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VIVERE E MORIRE NELL’ULTIMA FRONTIERA STAR
TREK II -
L’IRA DI KHAN (1982) Il primo grande successo di James Horner, il musicista di TITANIC.
È
noto a tutti gli appassionati di STAR TREK che gli incassi del primo episodio
cinematografico della serie non entusiasmarono i produttori della Paramount,
che si erano svenati nella convinzione di riuscire a tener dietro al successo
planetario di GUERRE STELLARI, desiderosi di intrupparsi nel grande e
ricco filone dei blockbusters
fantascientifici del periodo, ma concludendo con un bilancio finale assai
più scarno di quanto avessero pronosticato. La
certezza che STAR TREK tuttavia avesse ancora un ricco potenziale narrativo
da sviluppare (con indubbi benefici economici per chi ci investiva la
propria iniziativa e il proprio denaro) si era radicata non solo nella
mente del suo creatore Gene Roddenberry, ma anche in quelle di alcuni
produttori associati alla Paramount, tra cui Harve Bennett, il quale si
mise al timone di una nuova evoluzione della saga. All’inizio
degli anni ’80 il canovaccio elaborato come base per la trama della seconda
puntata di STAR TREK puntava a creare quella che potremmo definire una
“serie cinematografica”. Stimolati una volta ancora dalla serialità dei
progetti di George Lucas (non solo per GUERRE STELLARI, divenuta propriamente
una saga ad episodi, ma anche per il primo capitolo della serie di INDIANA
JONES, al secolo I PREDATORI DELL’ARCA PERDUTA, film che si richiamava
esplicitamente alla tradizione del cinema degli anni ’30 con il cosiddetto
finale a “cliffhanger”, ovvero con una connaturata predisposizione alla continuità
narrativa), Bennett e Jack B. Sowards progettarono una serie di (si dice)
ben dieci nuovi episodi di STAR TREK, da girare con brevi intervalli temporali
tra l’uno e l’altro e con la massima parsimonia di mezzi. Non
mi dilungherò qui nel ripercorrere quella che è la complessa e ben conosciuta
storia di tutte le traversie e i cambiamenti di umori che accompagnarono
e seguirono le tappe ulteriori della saga. Mi
preme ora mettere l’accento solo sugli aspetti che mi sembrano fondamentali
per l’analisi dell’aspetto musicale dei nuovi episodi filmici. Ne abbiamo
già incontrati due: serialità ed economicità. Sotto
il primo profilo, è curioso notare come si intendesse semplicemente espandere
su scala più ampia (con uso, in altre parole, di un’orchestra sinfonica
più numerosa) quei criteri che avevano già dominato le scelte televisive
della serie classica: raggiungere uno stile uniforme, con la conseguente
possibilità di creare una nuova “musica d’archivio” (ovvero schemi melodici
intercambiabili e riutilizzabili). La cosa era resa possibile dal fatto
che i nuovi film, almeno nelle intenzioni iniziali, sarebbero evoluti
l’uno nell’altro, continuando le situazioni lasciate in sospeso ed elaborando
i personaggi episodio dopo episodio. Per raggiungere questo scopo naturalmente
occorreva rivolgersi ad un solo compositore. Sotto
il profilo dell’economicità, occorreva però trovare un musicista ben meno
costoso del gettonatissimo Jerry Goldsmith, uno dei lussuosi fiori all’occhiello
della prima pellicola. Se da un lato era chiaro che si sarebbe dovuto
fare a meno di Goldsmith, dall’altro si voleva tentare di mantenere il
ponderoso e suggestivo impianto sinfonico utilizzato per THE MOTION PICTURE:
un po’ come recita il noto proverbio, avere la botte piena e la moglie
ubriaca.
