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FANTASTIQUE
AL CINEMA
a cura di
Pier Giuseppe Fenzi
L’uomo
bicentenario
(http://movies.go.com/bicentennialman/intro.html)
Liberamente
ispirato al racconto di Isaac Asimov divenuto in seguito romanzo (chi
scrive non ha però letto nessuno dei due), realizzato con la collaborazione
di Robert Silverberg, questo Bicentennial Man è un buon film di
SF, che si regge principalmente sulle valide prove offerte dal cast artistico.
Un
Robin Williams dalla recitazione una volta tanto dosata (anche se in qualche
raro momento saltano fuori Jack, Patch Adams e Mrs. Doubtfire), che per
mezzo film è costretto a recitare sotto una ingombrante bardatura, interpreta
Andrew, robot elettrodomestico prodotto in serie da una multinazionale
di un prossimo futuro. A causa di una anomalia interna, egli acquisisce
la facoltà di provare sentimenti ed emozioni e, novello Pinocchio, nel
corso dei 200 anni coperti dalla vicenda narrata nella pellicola, si prodigherà
per diventare un essere umano a tutti gli effetti.
Se
il trailer del lungometraggio può trarre in inganno, facendo credere allo
spettatore di trovarsi di fronte all’ennesima prova “gigionesca” e comica
dell’attore americano in una commedia pseudo-demenziale, si rimane invece
davvero spiazzati nella sala cinematografica, quando viene proiettata
una vicenda tutto sommato nostalgica e a suo modo lirica. Non
sono rari i momenti di reale commozione che costellano una buona sceneggiatura,
portata su celluloide con discreto garbo dal comunque discontinuo Chris
Columbus, ex-sceneggiatore di film quali Gremlins e Piramide di paura,
divenuto in seguito regista (suoi, tra gli altri, i due Mamma ho perso
l’aereo e Mrs. Doubtfire).
Chi
scrive è rimasto favorevolmente colpito dalla qualità della pellicola
che, nelle oltre due ore di durata, riesce ad avvincere, emozionare e
divertire. Certo, lo ammettiamo, non possiamo giudicare l’opera valutando
gli elementi che la differenziano dal romanzo ispiratore: questa è una
nostra mancanza che va in qualche modo a invalidare il commento sul film
che stiamo offrendo al lettore.
Nel
ricco gruppo di attori, si ricordano con piacere le performance di Sam
Neill (Jurassic Park) e Embeth Davidtz (Matilda 6 mitica),
veri coprotagonisti della trama.
Ottimi,
al solito, l’impianto scenografico, gli effetti speciali ottici e, sopra
tutti, i sorprendenti special make-up con i quali protagonisti
e comprimari vengono mostrati in vari stadi di invecchiamento. Opera
del pluripremiato Greg Cannom (Dracula di Bram Stoker), i trucchi
facciali sono già stati nominati all’Oscar di categoria che verrà assegnato
entro breve: sarebbe una statuetta davvero meritata. Notevole è anche
l’esoscheletro indossato da Williams nelle sequenze in cui è ancora un
robot antropomorfo: la “corazza” è stata creata dal bravo Steve Johnson
(The Abyss).
Al
solito segnaliamo la colonna sonora, prima opera di James Horner (Star
Trek II e III, Titanic) dopo un anno sabbatico in cui
egli non ha più prestato la propria arte al mondo del cinema. Originariamente
affidato all’estro del ben più capace John Williams, lo score è stato,
in seguito a impedimenti del celebre musicista, messo in mano al comunque
valido autore inglese. C’è
da dire che, come di consuetudine, Horner si trincera dietro l’autocitazione
per nascondere le sue pecche creative: la partitura è sì interessante
e funzionalissima alle sequenze che supporta, ma sono troppi i momenti
in cui il musicista ripesca passaggi di suoi precedenti lavori. In particolare
salta subito all’orecchio un breve tema, quello dell’androide protagonista,
ripreso bellamente da un’identica sequenza di note presente nella colonna
sonora di Deep Impact, uno dei più recenti lavori di Horner. Ma
sono dettagli da spettatore esigente e pignolo.
L’uomo
bicentenario è davvero un godibile lungometraggio che ci preme consigliare,
soprattutto al lettore che già ha avuto modo di amare il personaggio startrekkiano
di Data, anch’egli chiaramente ispirato al protagonista del romanzo di
Asimov.
Toy
Story 2 - Woody e Buzz alla riscossa
(http://disney.go.com/worldsofdisney/toystory2/flash/index.html)
È
con grande entusiasmo che ci accingiamo a parlare di questo sequel del
già straordinario film del 1995.
Originariamente
concepito come straight to video, ovvero prodotto da destinarsi
unicamente all’utilizzo sugli schermi televisivi, Toy Story 2,
vista la grandissima qualità della sceneggiatura e della realizzazione,
ha convinto i suoi realizzatori a trasformarlo in un nuovo prodotto per
le sale cinematografiche. Se
possibile infatti, la pellicola è addirittura superiore al modello ispiratore:
lo script, che ha nuovamente coinvolto un plotone di sceneggiatori, è
brillante, spiritoso, ricco di trovate, emozionante e, in alcuni momenti,
decisamente toccante. Le animazioni dei personaggi sono ancora più realistiche
e convincenti che nel primo lungometraggio, e tutte le novità inserite
rendono questo seguito un film imprescindibile per tutti coloro che amino
il grande
Cinema (da notarsi la “C” maiuscola).
