UBIK

di Philip K. Dick
di Susanna Ricci


Philip K. Dick non è un autore facile: per poterlo leggere occorre molta passione e molta remissività. Bisogna lasciare a Dick il potere di prenderci per mano e abbandonarci completamente alla sua sapiente capacità narrativa: bisogna fidarsi di lui e permettergli di fare della nostra immaginazione ciò che vuole.

Molti lo hanno definito un visionario, senza dubbio parte della sua ricca bibliografia è stata prodotta sotto l'effetto di varie sostanze psicotrope o come diretta conseguenza della loro assunzione. Una sorta di Jim Morrison della parola stampata.

Il fatto è che le sue visioni sono di una nitidezza impressionante, i suoi passaggi logici sono di una ferrea precisione: lo si può amare o lo si può odiare, ma non lo si può ignorare, anche per la sua impressionante capacità di descrivere un futuro accessibile, credibile, un futuro che sembra essere appena appena dietro l'angolo. Non crea il futuro lontano, quello che parla di astronavi in grado di percorrere l'Universo in pochi minuti, no; crea un futuro molto vivido e vicino, quello che forse potremmo vedere quando saremo un po' vecchietti e avremo delle storie da narrare ai nostri nipotini.

Tra tutte le sue opere, Ubik è uno dei libri più strani, in ogni senso: nella edizione economica Fanucci è composto di due parti, la stessa storia raccontata in due modi completamente differenti.

La prima parte descrive in maniera meticolosa, con una precisione quasi maniacale, una stesura cinematografica realizzata dall'autore per un film mai portato sullo schermo, un film il cui regista ideale avrebbe potuto essere Kubrick.

La seconda parte riporta la stessa storia con la struttura narrativa tipica di un romanzo.

Da un lato quindi c'è la descrizione scarna, tagliente, di ogni scena e di ogni angolazione, una descrizione eseguita con tanta maestria che effettivamente il libro perde di consistenza e davanti allo sguardo corre la pellicola fantasma di un film che precorre i tempi. Subito dopo la strada viene ripercorsa con i ritmi più lenti e fluidi del racconto, ricco di particolari e di sfumature, che permettono di cogliere ciò che inevitabilmente si perde un po' nella lettura della sceneggiatura.

La scelta di Fanucci è stata estremamente intelligente: chi non legge prefazione, commenti o recensioni (come questa...), ed inizia il libro esattamente dalla prima pagina, non ha idea di cosa lo aspetta ed inevitabilmente rimane spiazzato.

La storia inoltre non è affatto semplice e per nulla riassumibile: vi dirò solamente che il libro è stato scritto nel 1968 e mette in mano ad alcuni dei protagonisti nientemeno che un cellulare, chiamandolo esattamente con questo nome, come viene fedelmente riportato in una delle note a piè di pagina.

A mio avviso molta della filmografia degli ultimi anni, non ultimo il meraviglioso Matrix che ha riportato un soffio di vita nell'ormai desolato panorama cinematografico di fantascienza, si rifà non poco alle ambientazioni paradossali di Dick: esistere in un altro esistere, dormire forse sognare, e risvegliarsi in un mondo diverso, dove tutto è ciò che sembra e contemporaneamente non lo è.

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Bibliografia essenziale:

Blade Runner (Titolo originale “Do Androids dream of electric sheeps?”)

Le formiche elettriche

Follia per sette clan

La svastica sul sole

I simulacri

Confessioni di un artista di merda

Abramo Lincoln androide

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