Le tematiche sottese alla vicenda di THE WRATH OF KHAN hanno stimolato Meyer ad imprimere anche a questo suo nuovo film un’impostazione colta e ispirata ai grandi romanzi. Il suo modello è diventato, questa volta, niente meno che uno dei massimi capolavori della letteratura americana: il MOBY DICK di Herman Melville*. Meyer avrebbe voluto tornare a lavorare con il compositore ungherese Miklòs Ròzsa (l’indimenticabile autore di grandiose colonne sonore dell’epoca d’oro di Hollywood, come BEN HUR e IL RE DEI RE), che aveva scritto una musica romantica, sontuosa e deliziosamente demodée per il già citato L’UOMO VENUTO DALL’IMPOSSIBILE. Ma anche il cachet di Ròzsa superava i limiti produttivi posti dalla Paramount.
2. James Horner
Nato
il 14 agosto del 1953, James Horner è un musicista completo, reduce da
studi effettuati in Inghilterra e all’UCLA, dove ha ricoperto anche la
cattedra di insegnante di teoria musicale. Perfetto dominatore delle strutture
compositive richieste dalla musica sinfonica nei suoi aspetti più tradizionali,
egli si è rivelato anche attento studioso degli influssi che questa ha
ricevuto dalle musiche etniche e folcloristiche, dal jazz
e dal rock, nonché delle contaminazioni con la musica minimalistica ed
elettronica (nelle loro nascenti aspirazioni new age). Dopo aver prodotto musica per pellicole studentesche universitarie,
mini serie televisive (come l’inedito A PIANO FOR MRS. CIMINO del 1979, con Bette Davis) e un poema sinfonico
che ha avuto un’unica rappresentazione pubblica con la Indianapolis Symphony
Orchestra, Spectral Shimmers,
ad appena ventotto anni di età Horner si è già costruito un’apprezzabile
fama, che lo ha condotto a firmare una serie di partiture horror nell’ambito del cinema fantastico di serie B della New World
Pictures di Roger Corman (I MAGNIFICI SETTE DELLO SPAZIO -Battle
Beyond the Stars,
1980-,
MONSTER: ESSERI IGNOTI DAI PROFONDI ABISSI -Humanoids
from the Deep, 1980-
e l’inedito THE LADY IN RED)
e alcune pellicole di un certo rilievo, come BENEDIZIONE MORTALE (Deadly
Blessing, 1981) di Wes Craven, WOLFEN LA BELVA IMMORTALE (Wolfen,
1981), una pregevole rivisitazione urbana del mito del lupo mannaro, e
LA MANO (The Hand, 1981) di
Oliver Stone. Impianto
sinfonico e velocità di composizione: requisiti che non potevano non piacere
ai produttori di STAR TREK, se si uniscono all’economicità ed alla particolare
docilità di questo enfant prodige,
che si sottometteva senza obiezioni alla frequente, ma normalmente sgradita
richiesta dei produttori di ricalcare lo stile compositivo di altri autori
più noti.
Trovandomi
a metà strada tra queste opposte correnti, che ora distruggono, ora beatificano
la figura di Horner, dirò solo che l’autore premio Oscar di TITANIC è
in effetti un grande e geniale creativo, capace di invenzioni musicali
indimenticabili e di un coinvolgimento emotivo raro e prezioso: tutto
ciò ci rende più magnanimi nel perdonargli quello che non esito a definire
comunque un difetto, ovvero l’estrema disinvoltura con cui si appropria
di intere pagine musicali altrui o con cui ripete pari pari porzioni di
suoi lavori precedenti.
Horner
è rimasto molto legato (volente o nolente) al cinema di genere fantastico.
L’elenco dei suoi lavori che rientrano in questo settore è enorme. Mi
limiterò a citare alcuni titoli chiave, che rendono bene l’idea dell’importanza
assunta da questo musicista ben prima di essere consacrato a fama mondiale
con TITANIC (id., 1997). Le
sue realizzazioni spaziano dal fantasy
di KRULL (id., 1983), WILLOW (id., 1988), JUMANJI (id., 1996), alla fantascienza
pura di BRAINSTORM GENERAZIONE ELETTRONICA (Brainstorm,
1983), ALIENS SCONTRO FINALE
(Aliens, 1986), COCOON L’ENERGIA
DELL’UNIVERSO (Cocoon, 1985),
fino ai recenti DEEP IMPACT (id., 1998) e BICENTENNIAL MAN (id., 1999),
passando attraverso cartoon
come FIEVEL SBARCA IN AMERICA (An
American Tail, 1986), ALLA RICERCA DELLA VALLE INCANTATA (Land
Before Time, 1988), BALTO (id., 1995) e a molti titoli per l’infanzia,
come TESORO MI SI SONO RISTRETTI I RAGAZZI (Honey,
I Shrunk the Kids, 1989), CASPER (id., 1995), LE AVVENTURE DI ROCKETEER
(The Rocketeer, 1991) e IL GRANDE
JOE (Mighty Joe Young, 1998).