Tra
una citazione cinematografica e l’altra (si tirano in ballo anche Star
Wars e Star Trek), situazioni una più imprevedibile ed esilarante
della precedente, la pellicola offre più d’un motivo per essere visionata
e apprezzata da un pubblico di tutte le età.
Come
già nel precedente capitolo, il regista/sceneggiatore John Lasseter ha
scelto di trasmettere tutta una serie di messaggi universali e positivi
(l’amicizia, il sacrificio, il piacere del gioco manuale, etc…) utilizzando
uno dei mezzi considerati tra i più freddi, bellamente snobbato dagli
educatori di mezzo mondo: il computer. Raramente,
invece, questo strumento è stato utilizzato in modo più “caldo”, coinvolgente
ed efficace. I personaggi che popolano il colorato mondo di Toy Story
non sono però unicamente figli della tecnologia digitale, bensì il frutto
della sinergia creativa di grandi talenti, in ogni singolo passaggio che
ha portato alla loro comparsa su grande schermo: dalla geniale sceneggiatura
che li ha descritti nelle psicologie, rendendoli
“attori” a tutti gli effetti, fino alla loro rappresentazione grafica
da parte di dotati artisti della matita; dalla realizzazione tridimensionale
a opera di scultori brillanti, alla creazione finale del realistico modello
grafico sul computer.
Essenziali
al perfetto funzionamento di questa macchina spettacolare le piacevolissime
musiche di Randy Newman, autore che, anno dopo anno, si sta facendo notare
per felicissime
partiture (sua, per esempio, l’ottima colonna sonora di A Bug’s Life,
sempre di Lasseter).
È
dunque con tranquillità, senza tema di essere linciati dal lettore/spettatore
deluso, che indirizziamo tutti a deliziarsi gli occhi (e il cuore) con
questo straordinario film d’Autore, che nulla ha da invidiare (e spesso
è superiore) a tantissimi prodotti “dal vivo” che ingombrano le nostre
sale cinematografiche.
The
Blair Witch Project-Il mistero della strega di Blair
(http://www.blairwitch.com/)
Redigere
una recensione di questo film è impresa quantomeno ardua, almeno per il
sottoscritto. Precisando al lettore che siamo rimasti davvero entusiasti
dell’opera prima di Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez, ci sentiamo però
di comprendere appieno le motivazioni di tutta quella vasta fetta di pubblico
che ha invece lasciato la sala cinematografica delusa da ciò che era stato
proiettato sul grande schermo. The
Blair Witch Project è un autentico film del Terrore (“T”!!), che miscela
una forte componente paranoica a una paura atavica e primitiva: tuttavia,
se non ci si riesce a calare anima e corpo nei panni dei tre protagonisti,
difficilmente si potrà provare anche il benché minimo brivido. Principale
nemico della pellicola (oltre che artefice primario del suo successo),
è l’immane battage pubblicitario che, se da un lato ha trasformato un
film indipendente da 22 mila dollari in un campione d’incassi da oltre
150 milioni solo sul mercato USA, dall’altro ha invece creato eccessive
aspettative nel pubblico. Attese
che vengono appunto deluse nel caso lo spettatore non si faccia coinvolgere
completamente dall’opera o qualora sia desideroso di assistere a colpi
di scena, omicidi efferati e sequenze splatter.
Che
cos’è dunque TBWP? Null’altro che un falso (!!!) documentario realizzato
a regola d’arte: il lettore non si aspetti dunque una trama lineare, una
regia tipica, effetti speciali
sanguinolenti, mostracci che saltano fuori dagli angoli, un montaggio
convenzionale, musiche terrificanti ed effetti speciali sonori deflagranti,
poiché nel film non v’è nulla di tutto ciò. La vicenda (se così può definirsi,
vista l’inconsueta tecnica narrativa adottata) prende il via dall’iniziativa
di tre giovani studenti di cinematografia: essi intendono realizzare un
documento filmato su una leggenda di streghe e omicidi che circonda un
bosco nei pressi di una comunità del Maryland. Il
fake documentary, elegantemente confezionato e montato, alterna
le riprese effettuate dai protagonisti tramite una telecamera handycam
(a colori), con le riprese realizzate grazie a una cinepresa 16 mm (in
bianco e nero). I tre attori sono bravi e credibili (ottimamente doppiati
in Italiano), e sono il fulcro su cui ruota il tutto: i dialoghi realistici
rendono al meglio il crescendo di paranoia, angoscia e tensione che ci
accompagna (assieme ai personaggi) per la durata del film. Certo
il lungometraggio è unico, e tale deve restare per poter continuare a
funzionare: auspichiamo che, nel già annunciato sequel/prequel, gli autori
vogliano utilizzare una formula narrativo-stilistica differente da quella
di questo loro primo, grande successo.
Per
concludere: TBWP è un’opera che merita di essere vista per la sua originalità,
al di là del fatto che possa o meno incontrare il gusto dello spettatore
medio. Il coraggio e l’originalità degli autori (non dimenticando la loro
provata astuzia promozionale) meritano senza dubbio di essere premiati
con la visione di questo bizzarro ma notevole lavoro cinematografico.
(PGF)
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