapporto che lega Spock a McCoy: un rapporto
in cui logica pura e umanità spicciola si scontrano e senza il quale sono
certo che Star Trek non avrebbe mai ottenuto lo stesso successo. L’altro
Gene, Roddenberry, inizialmente osteggiò questa scelta, in quanto riteneva
fuorviante e dissacrante l’umorismo sull’Enterprise. Quanto si sbagliava!
Per fortuna Coon sapeva imporsi e Roddenberry aveva estremo bisogno della
sua collaborazione. Episodi quali Il mostro dell’oscurità, Spazio profondo,
Al di là del paradiso, Missione di pace sono stati realizzati dopo notti
intere passate sulla macchina da scrivere, con la scadenza il giorno successivo.
Al termine della seconda stagione Coon abbandonò la collaborazione, ufficialmente
per motivi di salute. Troppo stress accumulato in mesi di incessante lavoro
per la serie. In realtà era arrivato ai ferri corti con Roddenberry, il
quale mal digeriva la rivalità che era inevitabilmente nata fra i due.
Roddenberry era sì il padre della serie, ma ne era anche il padrone e
come tale pretendeva di regnare incontrastato. Coon morì pochi anni dopo
la fine della serie e proprio per questo non poté mai testimoniare sull’effettiva
portata del suo apporto. E Roddenberry non fece altro che lasciarsi attribuire
meriti non suoi. Un’altra verità emersa durante la mia breve ricerca riguarda
la causa principale della morte della serie, che ho sempre creduto fosse
da imputare esclusivamente ai bassi ascolti: per questo motivo la NBC,
alla fine della seconda stagione, modificò il proprio palinsesto, spostando
Star Trek da una fascia molto favorevole (il lunedì verso le 19) a una
da suicidio: il venerdì alle 22. Il target cui si rivolgeva Star Trek
era formato principalmente da giovani: come pensare che sarebbero rimasti
in casa il venerdì sera? Quando venne informato dello spostamento di fascia
a favore di una serie emergente (Laugh-In) Roddenberry, anziché lottare
per ottenere un orario di trasmissione migliore, abbandonò la serie. Rimase
come produttore esecutivo, ma in realtà non ebbe più a che fare con la
produzione vera e propria. A sostituirlo, Gene scelse Fred Freiberger,
il quale venne lasciato solo a se stesso. In più, la NBC tagliò drasticamente
il budget per episodio, certa che Star Trek non avrebbe avuto nessuna
possibilità di salvarsi. Perché Gene rinunciò tanto rapidamente al tentativo
di spostare Star Trek in una fascia oraria migliore? Ufficialmente si
giustificò imputando la sua resa alla stanchezza fisica e psichica: dopo
4 anni passati a lottare per la serie, sentiva il bisogno di una pausa
rigenerativa. In realtà Roddenberry non si fece affatto un anno di vacanza,
come si potrebbe pensare, ma continuò a lavorare per promuovere altre
serie. Roddenberry intuì dunque che Star Trek non era più un buon affare
e lasciò che morisse, scegliendo di dedicarsi a progetti che gli garantissero
nuove possibilità di successo e di guadagno. Dal punto di vista commerciale
cercò comunque di sfruttarla fino all’ultimo: nell’episodio Bellezza è
verità? vi è una scena in cui Spock indossa un medaglione che
dovrebbe rappresentare il simbolo dell’IDIC, la sintesi della filosofia
vulcaniana. Questo medaglione non era citato nella sceneggiatura originale;
fu Gene ad insistere che Nimoy lo indossasse e a pretendere anche che
venissero girate scene appositamente dedicate ad esso. Per quale motivo?
Perché una società con cui Gene era in collaborazione, la Lincoln Enterprises
(di proprietà del suo avvocato!), avrebbe a breve messo in commercio tale
medaglione assieme ad altri prodotti ispirati alla serie. Roddenberry
pretese ed ottenne la revisione della sceneggiatura. Da notare un’altra
cosa: questa fu una delle rare occasioni in cui Roddenberry fece visita
agli studi durante la terza stagione. Freiberger, negli anni successivi,
venne accusato di essere stato la causa del decadimento e della sospensione
di Star Trek, ma in realtà egli si trovò a dover gestire una situazione
già compromessa, con un budget sempre più ristretto; fu costretto a rivedere
molte sceneggiature già pronte, tagliando là dove era possibile e rinunciando
a molti effetti speciali. Semmai dobbiamo ringraziarlo, perché è merito
suo se la terza stagione ha dato vita, comunque, a molti episodi di buon
livello. Resta una domanda: che sarebbe accaduto se Roddenberry non avesse
mollato e fosse rimasto ad occuparsi di Star Trek in prima persona anche
durante l’ultima stagione ? Mah… Indipendentemente da tutto, Gene non
si è dimostrato un buon capitano: anziché affondare con la nave, si è
messo in salvo per primo, abbandonando l’equipaggio al suo destino. Un’ultima
nota riguarda la vita personale di Roddenberry, sulla quale non mi permetto
di esprimere giudizi morali (ognuno è libero di gestirsela come preferisce),
ma cui comunque voglio accennare per dovere di cronaca. Quando ancora
Star Trek era nella sua mente, Gene aveva una moglie e due figli, che
lo sostennero nei primi durissimi anni in cui cercò di imporsi presso
gli Studi come scrittore di sceneggiature. Divorziò dalla moglie dopo
avere conosciuto Majel Barrett sul set di The
Lieutenant. Per un lungo periodo la Barrett fu la sua amante. Gene era
un uomo affascinante, di successo, ben conscio di avere un notevole ascendente
sulle donne. Anche durante la relazione con la Barrett, non rinunciò a
corteggiarne parecchie altre, soprattutto collaboratrici di lavoro e procaci
segretarie. In puro stile Hollywood. È stato sorprendente scoprire che
fra le sue prede ritroviamo anche Nichelle Nichols, la quale ebbe una
breve relazione con Gene ben prima della loro collaborazione in Star Trek;
ancor più sorprendente leggere una dichiarazione dell’attrice in cui definisce
l’appetito sessuale di Roddenberry come insaziabile. Eccovi spiegato anche
il mio riferimento scherzoso al soprannome affibbiato al creatore di Star
Trek! In conclusione Gene Roddenberry non è stato né un santo né un poeta,
ma un uomo determinato e calcolatore, spinto dal desiderio di successo
e di profitto, capace di lavorare sodo e di sfruttare la sua influenza
a scopo personale, nonché dotato di un occhio di estremo riguardo per
l’altro sesso. Per Roddenberry Star Trek fu solo uno dei gradini che lo
portarono alla fama. Ma sicuramente fu il gradino decisivo.
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