Significativi
anche i suoi contributi al cinema d’azione, come 48 ORE (48 Hrs., 1982), GORKY PARK (id., 1983), COMMANDO (id., 1985), GIOCHI
DI POTERE (Patriot Games, 1992),
I SIGNORI DELLA TRUFFA (Sneakers,
1992), RANSOM (id., 1996), al cinema epico di grande respiro, come GLORY
(id., 1989), VENTO DI PASSIONI (Legends
of the Fall, 1994), BRAVEHEART CUORE IMPAVIDO (Braveheart,
1995), APOLLO 13 (id., 1995), e al cinema sentimentale ed intimistico,
come L’UOMO DEI SOGNI (Field of
Dreams, 1989), L’UOMO SENZA VOLTO (Man
Without a Face, 1993), CASA DI CARTE (House
of Cards, 1993) e CONFLITTO DI CLASSE (Class
Action, 1991). THE WRATH OF KHAN rappresenta la prima grande opera di Horner, un’occasione d’oro per mettere in mostra le proprie doti creative, che il nostro ha saputo sfruttare con grande abilità e prontezza.
3. Nell’oceano infinito dello spazio ***.
L’episodio
creato da Meyer e Bennett nel 1982 è all’attualità una delle puntate più
dinamiche, violente e sanguigne dell’intera saga. Per la prima volta gli
appassionati vengono messi di fronte alla fallibilità e alla vulnerabilità
dei loro beniamini. Tutti avevamo ormai accettato l’idea che il passaggio
al cinema di STAR TREK comportasse un addensamento delle nubi, un ispessirsi
delle problematiche psicologiche dei personaggi, la perdita dell’innocenza
e della serenità televisive. THE MOTION PICTURE aveva mostrato un Kirk
capriccioso e a momenti dispotico, uno Spock ossessionato, un McCoy indisciplinato
e intransigente (più del solito), un equipaggio pronto a far scoppiare
conflitti e irrigidimenti di stampo prettamente militaresco. Ma
in THE WRATH OF KHAN tutto ciò viene sviluppato e condotto ad estreme
conseguenze: per la prima volta l’Enterprise subisce qualcosa che va ben
oltre ai collaudati sballottamenti sulla plancia. Vediamo le paratie fondersi
sotto i fendenti dei phaser della Reliant, i ponti invasi dalle fiamme,
le luci abbassarsi e diventare rosso cupo, fuoriuscite di plasma venefico
e radioattivo. È la prima volta nella serie che si percepisce l’Enterprise
come una vera astronave alla deriva nello spazio, con uno suo sparuto
equipaggio umano, costituito in prevalenza da coraggiosi, ma inesperti
cadetti, freschi d’Accademia. Oltre
a ciò, veniamo costretti a confrontarci per la prima volta con feriti
e morti: non più episodi marginali nell’economia della storia, che colpiscono
gli sfortunati, ma “ornamentali” uomini della sicurezza in divisa rossa.
Iniziamo subito ad assaporare la mortalità dei nostri eroi, fin dalla
famigerata simulazione della Kobayashi Maru nelle sequenze d’apertura,
cui seguono l’eccidio perpetrato da Khan sulla stazione Regula 1, l’orrenda
penetrazione auricolare ai danni di Chekov e Terrell da parte degli “animaletti”
personali del folle pirata, la morte per ustioni del giovanissimo nipote
di Scotty, il disgregarsi suicida di Terrell e infine… la degradante e
commovente morte del mitico Spock, colpo di scena trapelato già in fase
di lavorazione del film e paventato dai fans,
nonostante all’epoca non ci fosse ancora l’overdose
informativa di Internet e l’influsso dei maniaci dello “spoiler”. Meyer
ha scelto di ricondurre l’avventura spaziale troppo asettica di STAR TREK
al realismo appreso in film come ALIEN o ATMOSFERA ZERO. Anche l’equipaggio
dell’Enterprise deve fare i conti con il passare del tempo e con l’ineluttabilità
del proprio destino, e questo era un requisito importante, se si voleva
seriamente mettere in cantiere una serie di film concatenati, secondo
le iniziali intenzioni dei produttori. La vicenda è quindi pervasa anche
da un persistente richiamo alla vecchiaia e al tramonto del mito. Questi
temi così cupi e angosciosi accrescono l’impatto emotivo del film: Meyer
li riproporrà in una visione ancora più mesta nel sesto capitolo della
saga, THE UNDISCOVERED COUNTRY. Gli
stessi colori che dominano l’art
direction sono un sinonimo inequivocabile dello spirito violento e
disilluso che permea la trama del film. Se in THE MOTION PICTURE prevalgono
il bianco livido e l’argento asettico di stampo post-kubrickiano, il colore
base di THE WRATH OF KHAN è senza dubbio il rosso: il sangue lasciato
dalla mano del ragazzo morente sul colletto di Kirk, i globi di fuoco
che divorano la sala macchine, i raggi phaser della Reliant, l’illuminazione
della plancia durante gli attacchi, le spire obnubilanti della Mutara
Nebula, le stesse nuove uniformi con le ingombranti, ma suggestive casacche.
Horner
si è trovato di fronte un’invidiabile ricchezza di contenuti, per alimentare
la propria ispirazione musicale. Contenuti che ha saputo sfruttare con
arguzia e sensibilità. Lungi
dal mettere in piedi un lavoro profondo e complesso come quello allestito
solo tre anni prima dal suo “mentore” ideale, Horner ha scelto innanzi
tutto la strada della semplicità melodica e strutturale. Le idee musicali
che sono alla base della sua partitura sono poche, facilmente memorizzabili,
sviluppate in maniera fluida e lineare. Il risultato finale ha però un’efficacia
e un impatto perfetti: una sintesi vibrante ed indimenticabile di potenza
allo stato puro. Va detto subito che della precedente opera goldsmithiana, Horner ha conservato alcuni spunti basilari:
-
usare la tecnica del “leit motiv” non per creare un’associazione tra tema
musicale e personaggio, com’è avvenuto nel GUERRE STELLARI di John Williams,
ma per stabilire piuttosto una relazione delle melodie con particolari
eventi o situazioni (in questo senso i temi collegati ad un personaggio,
come il “tema di Spock”, di cui parlerò tra poco, vengono usati in realtà
come temi per raccontare un fatto particolare che coinvolge quel personaggio:
la morte di Spock e, ancor più, il suo funerale);
-
realizzare un tema conduttore brioso ed eroico, da associare all’Enterprise
e al suo equipaggio;
-
recuperare qualche riferimento musicale alla serie televisiva classica; - inserire alcune dosate pagine dissonanti, in modo da arricchire la timbrica d’insieme.
4. I temi di “The Wrath of Khan”.
Vediamo
in estrema sintesi quali sono i pilastri musicali del lavoro (i brani
e i tempi di ascolto a cui si fa riferimento sono quelli del CD americano
GNP Crescendo GNPD 8022, edito nel 1990, e ricavato pari pari dal vinile
del 1982 edito dalla Atlantic records).
a) La partitura
si apre in modo tradizionale, con una riproposizione della fanfara
della serie classica, ad opera di Alexander Courage; dei tre temi
che compongono la musica della sigla della serie, Horner recupera quello
centrale, il più suggestivo, costituito da otto note ascendenti. Questo
tema introduce i titoli di testa del film (brano 1), in una versione rallentata
e carica di tensione, esposta dai corni in un’atmosfera da cinema d’avventure
oceaniche, rinvigorita dal riflusso di un suono elettronico stile “onde
del mare”. Horner dimostra di aderire alla visione che Nicholas Meyer
ha voluto imprimere al suo film, pensando a Melville e Conrad;
b) Il tema
dell’Enterprise: si è tentati di inquadrarlo come il main theme dell’opera, ma vedremo subito che la melodia centrale della
partitura è un’altra. Questo tema appare nei titoli di testa, subito dopo
la fanfara di Courage (brano 1, 0:47), ed è, come impostazione strutturale,
la fotocopia esatta del main theme
di THE MOTION PICTURE: un primo fraseggio rapido ed ascendente, accompagnato
da una seconda frase che ne puntualizza la tonalità. Nell’eseguire i due
temi su una tastiera, o fischiettandoli ad orecchio, può essere divertente
provare a scambiare tra di loro, mescolandole, le frasi (frase 1 di Goldsmith
con frase 2 di Horner, o viceversa) e constatare come i due temi mantengano
comunque la loro identità armonica e l’originario senso energico, squillante
e brioso. Anche questo tema viene espresso con un’orchestrazione che ne
accentua il sapore marinaresco, facendo riferimento allo stile strumentale
delle musiche di grandi film del passato come CAPTAIN BLOOD di Erich Wolfgang
Korngold, CAPTAIN HORATIO HORNBLOWER di Robert Farnon, lo stesso MOBY
DICK di Philip Sainton (corni e trombe che echeggiano in contrappunto
ad un’esposizione dilatata e “larga” della melodia principale). Il tema
scritto da Horner, pur così simile, non ha lo stesso smagliante magnetismo
di quello di Goldsmith: ciononostante si impara in un secondo e si riascolta
con piacere nelle innumerevoli revisioni a cui lo sottopone l’autore nel
corso della partitura (soprattutto nei brani “Enterprise Clears Moorings”
-
brano 6 -
e “Battle in the Mutara Nebula” -brano
7-).
Rimane senz’altro, nel vasto panorama delle musiche scritte per la saga
di STAR TREK, uno dei prodotti melodici più memorabili;
c) Il vero
main theme del film lo
ascoltiamo però poco dopo (1:52, sempre nel brano di apertura): è una
melodia flessuosa, carezzevole, che ha una parte iniziale ascendente e
poi si ripiega su se stessa, con un velo di malinconica mestizia. È un
tema che possiamo collegare, senza paura di smentita, all’amicizia
tra Kirk e Spock; la sua conclusione accorata anticipa, come un presagio
appena accennato, la tragica fine dell’avventura e la morte di Spock.
Perciò
il tema sembra assumere una posizione centrale nel contesto emotivo della
partitura. In esso si condensa una radicata e fatalistica sensazione di
vulnerabilità, che è anche la chiave di lettura più profonda di tutta
la vicenda raccontata nel film: il capitano Kirk, memore del suo glorioso
passato, lotta contro l’avanzare della vecchiaia, prende coscienza di
un’esistenza alternativa che gli è sfuggita di mano e che ora (per ironia
della sorte) gli passa davanti; una donna amata nel passato e un figlio
mai conosciuto, che gli servono per dare consistenza ai valori reali della
sua esistenza fuori dal comune: una famiglia di coraggiosi esploratori
spaziali, una casa errabonda tra le stelle, l’amicizia con uno scienziato
alieno, altrettanto solitario e incompleto. Sullo sfondo di tutta questa
presa di coscienza di Kirk, l’ombra della morte, rappresentata dalla follia
insensata della vendetta, con cui dovrà presto fare i conti.
d) Il motivo
della Federazione: come già Goldsmith nel film precedente, anche Horner
ha voluto puntualizzare il militarismo e la struttura gerarchica di Starfleet (si pensi al pragmatismo di Saavik e al suo continuo richiamarsi
al regolamento) con una cadenza ritmica ben specifica: la riconosciamo
proprio all’inizio del brano “Kirk’s Explosive Reply” (brano 4) e poi
soprattutto nel meraviglioso balletto del “Genesis Countdown” (brano 8),
dove lo staccato apre il brano e ne sottende l’intera struttura, con il
suo battere ossessivo e incatenante (si ascolti in particolare il passaggio
risolutivo al minuto 1:05).
e) La musica
di Khan: il personaggio folle e pericoloso incarnato da Ricardo Montalban
ha stimolato in Horner non una sola idea tematica, ma tutta una serie
di soluzioni musicali, in massima parte ricavate da un’evoluzione di precedenti
lavori di Jerry Goldsmith (in modo particolare la sofisticata partitura
per ALIEN, del 1979), su cui Horner è intervenuto però con una geniale
e furba manipolazione, in modo da farci ampiamente perdonare la sua ben
nota mancanza di originalità. Troviamo
innanzi tutto un ritmo agitato e minaccioso, che apre il brano 2, “Surprise
Attack” e che Horner aveva già utilizzato durante le aggressioni dei lupi
in WOLFEN, assorbendo ed ampliando uno schema di Goldsmith, scritto per
il brano “The Shaft” di ALIEN. Poi
si segnala l’uso del cosiddetto echoplexing,
ovvero il riverbero di un suono mediante un complesso strumento che lo
registra e lo riproduce molte volte, in tempo reale, simulando il ripercuotersi
dell’eco (idea sfruttata da Goldsmith per PATTON nel 1970 e soprattutto
nel più volte ricordato ALIEN); lo sentiamo ad esempio nella conclusione
del brano “Khan’s Pets” (brano 5). E
ancora: il ricorso al blaster beam,
lo strumento inventato da Craig Huxley che abbiamo imparato a conoscere
bene nello studio delle musiche di THE MOTION PICTURE (qui lo sentiamo
soprattutto nel corso della battaglia finale, ad esempio nel brano 7,
al minuto 4:42).
f) Il tema
di Spock, una compassata melodia discendente, che appare per la prima
volta nel brano omonimo (brano 3), mentre Kirk e Spock conversano nell’alloggio
del primo ufficiale e questi esprime al capitano il senso profondo dell’amicizia
e della lealtà che li lega. Come già in THE MOTION PICTURE, si è sentito
il bisogno di dotare il personaggio interpretato da Leonard Nimoy di un
suo preciso motivo musicale. Mentre la musica scritta da Goldsmith tre
anni prima era arcana e misteriosa, quella di Horner, sia pur adombrando
la saggezza e l’ineffabilità del vulcaniano, esprime anche un senso di
quieta rassegnazione. Se nel brano “Spock” la musica è eterea, eseguita
dal sintetizzatore in sonorità acute, su un cullante accompagnamento dell’arpa,
nel brano 8 (1:51) il motivo riaffiora brevemente durante la fusione mentale
tra Spock e McCoy (il suo famoso testamento, suggellato dalle parole “Ricordi!”),
e poi ancora, dopo l’esplosione del dispositivo “Genesis” (6:20), per
puntualizzare l’arrivo di Kirk al cospetto del suo amico morente. Nel brano conclusivo (“Epilogue/End Title”, brano 9) il tema, abbracciandosi contintuamente con il “tema dell’amicizia”, dipinge la commovente visione della bara di Spock adagiata sul suolo del neonato pianeta Genesis, mentre un vento impetuoso ne scuote la lussureggiante vegetazione tropicale.
5. La grande avventura continua…
Nelle
sei idee che abbiamo brevemente descritto è racchiusa la struttura fondante
della partitura, che tuttavia non si esaurisce in esse. L’ascolto del
disco ci svela infatti una quantità innumerevole di minuscole trovate,
davvero geniali, che contribuiscono ad accrescere il piacere complessivo
e ci confermano l’essenziale contributo di Horner al dinamismo del film. E
anche se i conoscitori della musica classica ci troveranno qua e là influssi
di Prokof’iev (nel brano 7, ad esempio, al minuto 2:58, gli striduli strappi
discendenti dei violini derivano pari pari da ALEKSANDER NEVSKI, la colonna
sonora del film di Eisenstein, in particolare dalla celeberrima scena
della battaglia sul lago) di Borodin o di Ciakovsky, così come abbiamo
identificato innumerevoli similitudini con la più recente musica di Goldsmith,
dobbiamo riconoscere ad Horner di aver saputo corrispondere alle richieste
di Meyer e di Bennett, nel dare alla nuova avventura dell’Enterprise un’impronta
dura e violenta. Il
citato disco della GNP Crescendo è ben rappresentativo della musica, anche
se nel film rimangono almeno venti minuti di porzioni inedite che non
ci dispiacerebbe poter ascoltare separatamente dalle scene, soprattutto
per quanto riguarda i brani che si riferiscono alle scene dell’esilio
di Kirk & Co. all’interno delle caverne del Progetto Genesis e a quelle
conclusive dello scontro tra Enterprise e Reliant. L’efficacia
del commento di Horner ha convinto Harve Bennett a servirsi ancora dei
suoi servigi per il capitolo successivo, STAR TREK III THE SEARCH FOR
SPOCK, come vedremo nei prossimi appuntamenti della nostra navigazione
attraverso l’universo musicale di STAR TREK.
Gianni Bergamino
Nel prossimo articolo faremo una prima tappa per conoscere due autori della nuova generazione di musicisti di STAR TREK: l'appuntamento è per Maggio a bordo dell'Enterprise di Picard per le avventure di INCONTRO A FARPOINT e L'ATTACCO DEI BORG, con musiche di Dennis McCarthy e Ron Jones.
* Frasi pronunciate da Khan, come le frequenti esclamazioni alla volta dell’Enterprise (“Eccola là!… Maledetta!”), la tirata “lo seguirò fino ad Antares e al suo Maelstrom… prima di rinunciare ad ucciderlo”, oppure la conclusiva dichiarazione di eterno rancore (“…In nome dell’odio io sputo su di te il mio ultimo respiro!”) sono tutte citazioni parafrasate da MOBY DICK. Il parallelismo tra le ossessioni di Khan contro l’Enterprise e di Achab contro la Balena Bianca è di tutta evidenza. ** Nell’intervista rilasciata a David Hirsch per la rivista belga SOUNDTRACK!, numero 54 del giugno 1995, Joel Goldsmith (coautore con suo padre della colonna sonora di STAR TREK FIRST CONTACT, di cui parleremo in futuro) ha dichiarato (pag. 50): “…c’è una cosa sola che mi infastidisce di Jamie Horner (…) Lui era fidanzato di mia sorella al liceo, a Oakwood. Quando volevo andare alle sessioni [ di registrazione, n.d.c. ] di mio padre, Jamie faceva in modo di esserci. Partecipava sempre alle sessioni di mio padre. Mio padre si accorse del suo talento e fece in modo di promuoverlo, in alcune circostanze (…) Probabilmente per 3 o 4 anni Jamie ha partecipato praticamente a qualunque sessione. E io non riuscirò mai a capire… ho letto diverse sue interviste, quando gli si chiede sulle opere che lo hanno influenzato, mai una volta, mai, ha riconosciuto il ruolo propulsivo di mio padre sulla sua carriera. E mio padre l’ha tenuto sotto l’ala per un mucchio di tempo. Tutti noi siamo stati influenzati da Jerry Goldsmith; Jamie è stato accusato di ciò più degli altri: non mi spiego proprio allora questo suo rifiuto di riconoscere l’aiuto di mio padre all’inizio della sua carriera. Gli ha lasciato studiare le partiture e lo ha accolto alle sessioni, cosa che moltissimi altri compositori avrebbero voluto aver l’opportunità di fare (…) Mi sono sempre ripromesso di chiedergli il perché, anche se non ho mai avuto occasione di farlo. (…) Forse ha paura che la gente stabilisca con troppa facilità un collegamento tra la sua musica e quella di Jerry. |
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